Ilaria Cucchi: “Il muro dell’omertà è stato abbattuto, bisogna crederci e andare avanti sempre”

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Io non ci volevo entrare in quella stanza finale dove c’era mio fratello. Ma poi ho sentito le urla dei miei genitori e allora sono entrata e quando l’ho visto, il volto di Stefano era quello della sofferenza e del dolore. In quel momento ho promesso che non sarebbe finita lì. Non sapevo cosa mi aspettava ma quel volto, la sua espressione, raccontava tutto: per questo ho deciso di mostrarla. – Ilaria Cucchi

Sono queste le parole con cui ha esordito Ilaria Cucchi ieri a Bologna, di fronte ad una piazza gremita e silenziosa. Intervista durante l’evento “Repubblica delle Idee” ripercorre, insieme a Carlo Bonini, gli ultimi dieci anni del caso Cucchi. Ilaria, di fronte a quel corpo martoriato, lo ha promesso a se stessa: avrebbe fatto giustizia. Ci sono muri e barriere che hanno bisogno di coraggio per essere abbattuti, ma la famiglia Cucchi, con l’aiuto del legale Fabio Anselmo, sono riusciti a sconfiggere quel mostro chiamato omertà.

Sul monitor scorrono le immagini del film, Sulla mia pelle, diretto da Alessio Cremonini, che ha contribuito a sensibilizzare il paese sul caso Cucchi. In quel momento ha capito che ce l’avrebbe fatta, perché non era sola nell’impresa di abbattere quel muro. Ilaria Cucchi non ha mai avuto paura delle immagini, sin da quando ha deciso di scattare delle foto di nascosto per dimostrare le sue idee.

Uno Stato che colpevolizza la vittima è uno Stato che ha fallito. Quello di Stefano inizialmente fu un processo al morto, come lo definisce Ilaria Cucchi. Dicevano che era drogato, uno spacciatore, e questo lo rendeva responsabile della sua morte. È stata la cosa più difficile da far capire” spiega Ilaria. Stefano Cucchi è morto perché era tossicodipendente, perché era caduto per le scale, perché aveva un carattere particolare e un rapporto difficile con i suoi genitori. “La sentenza era stata scritta a tavolino da quei carabinieri che ora sono sul banco degli imputati” racconta Ilaria.




Tutte le date del Caso Cucchi

  •  15 ottobre 2009. Stefano Cucchi, geometra di 31 anni, è arrestato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti, in possesso di 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Portato nella caserma di Appio-Claudio, lo interrogano e chiudono in cella.
  • 16 ottobre 2009. La mattina successiva al fermo si svolge il processo per direttissima. Stefano evidenti difficoltà a camminare ed ematomi al volto. Il giudice convalida l’arresto e fissa una nuova udienza. Nell’attesa, Stefano Cucchi viene rinchiuso nel carcere di Regina Coeli.
  • 17 ottobre 2009. Stefano Cucchi viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per essere visitato. Il referto è chiaro: lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. Stefano rifiuta il ricovero e rimandato in carcere.
  •  22 ottobre 2009. Stefano, cinque giorni dopo, muore all’ospedale Pertini. Pesava 37 chili. Solo a questo punto, dopo vani tentativi i suoi familiari riescono a ottenere l’autorizzazione per vederlo.
  • Gennaio 2011. Comincia il processo di primo grado. Viene chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone: tre infermieri, sei medici, tre agenti di polizia penitenziaria e Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti. Marchiandi è condannato a due anni per i reati di favoreggiamento, falso e abuso in atti d’ufficio per poi essere assolto in secondo grado ad aprile 2012. Per i medici le accuse sono di falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto. I poliziotti sono accusati di lesioni aggravate e abuso di autorità.
  • 5 giugno 2013. Dopo tre anni di processo, è ufficializzata la sentenza di primo grado: assoluzione per gli agenti penitenziari e per gli infermieri coinvolti. Condannati i medici del Pertini per omicidio colposo.
  • 31 ottobre 2014. Tutti gli imputati sono assolti nel processo d’appello per insufficienza di prove. “Un’assoluzione per assenza di prove”, dichiarava Luciano Panzani, presidente della Corte d’appello di Roma, “non c’erano elementi sufficienti per ritenere gli imputati colpevoli di un reato, che però c’è stato”.
  • Gennaio 2015. Si dispone la trasmissione degli atti al pubblico ministero per nuove indagini sulle violenze subite da Stefano Cucchi. La Procura di Roma apre un’inchiesta-bis.
  • Dicembre 2015. La Corte di Cassazione annulla l’assoluzione di cinque medici del Pertini, disponendo che nei loro confronti sia celebrato un appello-bis per omicidio colposo. Non sono state fornite «spiegazioni esaustive e convincenti del decesso di Stefano Cucchi ». Definitivamente assolti, invece, tre agenti di polizia penitenziaria, il medico che per primo visitò Cucchi e i tre infermieri finiti sotto processo.

  • Luglio 2016. La terza Corte d’Assise d’appello confermata l’assoluzione dei 5 medici che hanno avuto in cura Stefano Cucchi nell’ospedale Pertini di Roma.
  • Ottobre 2016. Due le ipotesi presentate di periti. La prima «è rappresentata da una morte improvvisa e inaspettata per epilessia», per la quale avrebbe agito come «ruolo causale favorente»anche la tossicodipendenza del ragazzo. Ulteriore concausa l’indebolimento fisico per carenza di alimentazione. La seconda è che la morte del ragazzo sia legata «alla recente frattura traumatica di S4 associata a lesione delle radici posteriori del nervo sacrale». Un’ipotesi giudicata per la prima volta come possibile, che di fatto ha favorito la messa sotto indagine dei tre militari che dopo l’arresto lo avevano portato in caserma.
  • Gennaio 2017. La procura di Roma chiede il processo con nuovi capi d’accusa a carico dei tre carabinieri: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, che devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico, calunnia.
  • Febbraio 2017. La procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di cinque carabinieri. Per tre di loro l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Ad altri due carabinieri sono stati contestati i reati di calunnia e falso.
  • 11 ottobre 2018. Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis di primo grado, confessa e accusa i colleghi del pestaggio di Cucchi. Il carabiniere, nella sua deposizione, ha anche rivelato dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire.

Si è trattato di un violentissimo pestaggio. Oggi non posso giustificare tutto questo lungo silenzio ma posso dire che lo comprendo, perché ho visto sfilare tanti colleghi di Tedesco e li ho visti tremare, balbettare e capisco il prezzo che si deve pagare per la verità. Riccardo Casamassima e Maria Rosati i primi ad abbattere il muro di silenzio e omertà. Il mio pensiero va a loro. E adesso il prossimo passaggio da fare è capire che non c’è stata una battaglia tra l’arma e la nostra famiglia.

Il processo ai 5 carabinieri imputati a vario titolo si sta chiudendo. Questo dovrebbe essere l’anno della sentenza finale. E’ stato chiesto il rinvio a giudizio di 8 militari dell’Arma: Alessandro Casarsa, Francesco Cavallo, Luciano Soligo, Massimiliano Colombo Labriola e Francesco Di Sano per falso ideologico. Lorenzo Sabatino e Tiziano Testarmata per omessa denuncia e favoreggiamento, e Luca De Cianni per falso ideologico e calunnia.

Hanno provato ad uccidere il geometra ‘Cucchi Stefano’ due volte: la prima volta con calci e pugni, la seconda, forse più dolorosa, con l’omertà. “Non bisogna smettere, bisogna andare avanti e crederci, crederci, crederci”.

Serena Fenni

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