Nuovo ed importante passo nella lotta contro i tumori

La scoperta della così detta “droga dei tumori arriva dall’America ma è attribuibile ad un team di scienziati italiani della Columbia University, capitanati da Antonio Iavarone, lo scienziato italiano “scappato” all’estero a causa del nepotismo.

Gli scienziati, hanno individuato il meccanismo che dà energia al cancro facendolo crescere. Secondo Iavarone:

Questa alterazione genica scatena un’attività abnorme dei mitocondri, organelli presenti all’interno della cellula che funzionano come centraline di produzione di energia. L’eccesso di energia alimenta il moltiplicarsi e diffondersi incontrollato delle cellule dei tumori.

Ricerca iniziata nel 2012

Ma che ha le sue radici nel 1999 quando lo scienziato sviluppò delle teorie per lo studio del neuroblastoma. Individuò il ruolo della proteina ID2 nello sviluppo del tumore nei bambini prima di migrare negli Stati Uniti.

La ricerca, legata al tumore al cervello (glioblastoma), è divenuta pubblica nel 2012, quando lo staff di ricercatori identificò una proteina, “FGFR3-TACC3”, che agiva come una droga sul tumore, alimentandolo.

La proteina in questione aumenta la produzione di energia da parte dei mitocondri. Energia che scatena il moltiplicarsi e diffondersi delle cellule tumorali.

Lo staff di scienziati, ha dimostrato che alcuni farmaci già esistenti, riuscivano a bloccare l’attività dei mitocondri, così da aumentare la percentuale di sopravvivenza di topi e cavie da laboratorio, affetti da tumore al cervello.

Gli sviluppi della ricerca

Iavarone e il suo team analizzarono anche la proteina in altri tumori, confermando la teoria secondo la quale “…questa fusione genetica è una delle più frequenti in tutte le forme di tumore”. Per gli scienziati, i farmaci inibitori dell’attività dei mitocondri, possono essere utilizzati su tutti quei tipi di cancro che contengono la proteina in questione.

La ricerca non si ferma: “…con il tempo il cancro diventa resistente a questi farmaci e progredisce” dichiara Iavarone che, con il suo staff sta già facendo ulteriori analisi nei laboratori della Columbia University.

Elena Carletti

 

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