Pennac e l’era della disillusione: l’importanza delle apparenze nei giovani

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Pennac si accorge che i giovani, quelli che dovrebbero essere i più idealisti, sono diventati irrimediabilmente cinici

“Cos’altro si offre loro, se non la tentazione di esistere in quanto immagini, destinati come sono alla disoccupazione, loro a cui i casi della storia hanno quasi sempre negato un passato e sottratto una geografia? Su cosa possono basarsi – e riposarsi, e dimenticarsi un po’ , e ricostruirsi – se non sul gioco delle apparenze?”

Così riflette Pennac in Diario di scuola (2007),  uno dei suoi romanzi più recenti, in cui racconta del suo passato da somaro a scuola e del suo riscatto in età adulta con la professione di insegnante. Lo scrittore teorizza di fatto le conseguenze dell’era della disillusione, che già più di dieci anni fa si stavano vivendo e a cui oggi se ne sono aggiunte delle altre. Pennac era un insegnante profondamente comprensivo verso gli alunni in difficoltà, per via della sua possibilità di rivedersi in loro, ma anche un insegnante critico verso la realtà sociale, più o meno problematica, dalla quale questi alunni provenivano. In ogni caso, ciò che sconvolge dei nuovi giovani è l’importanza delle apparenze nelle loro vite: indossare abiti di marca ( “si beccavano le mode come uno si becca i microbi” dirà nello stesso libro) e salvare il loro orgoglio minacciato da un futuro poco promettente, attraverso il cinismo e il disinteresse per tutto ciò che possa farli apparire fragili. Non importa andare male a scuola, non importa non sapere cosa voler fare da grandi, non importa non essere appassionati di nulla: il futuro sarà a ogni modo crudele, tanto vale non provarci neanche. Lo scrittore francese osserva come il mondo dei giovani sia corroso da un lato da un senso di impotenza verso un avvenire incerto e dall’altro da una sorta di ribellione passiva verso lo stesso, attraverso il dominio dell’apparenza, o il gioco delle apparenze come direbbe Pennac.



Se non possiamo eccellere nella vita lavorativa, si possono sempre avere migliaia di followers su Instagram no?

C’è un intera generazione di giovani letteralmente cresciuta con la crisi economica iniziata nel 2008 e chissà se conclusa per l’Italia, come per gli altri paesi industrializzati che ne sono stati colpiti, primi fra tutti gli Stati Uniti. Nessuno oltre i facenti parte di questa generazione sa cosa significhi crescere sin da piccoli con questa visione tristissima del futuro: ogni possibilità di sognare in grande è derisa dalle statistiche, che mostrano le percentuali sempre più alte di giovani italiani che emigrano all’estero perché insoddisfatti delle scarse retribuzioni che ottengono in patria, la grande difficoltà dell’accedere a certe professioni e così via. E così la realtà e l’investimento su di essa perdono attrattiva sui ragazzi, che si alienano in un mondo, quello dei social, che diventa la nuova realtà, fino a diventarne dipendenti e a non immaginarsi senza di essa.  Così, l’importanza delle apparenze ridimensiona quella della realtà vera, che oltre ad aver perso attrattiva, ora sembra che non meriti neanche un’importanza.

Se volessimo rendere ancora più attuale il discorso di Pennac di quanto non lo sia già, il gioco delle apparenze si traduce nell’attaccamento morboso ai social da parte dei giovani (e non) e alla loro immagine che emerge dai social. Perché, appunto, non importa la persona che si è davvero tutti giorni, ma importa sembrare una persona che viaggia, che legge, che si diverte con gli amici.  La vita dei giovani è ormai, senza esagerare, ridotta a una serie di belle istantanee a mostrare e da dimenticare allo stesso tempo.  La polemica sull’invasività dei social nelle nostre vite è ormai retorica: i social esistono e ne facciamo tutti uso perché siamo degli egocentrici, amen. Ciò che fa scandalo è la vitalità dei social nelle nostre esistenze, un evento non è reale se non è documentato sui social, che sia esso una cosa bella o un fallimento. Lo scontro tra essere e apparire, tra la forma e la sostanza è storico, ma tra i giovani sembra conoscere un vincitore definitivo: l’apparire.

Francesca Santoro

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