In Afghanistan i giornalisti muoiono ammazzati: uccisa la presentatrice Malalai Maiwand

Essere un giornalista in Afghanistan è pericoloso: minacce e attentati mettono costantemente a rischio le voci che denunciano le crudeltà della guerra, la corruzione della politica e le violazioni dei diritti umani. Ma in questo paese, in cui la propaganda fondamentalista è legge, le giornaliste donne sono ancora più vulnerabili, vittime di discriminazione, intimidazioni, abusi. La tragica vicenda di Malalai Maiwand racconta cosa significa essere donna e giornalista in Afghanistan.



Malalai Maiwand, uccisa per raccontare la verità

Giovedì mattina Malalai Maiwand, di soli 25 anni, aveva da poco lasciato la sua casa per dirigersi in ufficio, nella città di Jalalabad, la capitale della provincia orientale di Nangarhar, accompagnata dal suo autista, Mohammed Tahir, quando uomini armati hanno aperto il fuoco sull’auto in corsa. La giovane è morta sul colpo, l’autista, ferito gravemente, è spirato poco dopo in ospedale. L’ISIS ha rivendicato la responsabilità dell’omicidio.

Malalai Maiwand era una nota giornalista, conduttrice del giornale radio e TV di Enikass, un canale privato per il quale lavorava da 8 anni. Ma la giovane era anche un’attivista per i diritti delle donne. A Jalalabad era rappresentante del Centro per la Protezione delle Giornaliste Afgane (CPAWJ), una ONG fondata da e per le donne giornaliste in Afghanistan. Poco tempo fa, con la schiettezza che la caratterizzava, si era pubblicamente espressa circa la difficoltà di essere una donna che vuole esercitare la professione di giornalista liberamente, come un uomo, senza discriminazione.




Malalai Maiwand era una donna coraggiosa, una giornalista audace. La sua era una voce senza mezzi toni, senza paura di denunciare la violenza e gli abusi che vedeva ogni giorno.

La sua famiglia era già stata vittima di violenze: 5 anni fa sua madre, anch’essa attivista, era stata uccisa a colpi di arma da fuoco. Ora il padre, Gul Mohamad, chiede al governo di trovare e punire gli assassini, e di non limitarsi a fare promesse che poi, puntualmente, non vengono mantenute.

Il direttore di Enikass ha commentato che negli ultimi mesi aveva ricevuto numerose minacce, ma che nessuna era rivolta direttamente alla giornalista uccisa. Anche in precedenza il canale era stato preso di mira. Nel 2017 un’esplosione negli uffici della redazione aveva ucciso diverse persone. Nel 2018 il direttore, Engineer Zalmay, era stato rapito, per poi essere rimesso in libertà.

In Afghanistan, dove i giornalisti muoiono

“Con la morte di Malalai Maiwand, il campo d’azione per le giornaliste donne si riduce ulteriormente e i giornalisti potrebbero non avere più il coraggio di continuare il loro lavoro come facevano prima”, si legge in un comunicato di NAI, un’organizzazione non governativa di difesa dei media afgani.

Secondo Reporters Without Borders, l’Afghanistan è uno dei paesi più pericolosi al mondo in cui esercitare la professione di giornalista. Si trova al 122esimo posto, su 180, nella classifica annuale World Press Freedom Index del 2020.

Malalai Maiwand è la decima giornalista, quest’anno, ad aver pagato con la vita la dedizione al suo lavoro. La terza in meno di un mese. Il 7 novembre, Yama Siawash, ex presentatore del canale televisisvo TOLONews, è saltato in aria quando è esplosa una bomba attaccata alla sua auto, vicino alla sua casa di Kabul.

Aliyas Dayee, 33 anni, giornalista di Radio Liberty è morto in un’esplosione simile il 12 novembre a Lashkar Gah, nella provincia di Helmand. Prima di partire aveva controllato attentamente l’auto, com’era solito fare, avendo già ricevuto numerose minacce di morte. Ma questa volta la bomba era nascosta bene, e non gli ha lasciato scampo.

L’anno scorso 10 giornalisti e professionisti dei media sono morti ammazzati. Ma è statoil 2018 l’anno più letale: si è portato via 20 giornalisti in altrettanti violenti attentati.

Le Nazioni Unite hanno condannato il brutale omicidio di giovedì, e più voci hanno chiesto al governo di aprire un’inchiesta per assicurare i colpevoli alla giustizia.

Queste azioni vergognose, atroci, creano un clima di terrore: il libero lavoro dei giornalisti potrebbe essere un animale morente in via d’estinzione. L’Afghanistan sta facendo passi indietro, e le conquiste dell’era post talebana, sia nell’ambito dei diritti delle donne, sia per quanto riguarda la libertà d’espressione, sono sistematicamente sotto assedio.

Camilla Aldini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *