In ogni mio “mentre”, Cuore, so che ci sei

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Tutte le informazioni scientifiche, i dettagli tecnici e le procedure della ricerca di cui si parlerà nell’ articolo, sono state estrapolate da Focus.it, http://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-non-sentiamo-il-suono-del-nostro-cuore.

Il primo organo a formarsi è il cuore. Meglio, il Cuore. E l’iniziale maiuscola ha i suoi perché: in quel battito, in ogni suo battito, dal primissimo, si rivela, si realizza e si riconferma la Vita. Prima ancora del cervello e di tutte le meraviglie di cui è capace, è il Cuore a dire, a far sapere che c’è Vita. L’avete mai ascoltato il battito cardiaco di un bambino, di una bambina prima della nascita? Uno spettacolo! Da non crederci che provenga da quella Piccolezza! È forte, il Cuore, dal principio.

Eppure, il suo pulsare, è il primo rumore a cui ci abituiamo. Una sorta di assuefazione al ritmo, sì. Fino a non percepirlo per niente: c’è, batte, ma senza che noi lo ascoltiamo, senza che noi gli prestiamo attenzione. A dimostrarlo e a motivare questo nostro comportamento, è uno studio del Centro di Neuroprostetica dell’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna (EPFL). Dai risultati di questo studio, sono emerse diverse conclusioni, quali: il cervello preferisce concentrarsi sugli stimoli esterni piuttosto che su quelli interni e, addirittura, sembra che esso eviti di proposito gli input che si presentano con lo stesso andamento, con lo stesso ritmo del cuore (il test che ha portato a tale conclusione si è svolto grazie alla collaborazione di 150 volontari, ai quali è stato chiesto di osservare una figura pulsante su uno schermo: i soggetti hanno faticato a percepire l’immagine proprio quando questa pulsava coerentemente al loro battito cardiaco). Questa selezione tra ritmi, è decisa dalla corteccia insulare, una zona specifica della regione cerebrale che provvede all’attenuazione delle sensazioni.

Ma la conclusione a cui sono giunti i ricercatori del Centro di Neuroprostetica dell’Ecole Polytechnique Fédérale, e che mi ha personalmente e particolarmente incuriosita, riguarda il (così definito) “ruolo familiare”: il battito del Cuore, il suo pulsare, è così antico, così naturale, così ovvio, che con il trascorrere del tempo non lo si percepisce. Questo cambia solo in caso di situazioni particolari: dopo una corsa, a causa di uno spavento o durante un attacco di panico.

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Praticamente, è come se il nostro cervello non badasse a ciò che, proprio perché è continuo, proprio perché è da sempre, ci mantiene in vita; e che, se cessasse di esistere, comporterebbe anche la fine di tutto quello che il cervello aveva pensato di fare, di dire, di vivere. Perché, forse, lo pensiamo tutti, tutte: una volta che il Cuore ha preso a battere, perché dovrebbe smettere? E se rallenta, se velocizza, se galoppa, magari non ce ne accorgiamo nemmeno. Non conta cosa il Cuore abbia da dirci: l’importante è che non smetta di passarci Vita. E il tempo non c’è per fermarsi e metterci la mano sopra, per ascoltarlo, per creare una sorta di sintonia con ciò che di più essenziale possediamo… Bisogna correre, sbrigarsi, affrettarsi, affannarsi, senza pensare che tutta quella fatica, prima di tutto, è a carico del Cuore. Dimenticato o comunque dato per scontato. Una ovvietà. Come tale diventa, spesso, ogni bellezza che la Vita ci concede.

Perché il Cuore non produce caos, non urla e non ostacola al fine di richiamare l’attenzione: ma mentre ci si prepara il caffè, mentre si scende di corsa per le scale, mentre si guida o si pedala o si cammina, mentre si aspetta, mentre ci si siede, mentre si fantastica o si ricorda o si programma, mentre si studia, mentre si lavora, mentre si cucina e mentre si mangia, mentre si ride e si parla, mentre si riapre la porta di casa, mentre si staccano dal frigo i post-it con le dediche e le cose da fare di un’altra giornata, mentre ci si abbandona sul letto, mentre si spegne la luce e si accende la musica… il Cuore batte. Ha battuto nel “mentre” di ogni passo, di ogni gesto, di ogni pensiero. E lo farà anche domani. Senza sbuffare e senza lamentare la nostra dimenticanza e la nostra trascuratezza. Semplicemente, per l’amore di farlo: l’ha fatto da subito e lo farà fino alla fine.

Ogni tanto, però, è bene posarla una mano sul Cuore, anche una sola. Per ascoltarlo, per sincronizzare il nostro passo al suo ritmo, per fargli sapere che non lo abbiamo abbandonato lì dentro, lì sotto, come un vecchio carillon che suona senza che nessuno ne ascolti la melodia.

Perché il Cuore ha bisogno di sentirselo dire che è importante, che è essenziale e che, senza di lui e senza il suo instancabile pulsare… bè, poesia a parte, sarebbe veramente complicato vivere.

 

Deborah Biasco

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