In principio era Mario Corso

Dalla foglia morta all'undici atipico: un campione senza tempo

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Se n’è andato Mario Corso, mitico numero undici della Grande Inter che vinse tutto a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Resta il ricordo di un campione senza tempo.




Il piede sinistro di Dio

Ci sono i campioni e ci sono i fuoriclasse. Quelli che incantano sul campo, che fanno vincere le partite e i trofei, e quelli che, oltre a questo, regalano emozioni capaci di segnare un’intera generazione. Ci sono quelli che le generazioni successive addirittura le anticipano.

Mario Corso era un fuoriclasse. Non solo perché ha contribuito a regalare all’Inter una delle pagine più belle della propria storia. Non solo per quel mancino che venne presto ribattezzato “il sinistro di Dio” – e non dai tifosi nerazzurri, che tante volte hanno gioito per le sue invenzioni, ma da Gyula Mándi, ct della nazionale Israeliana dopo una sconfitta propiziata proprio dalla prestazione maiuscola dell’esterno.

Anticipatore…

Prima dei trequartisti, prima delle ali offensive pronte ad incidere anche in zona gol grazie al tiro preciso, prima delle punizioni di Pirlo, Beckham, Messi o Maradona, c’erano Mario Corso e la sua punizione a foglia morta. Lenta, inesorabile, velenosa.

C’era Corso e il suo agire a metà tra la fascia sinistra nerazzurra, per 16 anni di sua proprietà, e la trequarti avversaria, in ruolo a metà tra il reparto di centrocampo e di attacco che solo dopo avrebbe avuto un nome ben definito. Un undici atipico, quando essere atipici ancora non era concesso. “Mariolino” come ribattezzato dai tifosi nerazzurri, con tutta la sua fantasia e l’indolenza sul campo di chi, in fondo, non ha bisogno di correre con un piede così.

Prima dei calciatori dai capelli perfetti e il look curato, c’era Corso con le sue calze perennemente abbassate, un mito per i bambini che sognavano di calcare i campi di Serie A giocando per strada.

Conquistò i tifosi e Pelè…ma non Herrera

Genio e sregolatezza, tanto che Helenio Herrera ad ogni sessione di mercato ne chiedeva, fortunatamente senza successo, la cessione per via dei loro frequenti scontri. Corso era il fattore imprevedibile di una rosa ricca di campioni.

Eppure, come svelato da Moratti, fu lui l’unico giocatore che Pelé avrebbe rubato per il suo leggendario Brasile.

Per capire perché, basta sapere il rispetto e la totale fiducia che i compagni riponevano in lui . “Quando Suarez era in forma sapevamo di non perdere, ma quando Corso era in forma sapevamo di vincere” disse il suo compagno Carlo Tagnin.
Basta vedere l’amore di cui i tifosi nerazzurri lo hanno sempre ricoperto. Se Mazzola e Facchetti erano i campioni di tutti per via del loro legame con l’azzurro, Corso era il campione prettamente interista, per via di un rapporto con la Nazionale complicato e mai veramente all’altezza delle sue potenzialità.

Un campione senza tempo

Simbolo di un calcio moderno e antico allo stesso tempo,  rimane il ricordo di un campione senza tempo.

Con il suo sinistro ha incantato il mondo in una squadra che ha segnato un’epoca” ha scritto il club nerazzurro nel messaggio di commiato a Corso. La grandezza di Corso è tutta li. 

Beatrice Canzedda

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