Liberare la Madonna dagli inchini ai boss mafiosi

Nasce un Dipartimento per combattere le infiltrazioni mafiose durante le processioni (e non solo)


Anche i Santi si abbassano al cospetto del boss. Non ci si scandalizza più sul fatto che durante le processioni religiose, le persone, preti compresi, si inchinano con tanto di madonna sulle spalle, davanti alla casa del boss del paese per rendere omaggio. Un modo per mostrare la forza della mafia, esibendo e ribadendo pubblicamente il loro potere. Si ricordino, un anno fa, l’episodio di Ventimiglia, con la sosta della statua della Madonna di Polsi davanti a Carmelo Palamara, fratello di Antonio, boss scomparso negli anni scorsi; e nel 2014 l’omaggio – durante la processione a Oppido Mamertina (Reggio Calabria) – alla casa di Giuseppe Mazzagatti, vecchio capo clan di 82 anni, già condannato all’ergastolo per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso.




Quest’ultimo fatto è accaduto quasi per dispetto, solo alcuni giorni prima Papa Bergoglio al termine della visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Jonio, aveva lanciato la scomunica per i mafiosi e la richiesta di combattere la ‘ndrangheta perché è “adorazione del male e disprezzo del bene comune”. Disse il Papa:

“Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. I mafiosi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”.

Ora per dare seguito a queste parole – da ricordare anche l’anatema di Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993 – è stato da poco istituito (a luglio) il Dipartimento di analisi e monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi, “per liberare la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose”. Ha come sede la Pontificia Accademia Mariana Internazionale, ma le sue attività si svolgono alla Pontificia Università Antonianum. Una vera task force formata da esponenti delle Forze dell’ordine, esperti anti-racket e anti-usura, procuratori in prima linea contro Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita e naturalmente uomini di Chiesa.

Papa Francesco ha benedetto l’iniziativa commentando: “La devozione mariana è un patrimonio religioso-culturale da salvaguardare nella sua originaria purezza”, liberandolo da “sovrastrutture, poteri o condizionamenti che non rispondono ai criteri evangelici di giustizia, libertà, onestà e solidarietà”.

Il ruolo  del Dipartimento

Combattere la “spiritualità deviata” che si esprime negli inchini delle effigi della Vergine davanti alle dimore dei capiclan e impedire possibili infiltrazioni mafiose nelle celebrazioni dedicate alla Vergine Maria. L’obiettivo del nuovo istituto è chiaro e ha diffuso solo qualche giorno fa i primi dati sulle sue ricerche. Una mappatura della criminalità a livello regionale, nazionale e internazionale e un’ampia analisi dell’interferenza dei fenomeni mafiosi nelle religiosità popolare. “Sarà un centro di monitoraggio, di controllo per valutare la situazione e raccogliere materiale, ma diventerà anche luogo di insegnamento, di formazione delle persone, che vorrà poi entrare nei territori e quindi nelle diocesi, nelle parrocchie e nelle scuole, per formare soprattutto i giovani e le famiglie, per far comprendere qual è il problema e come noi dobbiamo, possiamo affrontarlo. Perché la prima cosa importante è far conoscere il problema”, ha dichiarato Stefano Cecchin, presidente della Pontificia Accademia.

Le aree tematiche

I primi dati mostrano la diffusione della criminalità nel mondo. Nel documento, si evidenziano le aree tematiche che il Dipartimento dovrà trattare, e soprattutto le argomentazioni per ogni area tematica. “Abbiamo suddiviso il Dipartimento in dieci aree tematiche: dalla criminalità organizzata autoctona, a quella straniera; terrorismo nazionale e terrorismo internazionale; eco-mafia; violenza di genere, violenza intrafamiliare; anche i reati di prevenzione, la droga e le attività che generano disagio tra i ragazzi. E un’altra che riguarda i crimini contro l’umanità. Molto specifica è l’area della confisca dei beni sequestrati alla criminalità organizzata. Gli “inchini” e le processioni saranno analizzati a 360°, sotto ogni punto di vista: antropologico, religioso, sociologico, storico, giuridico”, ha spiegato Cecchin.

La mappatura delle mafie

Nel documento ci sono oltre 150 cartografie nelle quali è messa in evidenza la dislocazione di ogni singola famiglia mafiosa: n’drina – per quanto riguarda la N’drangheta – o cosca, per quanto riguarda Cosa Nostra, o clan, per quanto riguarda la Camorra, o batteria, per quanto riguarda le mafie pugliesi. Ci sono poi 20 cartografie delle 20 regioni italiane, e poi altre 20 cartografie che mettono in evidenza la situazione della criminalità straniera. Si tratta di una vera e propria mappatura del crimine organizzato. La N’drangheta adesso è la prima mafia in Italia, in Europa e nel mondo.

Non bisogna lasciare da solo il singolo

Fabio Iadeluca, sociologo, criminologo e coordinatore del Dipartimento afferma la necessità di non lasciare da solo il singolo. “Deve sapere che ci sono le autorità, ci sono degli strumenti di prevenzione, una rete idonea che interviene nell’immediatezza e, soprattutto, bisogna che tutti sappiano che c’è una rete di prevenzione e d’intervento; che c’è una magistratura, che ci sono le forze dell’ordine. Un’altra cosa molto importante è il ruolo che possono giocare le singole diocesi, i parroci: ci sono stati imprenditori che sono andati a dire il proprio disagio ai parroci e questi hanno indirizzato gli imprenditori alla magistratura e alle forze dell’ordine”.

Marta Fresolone

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