L’incoscienza di Zeno

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La coscienza di Zeno (1923) è l’unico libro che non rileggerei mai” disse, anni fa, quello stesso insegnante di lettere che stroncò Le ultime lettere di Jacopo Ortis (ne abbiamo parlato in questo articolo). “Perché non sopporto quel tipo di personaggio”. A distanza di tempo, è possibile cogliere meglio il senso di quel biasimo. Perché, se una persona come Zeno Cosini può sembrare divertente sulla carta, incontrarla nella vita reale è abbastanza vicino a una maledizione biblica.

Non c’è una sola pagina in cui il protagonista non pensi a riversare sugli altri (o persino su cose inanimate) le proprie colpe e responsabilità. Italo Svevo, l’autore, rende palese ciò fin dalla prefazione, affidandola alla penna dello psicanalista a cui Zeno si sarebbe rivolto: “Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica. […] Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate! …” (Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Milano 2004, Giunti, p. 19). Intendiamoci: così come il diario del protagonista, anche questo preannuncio è un artificio dell’autore. Il romanzo si annuncia fin da subito come polidimensionale: un gioco di specchi dall’inizio alla fine. E chissà che la chiara visione dei meccanismi di questo gioco… non sia in sé la verità.

I primi ricordi di Zeno riguardano le sigarette, alle quali (non si sa perché) è morbosamente attaccato fin da ragazzino. Per procurarsele, è disposto a derubare il padre e a mentirgli sfacciatamente. Ma il genitore, al contrario del figlio, ha un carattere schietto e pertanto crede nell’innocenza di Zeno. Mentre alla coscienza sporca non bastano mille prove, l’animo pulito “tutto crede”, come direbbe Paolo di Tarso (1 Cor 13, 7). L’ (in)coscienza di Zeno si dimostra finanche artista, nella propria capacità mimetica. “Rubai ancora, ma senza saperlo” (op. cit., p. 23). “Rubare senza saperlo”: dove altro troveremo tanta genialità? “Mio padre lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io credevo di sapere che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via.” (ibid.). Anche “credere di sapere” è una perla d’inestimabile valore. E con quanto eroismo il giovanissimo Zeno si sottopone alla pratica del fumo! Non si tira mai indietro, a costo di sentirsi malissimo in seguito. Chi non ha virtù deve pur mostrare polso in qualcosa, del resto.

Zeno
Italo Svevo, autore de “La coscienza di Zeno”

Oltre al fumo, le donne. Il desiderio di Zeno per il gentil sesso è predatorio, rabbioso, frenetico. E sostanzialmente incolore. Perché ogni donna ha lo stesso sapore, per lui: quello dello sfogo nevrotico. È emblematica, in questo senso, la storia del suo matrimonio. Zeno prova un’attrazione indifferenziata per le tre figlie adulte del suo principale. Fra le sorelle, punta quella più somigliante al padre, nonché quella più corteggiata. Abbastanza prevedibilmente, un rivale gliela soffia. Costui, Guido, non è propriamente una persona solida e morale. Però, possiede una serie di caratteristiche che lo rendono il re dei salotti borghesi. Può anche darsi che Zeno abbia ragione di odiarlo. Ma il verme che si confronta con il cobra non fa mai una bella figura. Specialmente se, in presenza del cobra, si finge suo amico.

Non ripercorreremo qui tutto il labirinto della falsa coscienza di Zeno. Ci limitiamo a dire che troverà l’autostima e l’equilibrio personale… solo divenendo profittatore di guerra. Parassita fino in fondo. Chi non ha nulla da dare agli altri può sentirsi grande solo prendendo.

Casomai vi capitasse di incontrare una persona coi medesimi sintomi, ve ne prego: scappate. Non sono cattivi, quelli come Zeno Cosini. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i “pazzi buoni” come lui a non dare facili vie di scampo. Anche perché non hanno adeguati stimoli di coscienza per rendersi conto di ciò che fanno. Credono d’aver diritto a essere trattati meglio e attendono al varco l’occasione di rinfacciare le vostre legittime difese. Come fa Zeno, quando la donna che l’ha rifiutato soffre per i tradimenti di Guido: “Hai finito con lo sposare un uomo ancora più bizzarro di me, Ada!” (op. cit., p. 370). Meno male che, a più riprese, aveva dichiarato di non provare più interesse per lei… Ma la lingua rivela sempre il dente che duole.

Per di più, toglietevi dalla testa di ottenere chiarezza e buona fede, nei rapporti con un tipo simile. Per quanto la sua anima sia palese, egli è convinto di poter aggirare la vostra intelligenza con gli stessi trucchetti che riserva alla propria coscienza. E, avendo sempre vissuto nella vigliaccheria, nella nevrosi e nella menzogna, crede di vederle negli altri. “Chi di psico-analisi s’intende”, come diceva la prefazione, lo chiama transfert: ripetizione di modalità di relazione derivate da esperienze precedenti.

Se si pensa che Zeno Cosini è considerato emblema dell’uomo novecentesco, possiamo dire che un intero secolo è stato spacciato. E non è trascorso da molto, ahimè. O, forse, non è l’uomo a essere nuovo. È la letteratura contemporanea che, grazie alla psicanalisi, ha lo strumento per indagare gli strati anche meno luminosi dell’animo umano. Vedere il male è metà della cura. Forse.

Erica Gazzoldi

 

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