L’industria del petrolio è destinata a collassare entro il 2028

E' quanto afferma l'attivista statunitense Jeremy Rifkin

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L’industria del petrolio sembra destinata a collassare entro il 2028, con quella che sarà “l’esplosione della bolla più grande della storia”. E’ quanto afferma l’attivista statunitense Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro “Un Green New Deal Globale”. L’idea è sostenuta da molti studiosi, ma è comunque vero che nei prossimi due anni la domanda e la produzione di combustibili fissili continueranno a crescere.




 

Lo strano caso di Canada e Norvegia

Il trend crescente si giustifica con l’entrata in funzione di nuovi giacimenti e all’ampliamento di molti già esistenti, in ripresa dopo anni di stagnazione. A essere interessati da questa tendenza saranno Guyana, Brasile, Canada e Norvegia, che complessivamente aggiungeranno nel 2020 un altro milione di barili di petrolio e nel 2012 altri due milioni agli 80 milioni che arrivano normalmente sul mercato ogni giorno. Secondo il New York Times l’incremento in questi paesi è dovuto alle loro situazioni politiche interne stabili, slegate anche dagli scossoni internazionali. Sorprendentemente, questo sembra interessare anche Canada e Norvegia, paesi  in cui la consapevolezza climatica è socialmente molto avvertita. In Norvegia, ad esempio, la società petrolifera Equinor ha rimarcato come gli accordi sul clima di Parigi esprimano la consapevolezza della necessità dell’industria del petrolio ancora per molto tempo. A ogni modo, la stessa società ha implementato i suoi investimenti nell’ambito degli impianti eolici.

Il costo basso del petrolio potrebbe non essere un buon segno





L’abbandono del petrolio quindi è lontano, ma in realtà non lontanissimo. La tendenza globale a rinunciare all’utilizzo delle fonti di energia fossile  e il rischio di una nuova crisi economica mondiale portano a ipotizzare un’ulteriore diminuzione del prezzo del petrolio nel medio termine. Sembrano solo un ricordo i 100 dollari al barile del periodo precedente alla crisi del 2008, vista la quotazione odierna, attorno ai 60 dollari al barile. Potrebbe sembrare un segnale positivo per i paesi importatori, come l’Italia ad esempio, ma in generale il carburante a un costo inferiore rappresenta un incentivo non così allettante verso la conversione energetica. In pratica: se il petrolio costa poco, siamo meno portati a cercare fonti alternative.

La strategia saudita





L’Arabia Saudita, che da sola possiede il 25% delle risorse petrolifere attualmente conosciute, intanto sta mettendo le mani avanti. Sta cercando di diversificare l’economia basata al momento quasi esclusivamente sull’industria del petrolio. Paradossalmente, però, per raggiungere questo obiettivo ha bisogno di finanziarsi con i proventi del petrolio stesso. Lo stesso mondo arabo è infatti comunque in crisi dall’ingresso sul mercato di altri produttori e sta tentando di tenere artificialmente alti i prezzi limitando la produzione. L’Arabia ha comunque alcuni vantaggi, perché può contare sulla comodità dei giacimenti, che consentono estrazioni competitive, con un costo di soli 3 dollari a barile, e poco inquinanti. Quando tutti gli altri paesi avranno ormai dismesso impianti e, auspicabilmente, si saranno reinventati, lei sarà ancora lì, ad assecondare la domanda residua. L’unico e grosso problema saudita potrebbe essere legato alle tensioni geopolitiche (specialmente con l’Iran).

“Selezione naturale”?

Non tutti però sono previdenti e logisticamente avvantaggiati come l’Arabia Saudita. Nel mondo il prezzo è comunque in una fase di stabilizzazione, preludio a un calo quasi certo. Da qui dovrebbe derivare una crisi dei produttori dell’industria del petrolio, messi in difficoltà da estrazioni complicate e dall’esaurimento di altri giacimenti. Dal mercato dovrebbero uscire anche le modalità di estrazione più inquinanti, come il petrolio di scisto e il fracking. L’Economist l’ha definita una “selezione naturale”, ma non per questo sarà una fase facile. L’industria petrolifera vale oggi circa 16 mila miliardi di dollari e impiega 10 milioni di dipendenti. Secondo quanto riportato da Rifkin, quindi, ci sono solo nove anni per portare il mercato a trovare una soluzione per reinventare e riassorbire risorse umane e capitali. Quasi 30 paesi nel mondo ricavano più del 5% del loro PIL dalle esportazioni di petrolio.

E’ vero quindi che l’industria del petrolio è destinata a collassare, presumibilmente prima del 2030, ma non è detto che le tensioni dovute all’oro nero non si protraggano per decenni a venire.

Elisa Ghidini

 

 

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