Industria e cultura senza più confini: l’idea di comunità per Adriano Olivetti

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Adriano Olivetti costruì “l’Atene degli anni Cinquanta” nella sua Ivrea. In una Italia scissa tra spinte capitaliste e socialiste, egli creò il primo modello di una comunità dove produzione e bellezza si congiungono. L’idea fu quella di dar vita ad un ponte tra la cultura umanistica e il lavoro nelle fabbriche.

Io voglio che la Olivetti non sia solo una fabbrica, ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici.

Una mente che guardò al futuro

Olivetti fu molte cose nella sua vita. In ognuna di esse, riuscì ad essere estremamente innovativo, dando prova a tutti che c’è un modo di realizzare anche quelle idee che a primo impatto appaiono come utopie. Oltre che industriale, politico e urbanista, fu anche un intellettuale ed editore. Valorizzò sin da subito i grandi letterati italiani di quell’epoca, inserendo stimoli umanistici e culturali all’interno della sua fabbrica. Radunò scrittori, artisti e poeti come Paolo Volponi, Giovanni Giudici, Franco Fortini e Ottiero Ottieri. Da questi intellettuali nacque anche un nuovo filone letterario, quello della letteratura industriale.

In “Appunti per la storia di una fabbrica”, pubblicato nel 1958 per i cinquant’anni dell’azienda, Olivetti scrisse:

Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancora del tutto incompiuto, risponde dunque ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo uovo al di là del socialismo e del capitalismo, giacchè i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

Nell’incipit della stessa antologia, Olivetti esordì spiegando ciò che lo spinse ad elaborare e voler rendere realtà il concetto di comunità:

Prima di essere un’istituzione teorica, la Comunità fu vita […]. Quando studiavo problemi dell’organizzazione scientifica e di cronometraggio, sapevo che l’uomo e la macchina erano due dominî ostili l’uno all’altro, che occorreva conciliare. Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all’infinito davanti a un trapano o ad una pressa, e sapevo che era necessario togliere l’uomo da questa degradante schiavitù.

«Comunità» è la parola chiave del progetto olivettiano

Adriano Olivetti credeva nell’idea di comunità come fine ultimo, per superare la divisione tra industria e cultura. La comunità sarebbe stata composta da figure diverse che avrebbero portato ad un arricchimento reciproco e ad una coesione tale da eliminare le differenze economiche e ideologiche. L’industriale piemontese volle realizzare l’equilibrio tra solidarietà sociale e profitto: solo da un’idea di felicità collettiva si sarebbe generata anche l’efficienza nella produzione. Questo concetto innovativo fu riconosciuto da grandi intellettuali, come Paolo Volponi e Tiziano Terzani, i quali parteciparono in prima persona alla vita dell’azienda.

L’apertura della fabbrica a Pozzuoli nel 1953 segna un grande passo avanti per Olivetti e per l’Italia stessa: era la prima volta che gli operai campani godevano degli stessi privilegi salariali dei colleghi d’Ivrea, nonostante vivessero in una zona dove il lavoro scarseggiava. Olivetti mise al primo posto i diritti umani dei lavoratori, in un periodo storico in cui nelle fabbriche si tangeva la condizione di schiavitù. 




Le innovazione dell’Atene degli anni Cinquanta

L’industrialismo era da tempo legato al perseguimento di una sfrenata idea di progresso, che teneva separata la vita degli operai alla possibilità di dibattiti culturali ed intellettuali. L’imprenditore risollevò quella vita operaia fatta di diritti negati e di subordinazione alla catena di montaggio, creando un clima totalmente diverso rispetto alle altre fabbriche italiane. I dipendenti ricevevano salari più alti, godevano di convenzioni, la maternità veniva tutelata, tanto che vi erano anche asili nei dintorni dell’azienda. Durante le pause i lavoratori potevano leggere usufruendo delle biblioteche e seguire dibattiti con gli intellettuali presenti. Questa sua visione prese anche il nome di umanesimo industriale.

Secondo lo scrittore Giorgio Bocca, l’impatto di Olivetti segnò la scoperta della civiltà industriale, in quanto l’imprenditore comprese prima di tutti che l’importanza della tecnica è pari a quella della circolazione delle idee :

Invece di fermarsi agli ingegneri e ai tecnici per fabbricare macchine per scrivere, li raccoglie attorno a sé architetti, pittori, disegnatori industriali, giornalisti, letterati perché ha fatto un’altra scoperta scandalosa per l’Italia di allora: che la libera circolazione delle idee e dei talenti è necessaria alla produzione quanto la competenza tecnica.

Eppure, per quanto si attribuì a Olivetti una visione fuori dal comune, nessun suo successore fu in grado di portare avanti questo umanesimo industriale, tanto che il progetto di comunità scomparve nel 1960, assieme al suo ideatore. Ma l’eredità che lasciò è tuttora un punto di riferimento da cui ripartire.

Valentina Volpi

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