Un inedito Camus esorta i medici della peste alla filosofia

L’epidemia di coronavirus in corso ci ha portati a guardare la medicina e la cura con occhi diversi. Nonché a interrogarci nuovamente sul rapporto fra esse e la nostra condizione di umani. Le pagine di un inedito Camus, messe a disposizione il 13 maggio gratuitamente da Bompiani, alimentano questa riflessione sollevando interrogativi resi urgenti dalla pandemia. Come si prepara, ammesso che possa, un operatore sanitario ad affrontare la morte di chi sta curando? Quale ruolo riveste la compassione, soprattutto quando gli altri strumenti vengono meno? Fino a che punto la filosofia, intesa come educazione e disciplina del pensiero, può essere uno strumento efficace al servizio del medico? Abbiamo rivolto queste domande a Francesco Lauria, medico vigevanese di lunghissima esperienza impegnato, ancorché in pensione, nel far fronte all’emergenza COVID-19.

Un inedito Camus, tradotto da Yasmina Melaouah, è stato messo a disposizione gratuitamente dalla casa editrice Bompiani in formato cartaceo ed ebookscaricabile qui. Si tratta di alcune pagine preparatorie per un testo del quale la pandemia ha accresciuto ulteriormente la popolarità: il romanzo La peste, pubblicato nel 1947. Scritte nel 1941, esse non furono incluse nella vicenda narrata. Videro la luce, però, nello stesso anno del romanzo, pubblicate insieme a un altro testo nei Cahiers de la Pléiade come “Gli archivi della peste”. Qual è il contenuto di queste pagine e cosa le rende tanto interessanti? A mio parere, il maggiore interesse del testo,  pubblicato per concessione della Succession Albert Camus, consiste nell’etica che propone ai medici. Un’etica fatta di consapevolezza della propria finitudine e di compassione verso il paziente.




L’Esortazione ai medici della peste di Albert Camus prende le mosse da una considerazione apparentemente molto banale: l’importanza dell’igiene durante un’epidemia.

In realtà, come diviene subito evidente, l’autore non pensa soltanto all’igiene del corpo, dei vestiti, degli ambienti. L’igiene che ha di mira è, soprattutto, una forma di igiene dello spirito. Infatti, scrive Camus,

non vi è luogo che non vada purificato anche dentro di noi, fin nei recessi del cuore. Per mettere dalla nostra parte le poche circostanze favorevoli che ci restano.

Questo perché, secondo l’autore, «il flagello ama i recessi oscuri»: si può affrontarlo e vincerlo solo portando con sé «la luce dell’intelligenza e dell’equità». Ciò è vero per tutti, ma per i medici e gli operatori sanitari in particolar modo. A loro più di tutti, infatti, tocca il difficilissimo compito di reggere la forza d’urto del dolore e dell’angoscia di pazienti e famiglie durante l’emergenza.

A questi professionisti, in modo molto diretto, l’inedito Camus chiede quanto c’è di più difficile: «Siate saldi di fronte a questa strana tirannia». Ma quale via propone l’Esortazione ai suoi destinatari per poter essere all’altezza del compito?

La filosofia; o, almeno, una filosofia concreta, reale, incarnata. Una filosofia vissuta, ispirata da quella praticata nel mondo antico: una disciplina per conservare il proprio equilibrio interiore anche nelle avversità. Sul modello degli esercizi spirituali della filosofia antica, Camus propone tre pratiche quotidiane anche ai medici della peste. Ovvero: imparare ad accettare la morte e la condizione mortale dell’umano; acquisire la giusta misura nel vivere; disporsi a esercitare la compassione. Scopo di esse è permettere a chi cura di combattere la malattia da persona consapevole, pienamente padrona di sé anche quando tutto va in frantumi. È a questo che serve lo sforzo di un paziente e minuzioso lavoro sulla propria interiorità:

vi è chiesto di dimenticare un poco di quel che siete senza tuttavia dimenticare mai quel che dovete a voi stessi.

Ma cosa pensano di questo inedito Camus i diretti interessati, cioè i medici e gli operatori sanitari impegnati nella gestione dell’emergenza?

Ne abbiamo discusso con il dottor Francesco Lauria, medico di esperienza cinquantennale e oggi consulente in Cardiologia presso l’Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano (PV).

Dottor Lauria, nelle pagine inedite di recente pubblicazione, Camus scrive: «Voi, medici della peste, dovete fortificarvi contro l’idea della morte e conciliarvi con essa, prima di entrare nel regno preparatole dalla peste. Se trionferete qui, trionferete ovunque». Del resto, in altri passi il monito è a non rassegnarsi mai a veder morire le persone come mosche. Quello che vorremmo chiederle è: come si fortifica un medico contro l’idea della morte, ammesso che possa?

In primo luogo, con l’abitudine. La maggior parte delle volte, infatti, la medicina vince; accade però anche che perda, a volte, e il paziente muore. Meglio uno sa fare il medico, più è probabile che vinca, quindi occorre sempre imparare e saperlo fare al meglio. Di fatto, però, nonostante tutta la buona volontà dei medici – e, solo a volte, per errori evitabili – un certo numero di pazienti muore. Lo si impara durante l’internato, si inizia a mettere in conto che purtroppo può succedere e smette di sconvolgere.

 In secondo luogo, almeno nel mio caso, è la natura stessa del mio lavoro a non lasciare molto spazio al pensiero della morte. Sono troppo occupato a rianimare e cercare di salvare. I miei pazienti rischiano di morire perlopiù per arresto cardiaco. Se vedo dal monitor un cuore fermarsi, cerco di farlo ripartire con tutte le manovre necessarie e intanto dico cosa somministrare. Quando invece il rischio non è immediato, cerco di aiutarli come posso con farmaci e apparecchiature. Non soffro con loro; più che altro mi arrabbio se non riesco a fare abbastanza o se mancano i mezzi per farlo.

Infine, accetto di essere mortale io e che lo siano le persone che curo. Non credo che chi ha paura della morte possa essere un buon medico. Qualcuno ha detto che il medico che non sa accettare la propria (futura) morte tende a non accettare quella possibile del paziente. Questo può portare all’accanimento terapeutico, cosa a mio avviso da evitare assolutamente. Perché accanirsi nel curare non fa il bene del paziente: non si elimina o riduce la sua mortalità, né la propria.

In un altro passo dell’inedito Camus esorta i medici della peste alla compassione, dicendo: «Nonostante la tranquillità del vostro coraggio e il vostro saldo sforzo, verrà il giorno in cui non sopporterete più […] questo allarme senza futuro. Verrà il giorno in cui vorrete gridare il vostro orrore di fronte alla paura e al dolore di tutti. Quel giorno non avrà più rimedi da consigliarvi, se non la compassione». Lei è d’accordo con questo monito? E, più in generale, che ruolo esercita la compassione nella cura, specie in una congiuntura come quella che stiamo vivendo?

Vede, il fatto è che – secondo me – Camus idealizza molto la medicina e la cura. Il suo è uno sguardo da profano. Ad esempio, nel passo citato parla di “coraggio”. Forse altri ci hanno ritenuti coraggiosi ma per noi medici è semplicemente il nostro lavoro. Così come per gli infermieri, di cui Camus non parla per niente, dimostrando ulteriormente la sua estraneità a questo mondo. Senza gli infermieri, saremmo impotenti. In questo caso tocca a noi, a tutti noi. C’è stato da lavorare di più, con rischi maggiori. Non c’è stato tempo per analizzare cosa stesse succedendo. Non per pensare al coraggio, non per metabolizzare l’orrore o la paura delle persone.

L’operatore sanitario impara a estraniarsi dal dolore altruiSe non lo facesse, non potrebbe continuare a lavorare. Io, personalmente, non sono arrivato al punto di aver solo voglia – citando Camus – di urlare il mio orrore. Spero di non arrivarci mai. Non mi aiuterebbe affatto a curare la gente. La compassione non mi aiuta nel continuare a fare quello che faccio. Mi aiuta sapere che è il mio dovere. E mi aiuta il vedere accanto a me persone che fanno altrettanto. Si arriva a percepirsi tra colleghi come compagni d’armi in queste situazioni. Si condividono dubbi e fatiche, momenti di scoramento, piccole vittorie. Ci si sente più vicini che con i familiari. Molti di noi fanno proprio il motto della Guardia Costiera U.S.A., Semper Paratus [sempre pronto, n.d.r.]. E le parole del suo inno: For fight to save or fight and die.  […] We are for you.

Forse, è il continuare a lavorare per salvare più vite possibile e cercare di assistere chi ne ha bisogno la forma più efficace di compassione. Almeno in questo contesto.

Questo inedito Camus include tra gli strumenti del medico anche la filosofia, soprattutto per far fronte alla morte e alla sofferenza. Vorrei concludere, allora, chiedendole: secondo Lei, quale rapporto lega medicina e filosofia?

Penso che un approccio filosoficamente informato alla medicina e alla cura sarebbe fondamentale tanto per i medici quanto per i pazienti.

Per i medici in quanto credo che il medico dovrebbe, come un personaggio del commediografo latino Terenzio, non considerare alcunché di umano estraneo a sé. Dovrebbe riuscire, cioè, a prestare attenzione al fenomeno umano nel suo complesso. Anche se, come ho detto, deve impermeabilizzarsi, quando cura, alla sofferenza altrui. Anzi, forse proprio per questo. Perché deve mettersi in condizione di rispettare un imperativo categorico: “Nulla ti impedisca di lavorare, aiutare, servire”.

Per quanto riguarda i pazienti, vorrei citare una frase di Ippocrate che ho letto affissa nella sala d’attesa di un collega. “Quando qualcuno desidera la salute, chiedigli se è disposto a sopprimere le cause della malattia. Solo in quel caso è possibile curarlo”. Bisognerebbe, cioè, che molti pazienti smettessero di pensare che la medicina possa curare tutto indipendentemente dalla loro condotta. Il paziente a volte si aspetta e pretende la Cura – quella assoluta, risolutiva. Se questa tarda o se non funziona, è colpa del medico incompetente, delle Istituzioni, dei Poteri Occulti. La Cura, poi, dovrebbe funzionare come un miracolo: cioè senza esigere che il paziente cambi le sue abitudini, o quantomeno che ragioni su di esse. Forse l’approccio filosofico alla medicina potrebbe risultare decisivo per affrontare e finalmente modificare questa forma mentis.

Valeria Meazza

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