Infermiera di Lucca trova un messaggio nella posta: “Grazie per il Covid”

Damiana Barsotti, infermiera nel reparto di malattie infettive al San Luca di Lucca ha trovato un messaggio al suo rientro a casa dopo un turno in ospedale. "Grazie per il Covid" le hanno scritto i suoi vicini.

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Eroi. Questo è il titolo e il ruolo che è stato assegnato agli operatori sanitari durante l’emergenza del Covid-19. La retorica dei media e della politica ha costruito questa immagine. Noi tutti, tra applausi e cartelli, abbiamo finito per convincerci che il paese intero fosse solidale e grato ai lavoratori degli ospedali, costretti a turni massacranti per il bene della collettività.

Secondo questa logica anche Damiana Barsotti, infermiera del reparto di malattie infettive dell’ospedale San Luca di Lucca, avrebbe dovuto essere considerata eroica da parte dei suoi vicini. Invece, alla fine di uno dei tanti difficili e lunghi turni da lei sostenuti nell’ultimo mese e mezzo, tornata nella sua casa a Capannori, ha trovato un biglietto che recitava in questo modo:

Grazie per il Covid che tutti i giorni ci porti in Corte. Ricordati che ci sono anziane e bambini, grazie.




Poche parole che, però, sono bastate a farla sentire indesiderata, denigrata a causa del proprio lavoro. “Non è che uno si aspetta un grazie, ma sinceramente quel messaggio mi ha ferito” ha detto Damiana Barsotti in una delle dichiarazioni che sono seguite all’emergere dell’accaduto.

I messaggi di solidarietà non si sono fatti attendere.

Il sindaco di Capannori Luca Menesini ha condannato immediatamente l’accaduto e il primo cittadino di Lucca, Alessandro Tambellini, ha scritto un lungo post sulla sua pagina facebook in difesa dei lavoratori dell’ospedale San Luca cui, lui stesso, deve la propria guarigione. L’Azienda Usl Toscana Nord Ovest ha redatto una nota per dichiarare la vicinanza di tutta la direzione a Damiana Barsotti, trattata come “un’untrice” e non come “un’operatrice sanitaria che giornalmente si reca al lavoro per combattere, per tutti noi,  la difficile battaglia contro il virus”.

In aggiunta alla dovuta dichiarazione di vicinanza, nella nota dell’azienda ospedaliera toscana, si legge, però, un commento realistico e amaro che male si sposa con la visione del “siamo tutti più buoni” che ci è stata propinata continuamente nell’ultimo periodo.

Tali comportamenti” –  si legge infatti – “non solo sono discriminatori ma dimostrano come  il cammino verso la civiltà sia ancora lungo, nonostante il momento difficile che l’intero pianeta sta vivendo“.

Un episodio simile, oltretutto, si era verificato a Pisa, sempre in Toscana, circa un mese fa. Allora era stata una dottoressa impiegata nell’ospedale pisano di Cisanello la destinataria di un biglietto che ricorda quello recapitato ieri all’infermiera lucchese.

Damiana Barsotti non si aspettava un grazie, ma nemmeno di essere discriminata per il proprio lavoro.

Allora, forse, di fronte a questi episodi, è arrivato il momento di riflettere sull’opportunità di abbandonare la retorica dei medici e degli infermieri dipinti come eroi in prima linea contro la lotta al nemico-virus. Forse è giunto il tempo di iniziare ad affermare, con forza, che queste persone devono essere rispettate in qualità di lavoratori.

Dal nostro punto di vista, quello di membri della società civile, questo significa capire che la nostra paura di essere contagiati è anche quella degli operatori sanitari. Bisogna sforzarsi di pensare che questi individui, che noi chiamiamo eroi, sono persone che tutti i giorni si recano a svolgere il proprio lavoro nonostante il fatto che questo significhi essere i più esposti al contagio del virus.

Da parte della politica e delle istituzioni questo cambio di prospettiva impone la necessità di ascoltare le voci dei loro rappresentanti sindacali, dotarli degli adeguati dispositivi di protezione, adottare tutte le misure necessarie affinché possano tornare ad avere orari di lavoro dignitosi. Significa riconoscere il loro ruolo sociale sempre, non solo in emergenza.

Queste persone non si aspettano i grazie, gli applausi e la beatificazione pubblica. Ma il rispetto dei propri diritti e della propria dignità, quello si, se lo aspettano. Ed è il minimo che un paese civile dovrebbe garantire loro.

Silvia Andreozzi

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