L’inquinamento causa aborti spontanei

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Arriva notizia dall’Università dello Utah  di una ricerca pubblicata su Fertility and Sterility che dimostrerebbe che l’inquinamento causa aborti spontanei. Lo studio ha preso in esame donne residenti nel cosiddetto Wasatch Front, un’area metropolitana nella zona centro settentrionale dello Utah densamente popolata.
La ricerca nasce dall’osservazione da parte del dottor Matthew Fuller che non è originario dell’area di Salt Lake City (capitale dello Utah) di un insolito numero di aborti spontanei che gli fecero sospettare una correlazione con gli alti livelli di inquinamento atmosferico. Fuller ha unito le sue forze con Claire Leiser ricercatrice presso la  Health University of Utah in uno studio retrospettivo su  oltre 1300 donne che avevano cercato assistenza medica in seguito a un aborto spontaneo tra il 2007 e il 2015.



I ricercatori hanno escluso le donne non residenti nell’area di interesse e poi hanno confrontato i dati sugli aborti spontanei con quelli sull’inquinamento atmosferico e in particolare una finestra di tre-sette giorni con i picchi nella concentrazione di polveri sottili, diossido di azoto e ozono.
Quindi, spiega la Leiser, si sono anche tenuti prudenti, considerando una breve finestra di tempo attorno ai picchi di inquinamento davvero molto alti, cioè probabilmente il quadro delle conseguenze è anche più ampio.
Il risultato è stato un incremento (non drammatico ma evidente) del rischio di aborti spontanei nella finestra di sette giorni che sarebbe collegato non con il livello delle famigerate polveri sottili ma con quello del diossido di azoto, per la precisione si parla di un aumento del rischio del 16% per un incremento di 10 ppb (parti per miliardo) nella finestra di sette giorni.
Naturalmente i ricercatori hanno adottato tutte le adeguate misure per escludere fattori esterni come l’età delle donne e hanno diviso il territorio in base al codice postale in modo da avere sei diversi bacini con diversi livelli di inquinamento.
Ci sarà molto lavoro da fare per approfondire questi risultati scioccanti perché il team con i dati a disposizione non ha potuto accertare l’età dei feti al momento dell’aborto spontaneo e quindi non è stato possibile stabilire quale sia il periodo più critico per l’esposizione della gestante ad alti livelli di inquinamento, si tratta infatti di un fenomeno acuto, cioè un’esposizione di pochi giorni a livelli molti elevati favorirebbe questi aborti spontanei ed appare immediatamente chiaro come, se il tutto fosse confermato, nell’impossibilità di migliorare il livello dell’aria si dovrà cominciare a pensare di prevedere questi picchi di inquinamento e consigliare alle gestanti di allontanarsi per evitarli.

Roberto Todini

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