Il 10 luglio, la Commissione europea ha riscontrato diverse violazioni del Digital Service Act da parte di Meta, accusando la società di creare dipendenza attraverso le sue piattaforme social, Instagram e Facebook. La multinazionale non si è ancora difesa, rischiando una sanzione che può raggiungere anche il 6% del fatturato totale dell’impresa. Meta si adeguerà ai rilievi della Commissione?
Digital Service Act: contenuti, trasparenza e rischi sistemici
Nel 2022, l’Unione europea adotta il Digital Service Act (DSA) per regolare l’utilizzo di internet da parte di motori di ricerca, piattaforme digitali e social netwotk. Maggiore è la dimensione della piattaforma, maggiori sono gli obblighi la rispettare. Rimozione di contenuti illegali, trasparenza nella gestione, nonché una disciplina sulle inserzioni pubblicitarie che devono indicare il promotore e i criteri di profilazione utilizzati.
A questo si aggiunge un obbligo di gestione dei rischi sistemici: disinformazione, manipolazione elettorale, tutela dei minori, con verifiche periodiche per gli operatori di grandi dimensioni. In particolare, combinando le norme su protezione dei minori (art. 28), salute mentale (art. 34) e manipolazione (art. 25), la Commissione europea ha riconosciuto anche un obbligo di contrastare la dipendenza da social network.
Il procedimento della Commissione europea
Su queste basi, la Commissione europea ha avviato già il 16 maggio 2024 un procedimento formale per accertare la conformità di Meta al Digital Service Act. L’indagine ha incluso
“un’analisi delle relazioni di valutazione del rischio di Meta, dei dati e dei documenti interni e delle risposte di Meta a numerose richieste di informazioni, una revisione dell’ampia ricerca scientifica sull’argomento e interviste con esperti in diversi settori, tra cui le dipendenze comportamentali”.
L’accusa mossa dalla Commissione europea è che Meta non abbia valutato i rischi derivanti da determinate caratteristiche strutturali di Instagram e Facebook, che tendono a creare dipendenza rispetto al benessere psicofisico degli utenti.
L’indagine: utente in “modalità pilota automatico”
Nelle conclusioni dell’indagine, pubblicate il 10 luglio, la Commissione critica alcuni meccanismi comuni alle due piattaforme. In particolare, il report si sofferma sul c.d. “autoplay”, cioè sul fatto che la riproduzione di contenuti multimediali si avvia automaticamente, senza richiedere un’azione diretta dell’utente. Motivo per cui al termine di un video appare immediatamente quello seguente.
Altro elemento critico è il c.d. “infinite scroll”: un’interfaccia che permette all’utente di scorrere all’infinito tutti i contenuti proposti. Vengono così eliminati i punti naturali di interruzione (stopping cues), come i pulsanti “carica altri contenuti” o la necessità di cambiare la pagina web.
“queste funzionalità alimentano l’impulso dell’utente a continuare a scorrere i contenuti e inducono il cervello a entrare in una sorta di “modalità pilota automatico“, contribuendo allo sviluppo di abitudini poco salutari e di un utilizzo compulsivo della piattaforma”.
Le misure introdotte sono insufficienti
La Commissione europea sottolinea che le attuali misure introdotte da Meta non sono riuscite a ridurre efficacemente i rischi di dipendenza:
“gli strumenti di gestione del tempo di Instagram e Facebook, compresi quelli attivati di default per gli adolescenti, possono essere facilmente disattivati e non portano a una riduzione e a un controllo significativi dell’utilizzo del servizio”.
Inoltre, lo studio suggerisce che i controlli parentali e la loro efficacia siano legati alle competenze tecniche dei genitori, disegnando la possibilità che lo sviluppo della dipendenza sia influenzato anche dal background familiare.
Algoritmi e politica
Eppure, queste conclusioni riguardano solo i meccanismi tecnici delle piattaforme, tralasciando la struttura stessa degli algoritmi forse ancor più pervasiva. Una letteratura scientifica consistente, infatti, ha dimostrato come i feed di ogni utente siano ordinati a tecniche psicologiche, come quella delle “ricompense variabili“, che alterna contenuti coinvolgenti e meno coinvolgenti per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma.
Il tempo che spendiamo sui social si traduce in dati, gli stessi che vengono venduti e utilizzati per rendere ancor più coinvolgente la permanenza. E anche manipolabile: uno studio di Nature su X (ex Twitter) ha dimostrato come le piattaforme social possano orientare le scelte politiche degli utenti, tramite una distorsione degli algoritmi. Il tutto in un mondo che ha deciso di sostituire la socialità con i social.
Meta non ha ancora preso posizione rispetto alle accuse delle istituzioni europee. Resta comunque nei termini per esercitare il suo diritto di difesa, esaminando i fascicoli e replicando per iscritto alle conclusioni della Commissione. Qualora queste conclusioni vengano invece confermate, l’inadempienza potrebbe comportare una sanzione pecuniaria modulata su gravità e durata dell’infrazione, nel limite del 6% del fatturato mondiale annuo. Cosa farà Meta?
















