Insulti razziali e discriminazioni durante il processo: Rocky Myers, afroamericano, condannato a morte sulla base di prove inesistenti

Holman, Albama. Rocky Myers,  59 anni afroamericano, è rinchiuso nel braccio della morte da 26 anni. È stato accusato dell’omicidio della sua vicina di casa. Tuttavia non esiste assolutamente alcuna prova che lo colleghi alla scena del crimine.

A questa accusa segue la condanna a morte. Una giuria formata da 11 giurati bianchi su 12 ha emesso la sentenza.

Condannato a morte senza possibilità di libertà condizionale.

Condannato a morte per il presunto crimine.

La verità non detta. Condannato a morte anche perché afroamericano.

Rocky Myers è una vittima ingiusta di discriminazioni, insulti e razzismo che non lasciano spazio alla dignità della persona umana.

La storia

Rocky Myers cresce in New Jersey. Da piccolo gli verrà diagnosticata una disabilità intellettiva. Cresce in condizioni precarie con un padre alcolista e con una madre spesso assente. Dopo essersi sposato vivrà con la moglie e i quattro figli in Alabama, a Decatur. Disoccupato, fa uso di droghe e si occupa dei figli mentre la moglie lavora come cuoca presso un ristorante. Al momento dell’accusa Rocky Myers ha 30 anni ed è disoccupato. Accusato di un altro reato, è in libertà vigilata.

Soltanto un oggetto lo collegherebbe alla scena del crimine. Si tratta di un videoregistratore che apparteneva proprio alla donna.

Myers sostiene di essere innocente e di aver rubato l’oggetto in casa della donna prima del tentato omicidio, di averlo abbandonato per strada poi e successivamente di averlo ripreso e venduto in cambio di droga.




Alcuni testimoni dicono di aver visto un altro uomo, non identificabile con Myers, uscire dalla casa della donna il giorno dell’aggressione. Quest’ uomo è stato successivamente arrestato per il suddetto tentato omicidio. La differenza notevole sta nel fatto che l’uomo non è stato condannato a morte, come invece è successo a Myers.

A questo punto entra in scena un altro personaggio chiave, un ulteriore testimone. Quest’ultimo, amico dell’arrestato, fornirà delle informazioni false. Dichiarerà di aver visto Rocky Myers uscire dalla casa della vittima col videoregistratore in mano.

Molti testimoni che, inizialmente hanno fornito prove e hanno accusato l’afroamericano, hanno successivamente dichiarato di aver fornito dettagli e dichiarazioni false e di aver subito pressioni da parte della polizia. In cambio avrebbero avuto sconti di pena o altri favori personali.

E’ razzismo, non giustizia

Che si tratti di un’ accusa condita di razzismo è evidente a tutti. A partire dai giurati per arrivare alla vicina, la donna bianca vittima del tentato omicidio, tutti hanno fatto la loro parte.

I giurati erano in maggioranza bianchi. Alcuni avvocati facevano parte del Ku Klux Klan. La donna, vittima del tentato omicidio, anch’essa bianca, aveva dichiarato di non aver visto il suo aggressore, ma di aver capito dalla voce che poteva trattarsi di un uomo afroamericano.

Come può la voce essere un tratto distintivo?

Inoltre, durante il processo, la giuria ha ripetutamente usato insulti razzisti per etichettare Myers.

I giudici non hanno ancora emesso la condanna a morte di Myers, ma il tempo a disposizione sta per scadere. Sarà una condanna per un presunto omicidio? Oppure si tratterà di una condanna per il solo fatto di essere afroamericano? L’obiettivo è quello di chiedere un riesame delle prove. Rocky Myers non è un assassino ma è la vittima di discriminazioni e insulti contro la sua persona.

In America le storie di razzismo sono, ancora oggi, all’ordine del giorno.

È una triste realtà vivere in una società in cui l’uomo non ha ancora capito che non esistono le differenze, in un mondo che si atteggia a civilizzato ma che, ancora oggi, ha paura del diverso.

La verità è che, la società di oggi, in cui viviamo immersi, presi da i nostri social e dal desiderio continuo di correre per accumulare e accumulare, non ha ancora capito che la diversità è solo bellezza e ricchezza.

Irene Amenta

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