Inter-Barcellona: dieci anni fa l’alba del triplete e il capolavoro di Mourinho

Quella del 20 aprile 2010 è una fresca sera primaverile. Sugli spalti dello Stadio Giuseppe Meazza ci sono 80.000 spettatori, dei quali 3.000 provenienti dalla Catalogna. Francesco Repice – telecronista iconico di Radio Rai – apre il collegamento snocciolando i nomi dei protagonisti: Mourinho contro Guardiola, Eto’o contro Ibrahimovic, Maicon contro Dani Alves. Scende in campo – aggiunge Repice – il meglio del calcio mondiale. Inizia Inter-Barcellona.

Una vita fa?

Sembra una vita fa, ancora di più oggi che le emozioni dello sport sono temporaneamente lontane dalle nostre vita, siano quelle del calcio o di qualsiasi altro sport. Eppure non è passato “così tanto” tempo. Sono passati appena dieci anni da quella sera di Inter-Barcellona. Certo, sportivamente, dieci anni equivalgono a una carriera. Ma qualcuno dei protagonisti di quell’Inter-Barcellona, come Messi, Ibrahimovic, Balotelli o Busquets, anche quest’anno ha calcato l’erba di San Siro. Per ricordarci che, in fondo, non è passato così tanto. Eppure. Sarà il rapido declino che ha subito l’Inter nelle stagioni successive (un anno vissuto di “rendita” e poi tante delusioni) o il fatto che quella sia stato l’ultima coppa europea vinta da una squadra italiana. Sarà che ci si ricorda di quella squadra come l’ultimo baluardo di un calcio “antico”, reattivo, che ha lasciato quasi definitivamente spazio all’idea del “gioco di posizione”. Reso celebre proprio da Guardiola, con quel Barcellona che è stata la squadra più forte del nuovo secolo; ma che quella sera, da San Siro, uscì sconfitta.

Così, in questo periodo di astinenza forzata, può essere interessante tuffarsi nel passato e cercare di riordinare i ricordi che abbiamo di quella squadra irripetibile (che infatti non potè ripetersi negli anni successivi), proprio a partire da quell’emozionante notte di aprile…




Il 4-2-3-1

I numeri nel calcio moderno contano relativamente, è vero. Pure per quell’Inter, che pure non cercava nel palleggio la propria identità, la fluidità in fase d’attacco era quasi la norma. Ciò nonostante, tutti ricordiamo quella squadra schierata secondo lo schema 4-2-3-1, con Cambiasso e Thiago Motta davanti alla difesa ed Eto’o largo sulla fascia destra. Eppure le partite che giocarono così non furono molte. Fu, quella di Mourinho, una scelta tutt’altro che improvvisata o estemporanea. Per uno che ad ogni suo giocatore, prima delle partite, consegna un foglietto con vita, morte e miracoli dell’avversario che si troverà di fronte, l’improvvisazione non esiste. Ma fu una scelta riservata a determinati contesti, soprattutto europei. Nata qualche settimana prima di quell’Inter-Barcellona.

Perché cambiare modulo

Era quello uno schema che, rispetto al più usato 4-3-1-2, permetteva una copertura più efficace degli spazi in fase difensiva. Ma, soprattutto, la possibilità di aggredire più rapidamente il campo aperto. Una possibilità che nel campionato italiano, con gli avversari chiusi a difesa della propria metà campo, non si verificava mai. In quei contesti era molto più utile avere tre palleggiatori in mezzo al campo e due attaccanti vicini all’area di rigore. L’ampiezza potevano tranquillamente coprirla i terzini, liberi da grossi compiti difensivi. L’altro vantaggio del 4-2-3-1 era la possibilità di riaggredire, in determinati frangenti, gli avversari, una volta perso il pallone in fase d’attacco. Con più uomini in zona palle, bastava alzare anche uno dei due mediani in pressing, per rallentare un potenziale contropiede o per riconquistare subito il pallone. Una strategia certamente più rischiosa, ma, giocando contro le squadre più forti d’Europa, qualche rischio in più bisognava pur prenderselo. Certo, senza due centrali come Lucio – uno dei più veloci nei recuperi in campo aperto – e Samuel – uno dei più forti al mondo nel leggere gli anticipi – sarebbe stato un rischio troppo grosso in caso di pressing saltato.

Un blocco unico

Inter-Barcellona ha inizio. Che il 4-2-3-1 non fosse il modulo abituale per l’Inter del triplete lo si capisce dalla grafica dell’UEFA. Al momento della presentazione delle formazioni, sullo schermo appare un’Inter schierata con il 4-3-1-2. Eto’o e Milito come coppia d’attacco, Sneijder sulla trequarti e un Pandev fuori ruolo, interno sinistro nei tre di centrocampo. In realtà, Milito era l’unica punta. Alle sue spalle, da destra a sinistra, Eto’o, il 10 olandese, e Pandev. Mourinho, ancora nella sua versione piaciona – elegante, sbarbato – si accomoda in panchina, ma si vede che è su di giri. Non starà fermo molto. Oggi lo si vede spesso coi capelli brizzolati più sbarazzini, un po’ afflosciato nel suo posto; lo sguardo più accomodante, solo un po’ inficiato dall’immancabile angolo delle labbra un po’ sollevato, in segno di perenne disappunto. Quella sera no. Quella sera era ancora il Mourinho presuntuoso. Il ragazzino che provoca tutti, con la battuta sagace già pronta, per freddarli appena questi reagiscono. La coreografia sugli spalti indica la strada: c’è un enorme cartello autostradale che indica Madrid – la sede della finale – e una scritta: andiamoci insieme.

La dottrina Mourinho

“Insieme” è una parola fondamentale per capire l’Inter di quella stagione. Quello che fa davvero la differenza, oltre al talento dei giocatori, alla carica dei tifosi, alla sagacia tattica dell’allenatore, è la capacità di Mourinho nel compattare l’ambiente. Con la dialettica, le tensioni provocate e poi scaricate su se stesso, la sindrome da accerchiamento del “vinciamo contro tutto e tutti”, le provocazioni ai suoi stessi giocatori – il fatto di essere, per tanti di loro, al momento “ora o mai più”. Gli undici in campo e quelli in panchina. Quelli rimasti in tribuna. I tifosi, sugli spalti e a casa. I magazzinieri, i dottori, i giardinieri, i dirigenti sono tutti coinvolti. Un blocco unico che si sente, davvero, davanti a un traguardo sportivamente storico. Gli unici che possono mettersi in mezzo tra quella squadra e la Storia sono proprio loro: i giocatori del Barcellona. La squadra in quel momento più forte del mondo, che schiera Messi, il giocatore più forte del mondo. Ma durante i mesi trascorsi sulla panchina dell’Inter, Mourinho ha inculcato un’idea nella testa di tutto il mondo interista: insieme vinciamo noi. Vale per Inter-Barcellona di quella sera, ma non solo.

I primi minuti di Inter-Barcellona

Negli occhi di tanti tifosi sono rimaste le immagini del match di ritorno. La sconfitta – vincente – per 1 a 0, dopo un’epica resistenza. In 10 per quasi tutta la partita, con il Camp Nou che spinge i giocatori blaugrana verso la “remuntada”. Una partita preceduta da slogan, polemiche e tensioni, e finita con i giocatori interisti esultanti sotto il getto degli innaffiatoi del campo, fatti partire per dispetto, ma che finiscono per dare un tocco in più al party nerazzurro. Novanta minuti in cui tutti sembrano al massimo della tensione, tranne i dieci dell’Inter in campo. I loro volti esprimono solo determinazione e convinzione. Solo in due momenti si legge qualcosa di diverso nei loro sguardi. All’ingresso in campo, mentre si guardano intorno e il Camp Nou sembra debba esplodere da un momento all’altro. E negli ultimi cinque minuti quando, dopo il gol subito e stremati dalla strenua difesa, comprensibilmente, un po’ di paura serpeggia. Ma per capire come giocava quell’Inter, è più giusto riguardare la gara d’andata, Inter-Barcellona, giocata alla pari e partita, 11 contro 11, sullo zero a zero.

Il piano gara

Era, quella, una squadra che sapeva esattamente cosa fare e come farlo. Il piano gara degli uomini di Mourinho è chiaro sin dall’inizio: non staranno a guardare. Stanare l’avversario, chiuderlo, spaventarlo, colpirlo. Il calcio di inizio è per l’Inter. Milito tocca a Sneijder, che invece di passarla indietro come si fa solitamente, allarga a destra per Eto’o. Il camerunense punta subito avanti, attacca lo spazio alle spalle del terzino brasiliano Maxwell, uno degli ex di giornata. La giocata esce male, Eto’o si allunga troppo la palla, che finisce in fallo laterale. Ma vale come un avvertimento: guardatevi le spalle.

Dalla rimessa laterale nasce una palla lunga, sulla fascia sinistra. Lucio è fuori tempo e Ibrahimovic scappa alle sue spalle. Arriva Samuel, che senza troppi complimenti, lo ferma con le cattive, colpendolo sullo stinco destro. Lo svedese si rotola a terra, l’arbitro redarguisce il centrale argentino, Busquets gli si avvicina, come d’abitudine, per mettere pressione. Ma il messaggio è stato recapitato: caro Zlatan, stasera per te sarà dura. Il cronometro di Inter-Barcellona segna 30 secondi. I catalani battono la punizione. Fanno girare palla secondo il loro stile paziente. Poco dopo trovano un po’ di spazio sulla sinistra, con Maxwell che va al cross. In mezzo all’area Ibrahimovic non trova lo spiraglio giusto tra i due centrali dell’Inter. Anche questo fa parte del piano gara: chiudere gli spazi centrali, dirottare il gioco dei catalani sulle fasce, il metodo meno efficace che hanno per rendersi pericolosi.

Come attaccava quell’Inter

Quell’Inter-Barcellona è l’esempio migliore della fase offensiva di quella squadra.

L’Inter gestisce il primo pallone dopo un minuto e 20”. Lucio va subito in verticale, a cercare Milito. Vicino a lui ci sono subito Sneijder ed Eto’o, ma il lancio per l’attaccante argentino è fuori misura. Sulla respinta della difesa il centrocampo è corto e aggressivo. Cambiasso recupera palla e prova velocemente il lancio in profondità sul taglio di Pandev da sinistra. Il piano gara in fase offensiva è quello: sfruttare gli spazi lasciati dal Barcellona quando attaccano loro, verticalizzando rapidamente o cercando subito Sneijder tra le linee. Oppure riaggredire subito sulle palle perse, per colpire gli avversari mentre questi cercano di ripartire: è così, ad esempio, che arriveranno il secondo ed il terzo gol.

La squadra è asimettrica, in fase offensiva. A sinistra Pandev dà ampiezza, coperto alle spalle da Zanetti: il lato destro del Barcellona è quello in cui gravita Messi. Meglio presidiarlo con più cautela. A destra invece Maicon agisce, come da abitudine, come attaccante aggiunto. In quegli anni il terzino brasiliano è inarrestabile: che rientri verso il centro cercando lo scambio con gli attaccanti o la conclusione o che cerchi il fondocampo e il cross teso a centro area, è il fattore che, insieme alle verticalizzazioni di Sneijder, regala imprevedibilità all’attacco dei milanesi.

Eto’o si accentra quasi subito quando l’Inter ha palla, in quello che – nel gergo attuale – chiameremmo mezzo spazio di destra. Milito si defila in quello di sinistra, da dove può rientrare, col destro, verso la porta. I movimenti dei due attaccanti tolgono pressione centrale a Snejider, che può toccare molti palloni anche senza rientrare troppo alla ricerca di spazio.

Un Barcellona senza spazio

Eppure nelle due partite del girone eliminatorio la sua superiorità era parsa evidente, ben oltre i risultati. Ma la sera di quell’Inter-Barcellona è tutto diverso. I catalani non riescono a prendere le misure. In fase offensiva, trovano pochissimo spazio. Pandev ed Eto’o rientrano sulla linea dei centrocampisti. Milito disturba, in solitaria, il possesso palla dei difensori. Sneijder copre le linee di passaggio centrali. I blaugrana cercano spesso la verticalizzazione tra le linee, ma appena un loro giocatore riceve spalle alla porta, si alza la pressione. A turno, Thiago Motta o Cambiasso, Samuel o Lucio e, qualche metro più avanti, lo stesso Sneijder, aggrediscono il giocatore blaugrana prima che possa girarsi o pensare alla giocata.

Ibrahimovic è isolato. Quanto a Messi, nessuna gabbia, ma una sequenza di duelli individuali e di raddoppi estenuanti: anche per lui diventa difficilissimo trovare il tempo per la giocata giusta. Torna spesso indietro, in quella zona di campo sul centrosinistra che, all’epoca, era la sua preferita. È un Messi ancora sbarbato, che emana talento ad ogni tocco. Più mobile di oggi, ma forse meno cattivo agonisticamente. Con la maglietta arancione che sfoggia il Barcellona quella sera, assomiglia più a uno dei protagonisti del manga Holly e Benji che al campione che è. Sempre alla ricerca di una giocata fuori dal normale, sempre a sbattere contro il pressing di Pandev, il piede di Thiago Motta, il gambone di Zanetti o la grinta di Samuel. Inter-Barcellona non sarà la sua partita.

Un’Inter diversa

Quella di Inter-Barcellona è una squadra molto diversa da quella che gioca abitualmente in campionato. Poche volte si vedrà il 4-2-3-1 in campo nazionale. Contro gli avversari italiani, che aspettano l’Inter difendendo la propria area, i nerazzurri mantengono di più il possesso di palla. Schierano tre centrocampisti, di cui uno resta sempre in copertura o come appoggio per la manovra, e gli altri due – alternativamente – appoggiano le azioni d’attacco. Ognuno in modo diverso. Lo fa Motta, ordinando i compagni e disordinando gli avversari con il suo gioco di prima che lo porta spesso a ridosso dell’area (emblematico il suo inserimento durante il derby d’andata). Lo fa Stankovic, con le sue fiammate e le conclusioni da fuori area (vedi sempre, a titolo d’esempio, il quarto gol al Milan). Lo fa Cambiasso, con i suoi inserimenti “fantasma” nel cuore dell’area (il gol nell’andata degli ottavi di finale contro il Chelsea, tanto per citarne uno). E lo fa Sneijder, che nelle partite di campionato agisce più da regista, tornando spesso indietro a prendere palla per gestire la manovra, liberare spazi centrali e associarsi ai compagni.

L’Eto’o commovente che ripiega fino ai limiti dell’area di rigore non è cosa da tutte le settimane. Nonostante non faccia ovviamente mancare mai l’applicazione e il sacrificio. E se il piano gara solito non bastava, c’era Mario Balotelli. Nella notte di San Siro fu l’unico a uscire tra i fischi, a causa del suo atteggiamento e dei suoi gesti, ma durante la stagione fu spesso un fattore importante per scardinare le difese avversarie. Era un Balotelli sfrontato e un po’ bulletto, ma tremendamente efficace: vario nelle soluzioni tecniche che aveva per colpire, dinamico nel cercarsi spazi e palloni giocabili, cinico sotto porta. Un Balotelli così, forse, si è rivisto solo – a sprazzi – con la maglia della nazionale.

Una stagione irripetibile

Oltre a Inter-Barcellona del 20 aprile, ci sono altre partite di quella stagione rimaste nella memoria dei tifosi. Come Inter-Siena, finita 4 a 3 dopo che i toscani a 2 minuti dal 90° erano in vantaggio 3 a 2. O la trasferta di Kiev, con i nerazzurri virtualmente eliminati dalla Champions League, che ribaltano lo svantaggio di 1 a 0 nei 5 minuti finali. O il derby di ritorno, vinto per 2 a 0, in dieci uomini, con Julio Cesar – anche lui tra i protagonisti insostituibili di quella squadra – che si toglie la soddisfazione di parare un rigore a Ronaldinho.

Partite irripetibili, vinte a volte solo per aver avuto un guizzo in più, per aver saputo dosare le forze o soffrire al momento giusto. Quel quid che una squadra riesce a tirare fuori se ha le qualità giuste, ma, soprattutto, se ha quell’unità di intenti e quella convinzione nei proprio mezzi – anche con pochi secondi a disposizione – che per l’Inter di quell’anno rimandano a un solo nome: José Mourinho.

L’aver creato un ambiente così unito e così compatto, così concentrato e ambizioso, è il fattore decisivo. Quello che si rivela ancora più fondamentale quando l’Inter si ritrova a tre passi dalla Storia, da compiere nel giro di soli 17 giorni. Il 5 maggio la finale di coppa Italia, contro la Roma che darà filo da torcere anche nella corsa Scudetto, fino all’ultima giornata; il 16 maggio, con l’ultima giornata e il gol di Milito – già a segno nella finale di Coppa – che regala la vittoria del campionato ai nerazzurri; e il 22 maggio, con la finale di Champions League al Santiago Bernabeu di Madrid.

Appuntamento con la Storia

L’immagine di Mourinho che, al fischio finale della vittoriosa trasferta di Siena, manda un bacio al cielo e scende negli spogliatoi, lasciando ai giocatori la scena e i festeggiamenti, è emblematica della ferocia e della consapevolezza di quella squadra: abbiamo vinto, ma io vado a pensare al Bayern Monaco; perché il bello deve ancora venire.

Quella di Madrid non è una grande partita. Dopo una stagione in cui il gioco dei nerazzurri è stato molto più brillante di quanto non ci si ricordi a distanza di dieci anni, la partita decisiva è quasi giocata sotto tono. La partita a scacchi tra i due allenatori si delinea sin dall’inizio in favore del portoghese. Van Gaal si ritrova a fare la partita suo malgrado: sebbene il tecnico olandese sia legato alla manovra e al possesso palla, quella sera avrebbe lasciato volentieri il pallino del gioco in mano all’Inter. Che invece aspetta e non si scompone. Disordina un paio di volte la difesa dei bavaresi e, alla prima vera occasione, colpisce. Manco a dirlo, lo fa con Milito, sfruttando la fragilità dei tedeschi nella zona centrale. Il resto va secondo copione.

C’è spazio per un po’ di sofferenza, perché Robben è un campione e le prova tutte. Ma, anche qui, come in semifinale contro il Barcellona, quando sembra che la favola debba finire, spuntano le punta della dita di Julio Cesar. Il raddoppio arriva quasi per inerzia, sempre – ovviamente – con Diego Milito.

La fine del romanzo

Raccontando di quella sera, i giocatori nerazzurri ripeteranno tutti la stessa cosa: non potevamo perdere. Oppure: sapevamo che avremmo vinto. E ancora: una volta arrivati lì, eravamo convinti che la Champions non potesse sfuggirci. Parole diverse per raccontare, ancora una volta, la dote più grande di quella squadra: la forza mentale.

Come i grandi libri e le grandi avventure, anche quella dell’Inter del triplete è una storia fatta di tante piccole storie. Ed è un’impresa che si compie con continuità, programmazione, talento, organizzazione; anche se poi, nella memoria, rimangono sempre gli highlights. Non ci si ricorda spesso di come quella fosse una squadra che, ad ogni partita, metteva in atto un piano gara sempre perfettamente calibrato per far risaltare i difetti degli avversari e coprire i proprio punti deboli. Non ci si ricordano l’ordine tattico o i tanti gol arrivati grazie al lavoro fatto quotidianamente negli allenamenti. Ma dietro a quei risultati, c’erano anche quelle cose. Culminate nella sera di Inter-Barcellona, esattamente dieci anni fa, con la partita in assoluto più bella dell’Inter di Mourinho.

Un epilogo talmente bello, che il portoghese capì subito essere irripetibile. E infatti se ne andò la sera stessa, chiudendo con un piccolo tradimento una storia incredibile. “Se fossi tornato per festeggiare con la squadra a San Siro, non me ne sarei poi più andato. Invece avevo deciso di firmare con il Real Madrid”. Dev’essere un appassionato di cinema, Mourinho. Sa che i sequel difficilmente hanno lo stesso successo degli originali. Fu così anche per quella squadra.

Il Capitano non abbandona la nave

In uno dei momenti più difficili di quella stagione, quando la partita decisiva contro il Siena non si sbloccava, il Capitano, Javier Zanetti – testimone più di tutti di trionfi, cadute, delusioni atroci e rinascite – a trascinare il pallone sui piedi di Milito, per il gol decisivo. Lui, il Capitano, è rimasto lì, per il sequel e anche per le brutte copie e gli spin off che si sono susseguite negli anni successivi. Ora, dieci anni dopo, è ancora lì, in un’altra veste, per provare a rinverdire i fasti di quella squadra. Che sembra così lontana nel tempo, ultimo baluardo di un calcio diverso da quello attuale. Così lontana che, nonostante siano passati appena dieci anni da quell’Inter-Barcellona, è già contornata da un’aura di leggenda.

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