«L’Arte dell’Acqua», o le voci delle donne. Intervista ad Antonella Cilento

La scrittrice napoletana ci racconta la genesi delle donne dei suoi romanzi

«Le ore passarono senza che il poeta le notasse: ecco le svolte che mai avrebbe immaginato, i personaggi che mai avrebbe creato, le avventure che nei suoi scritti morivano posticce, da Morfisa narrate con colore e sveltezza. Più lei raccontava, più lui s’illudeva di poter riprodurre ciò che udiva e si disperava di non aver con sé né carta né stilo.»

Edmund Dulac, "La sirenetta". Illustrazione realizzata per le "Fiabe" di Hans Christian Andersen, utilizzata come copertina del romanzo "Morfisa o l'acqua che dorme" di Antonella Cilento

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Ho avuto il piacere di parlare di donne con la scrittrice Antonella Cilento.

Nata a Napoli, città dove vive attualmente, nel 1970, Antonella colleziona un vasto numero di pubblicazioni, tra cui racconti, scritti teatrali e oltre tredici romanzi, come Isole senza Mare, Neronapoletano, La madonna dei mandarini, Napoli sul mare luccica. Con Lisario, o il piacere infinito delle donne (Mondadori), è stata finalista al premio Strega 2014 e ha vinto la 34° edizione del Premio Boccaccio. Dirige ormai da 26 anni un corso di scrittura creativa a Napoli, Lalineascritta, e il suo ultimo romanzo, Morfisa o l’acqua che dorme (Mondadori), è un’opera lisergica, un incontro al bivio tra realismo, storia e magia, caratterizzato da uno stile praticamente inedito nel panorama italiano, un romanzo che ricorda i giochi picareschi di luce ed ombra del Satyricon petroniano e che rievoca i voli di streghe e le catastrofi demoniache del Maestro e Margherita di Bulgakov, un’opera dove grande protagonista è l’atto del narrare, che vive, sopravvive e percorre le epoche della storia e i destini umani, esorcizzato dalla voce femminile. Ma ciò che più risalta in questo arazzo che sfida il tempo è la molteplicità delle storie di donne che tentano, a tutti i costi, di raccontarsi e di lasciare una traccia nella Storia, depositando le testimonianze di vite vissute tra le pareti della violenza maschile.

Margaret Atwood avrebbe detto “Noi [donne] eravamo quelle di cui non c’era traccia sulla carta. Vivevamo tra i margini bianchi delle pagine stampate. Vivevamo nei vuoti della Storia”. In un’epoca come la nostra, in cui la carta stampata urla la vita e canta la Storia di donne come Morfisa e Lisario, che si liberano dalla penna di Antonella Cilento, è giusto che se ne racconti la genesi. In questa intervista, d’altra parte, ciò che ho voluto fare è stato dialogare con Antonella delle donne dei suoi romanzi, specialmente di Lisario e Morfisa, discutendo con lei sul ruolo dei personaggi femminili in letteratura e sulla narrazione come libera forza dell’immaginazione, che può anche (e deve) diventare rifiuto del silenzio.

Antonella, la copertina di Lisario, o il piacere infinito delle donne, presenta la donna di un dipinto di Dino Valls dal viso sfregiato, che si nasconde dietro una tela squarciata. Quello squarcio sembra essere una vendetta per lo sfregio ricevuto. La copertina di Morfisa o l’acqua che dorme, invece, suo ultimo romanzo, rappresenta la sirena di Andersen disegnata da Dulac in uno scenario orientale, che osserva il principe avvicinarsi. Due donne che sembrano unite dal silenzio. Eppure, sia Lisario che Morfisa scrivono, comunicano tramite i loro scritti. Morfisa, addirittura, influisce sui sogni, e sembra essere in procinto di scrivere un trattato eretico sul culto dell’Acqua. C’è, secondo lei, una connessione tra silenzio e scrittura?

Sicuramente il lungo silenzio delle donne ottenuto con la forza da millenni di cultura patriarcale è la ragione ufficiale del silenzio di Lisario, cui le corde vocali sono recise durante un intervento al gozzo mal riuscito per volontà del padre. Anche Morfisa, benché parli eccome oltre a scrivere, subisce il destino delle donne: il patrigno l’ha esiliata a far miracoli in una grotta, è nata da uno stupro in mare, cerca di tramandare un’arte tutta femminile e pagana che è ormai prossima a scomparire, la magia dell’acqua e delle storie.

Per certi aspetti questi due romanzi dichiarano la natura della scrittura: dar voce a ferite antiche che impongono il silenzio. Da sempre alle donne, anche alle generazioni recenti come la mia, ricevono un insegnamento di silenzio: pensa prima di parlare, sii modesta, non essere inopportuna. Ma, come dice Morfisa, la modestia è una virtù che piace solo “ai monaci caconi Longobardi”. Se è vero che quando scriviamo entriamo nella regione del silenzio, di fatto inventando rendiamo sonora la nostra anima, e per scrivere bisogna fare sogni grandi. Da quello spazio che ti è stato sottratto, dove abitano le nostre paure più profonde e innominabili, le paralisi, le ossessioni, viene il suono personale della parola che chiede ogni giorno di essere allenata, o perde la strada lungo il labirinto che noi stesse siamo.

 

Per lei, scrivere rappresenta di per sé un atto di resistenza e di sopravvivenza? E come è nato il suo studio su personaggi femminili oppressi dalla violenza e dal silenzio degli uomini che le circondano? 

Sì, scrivere è resistere o meglio sopravvivere: alla notte, alla paura della morte, al buio. Si raccontano, da sempre, storie attorno a un focolare per questo, per aspettare che venga giorno e per svelare i segreti diurni del pericolo, poiché le storie ci avvertono sugli inganni dell’umanità e i suoi mostri. Lisario, Morfisa e, prima, Aquila in Isole senza mare sono donne che rinascono, anzi la ribellione è graduale: Aquila da ricca diventa povera, esule e prostituta, sbaglia uomo, sta per uccidersi e invece riparte verso casa; Lisario da muta s’inventa scrittrice, le viene imposto l’uomo sbagliato, trova quello giusto e diventa sposa e madre in esilio lasciando alla figlia l’arte della vendetta; Morfisa è una dea: un’immigrata e una disabile, diremmo oggi, eppure possiede la libertà della trasformazione, del sogno e della visione. Lisario e Morfisa hanno in comune una feroce ironia, che è l’unica arma contro le violenze e le debolezze degli uomini, Perché la violenza è sempre una debolezza. Diciamo che, nel tempo, che abbia scritto di personaggi maschili (lo Zummo di Una lunga notte) o femminili (la Elide di Neronapoletano) o di personaggi con un lato femminile marcato, poiché protagonisti o personaggi secondari omosessuali sono in tutti i miei libri, credo di aver sempre dato voce alle mie due identità: l’androginia di chi scrive credo sia indispensabile alla creazione.

 

Morfisa è una donna sapiente, come poteva esserlo Trotula, la medichessa salernitana vissuta nel XI secolo, o Ildegarda di Bindgen, con le sue visioni. È una creatura ibrida e al contempo deforme, capace di trasformarsi, è donna divina, santa protettrice vivente e sacerdotessa pagana al tempo stesso, ha un’inesauribile capacita narrativa e scrive precetti per le sue Apostole. Cosa l’ha ispirata a costruire un personaggio immaginario come quello di Morfisa? Ci sono personaggi letterari o storici che l’hanno aiutata a costruire questo personaggio? 

Trotula e Ildegarda sono sicuramente parte dell’immaginazione che è alla base di Morfisa, così come la Marfisa nera e armata di Ariosto. Ma la realtà è che una dea madre, ragazzina e vecchia, dispettosa e saggia raramente è stata rappresentata in letteratura: le donne forti cominciano da poco ad avere spazio nei romanzi senza che il loro destino sia segnato dagli uomini o da un confortante rientro in una categoria nota e gestibile (spose, madri, sante, prostitute). Morfisa abita un mondo ultra umano, forse è l’ultima dea di un antico matriarcato, forse è solo la fantasia ossessionata del poeta fallito Teofanès a vederla così; o forse la verità è che Morfisa è talmente se stessa che non può e non vuole somigliare a nessuno, è la fonte che abita in ognuno di noi non ancora intaccata dalla società, dalle convenzioni, dai falsi obblighi.

 

Lisario e Morfisa vengono da epoche distanti tra loro, sebbene abitino la stessa città. Presentano tutte e due una menomazione che le accomuna. Lisario Morales é ridotta al silenzio da un grossolano intervento di chirurgia, Morfisa invece nasce storpia, non può usare i propri piedi. Eppure entrambe attuano una loro personale forma di resilienza contro il loro corpo, che le vuole relegate all’incomunicabilitá con il mondo esterno. Inoltre, sia Lisario che Morfisa devono si trovano ad obbedire alle leggi dei padri. Possiamo trovare una connessione tra la passività catatonica di Lisario e il potere di Morfisa di interferire con i destini umani attraverso i sogni? Il sonno, quello ribelle e statico di Lisario, e quello magico di Morfisa, possono essere due facce di una stessa medaglia, ovvero l’azione di due forme diverse di resistenza alle imposizioni patriarcali? 

Il corpo è diventato da sempre il campo di battaglia delle donne: il corpo delle donne è venduto, deciso, organizzato dagli uomini e dal loro immaginario. Quando Lisario dorme e fugge nella narcolessia volontaria è perché fugge un oltraggio; quando Morfisa dorme e sogna diventa quel che il suo corpo è impedito a fare, a volte un’atleta, a volte un animale libero di correre, nuotare o volare. Di sicuro entrambe rappresentano una necessità violenta nelle donne di essere libere, di essere come da sole si immaginano, fuori da ogni condizionamento: una libertà difficile da ottenere e conservare, poiché non solo la società maschile vi si oppone ma anche la società femminile che ha timore di essere libera. Far sentire la propria voce, dirsi con verità è visto con sfavore: ancor oggi se un uomo dice quel che pensa si può prendere partito rispetto alle sue opinioni, se lo fa una donna le si ricorda con un insulto spesso velato che è donna, dunque che esprime un parere di scarso valore, che si può deridere o tenere in scarsa considerazione.

 

Il protagonista di Morfisa, Teofanés Arghili, è un poeta poco ispirato, che recupera storie dai classici greci che legge e ricopia.  Per contrasto, Morfisa sembra dominare alla perfezione la sua immaginazione e ha il dono delle storie. Anzi, Teofanés va alla ricerca di Morfisa per ascoltarla raccontare storie nuove e il potere del narrare di Morfisa lo ossessionerà per tutto il romanzo. Che connessione c’è, secondo lei, tra il ruolo simbolico dell’acqua in Morfisa e la tradizione del racconto popolare, con le sue storie cicliche, infinite e intercambiabili? In altre parole, sarebbe un azzardo considerare Morfisa come una Shehrezàde napoletana? 

No, non è un azzardo, è proprio il modello di Morfisa la principessa prigioniera che deve raccontare bene le storie per salvare la propria testa notte dopo notte: il racconto popolare o un capolavoro di alta letteratura come le Mille e una notte che dal racconto popolare o orale prende le mosse narra sempre di questa prova, dir bene una storia significa salvarsi la vita, a volte. Solo che Morfisa a differenza di Turandot, per portare un altro esempio, non deve cedere all’amore per essere libera (anche se si innamora, salva e si sacrifica in parte per l’uomo che ama) e non ha una spada che punta sul suo collo: in quanto fonte naturale di storie è inseguita, desiderata, perseguitata ma di fatto a lei nemmeno importa di saper inventare. Morfisa è l’invenzione, dunque non conta per lei l’impotenza ossessiva e ambiziosa di Teofanés. Teofanés vuole avere, lei è. E come nelle narrazioni popolari la magia esiste e basta, non chiede spiegazioni.

 

Napoli, del passato e del presente, é la grande vera protagonista dei suoi romanzi, piena di viuzze, labirinti, rivolte, misteri, luci, ordinaria miseria, straordinaria bellezza. Cosa la stimola a omaggiarla ogni volta in modo diverso? Sta cercando di creare una sorta di grande affresco trasversale che attraversi le epoche?

Napoli è il luogo dove abito, dove sono nata, dove lavoro. Sono permeata dal suo immaginario e per non esserne oppressa (la tradizione letteraria napoletana è immensa e condizionante) me la reinvento. Sì, un grande affresco è in fondo il modello cui penso quando scrivo: penso sempre di disegnare le mie storie perché da bambina disegnavo prima di scrivere ma credo che con le epoche della storia napoletana per ora ho chiuso, o chissà. Essere considerati scrittori napoletani, lo diceva tanti anni fa ormai Fabrizia Ramondino, è una sorta di limite in Italia, così come essere scrittrici, cioè donne che scrivono. Tuttavia, non rinnego le mie radici né ne sono schiava: ho il mio uovo, come Morfisa, e spesso canta…

 

Crede che quella carica di misticismo e di paganesimo che lei descrive nei suoi romanzi sia ancora rintracciabile tra i vicoli della Napoli che lei conosce oggi?

Sì, Napoli è rimasta pagana più che cristiana: tratta i santi come lari familiari, si rivolge loro come a parenti, bacia le immagini in strada toccando il vetro come accade ancora in Oriente, crede ai segni e alle leggende: se Napoli non fosse ancora così intimamente pagana non avrei potuto scrivere Morfisa. La salita a Monte Vergine dei femminielli è una tradizione ancora vivissima. E’ la nostra potente radice greca, che intride i pensieri di fatalismo e che ci fa ridere della morte e dei mali. Se non si fosse mescolata con la rassegnazione e l’inerzia portate da altre dominazioni ci renderebbe oggi gli eredi più prossimi dell’antica filosofia greca.

 

8) Teofanés, il protagonista di Morfisa, è omosessuale, in un’epoca in cui essere omosessuali è considerata una devianza e uno stigma sociale. Anche Michael Sweerts, uno degli antagonisti presenti in Lisario, è un pittore olandese omosessuale, ispirato a un pittore fiammingo realmente esistito, ossessionato dal suo amore per Jacques Colmar, suo collega pittore. Entrambi questi personaggi, Teofanés e Michael, vivono la propria sessualità in modo inquieto. Teofanés ha un amante a Bisanzio, Costantino, il quale decide di reprimere la propria sessualità diventando un teatino; Michael Sweerts decide di ovviare agli istinti omoerotici con la religione e il pellegrinaggio missionario. Eppure, come emerge anche dai suoi romanzi, la cultura partenopea è rinomata per i suoi elementi evocativi di una sottocultura queer ante litteram.  Abbiamo la covata dei femminielli, descritta da Curzio Malaparte ne La Pelle e rimessa in scena da Özpetek nel suo recente Napoli Velata, abbiamo la matrigna della Gatta Cenerentola di De Simone, o il culto di Mamma Schiavona, che oggi ha assunto un vero e proprio valore rivendicativo per la comunità LGBTQI+. Secondo lei è possibile considerare questi rituali come la traccia di una comunità nascosta, una sorta di forma di resistenza per le minoranze reiette nella tradizione campana dei secoli scorsi, o se vogliamo, il tentativo di sovvertire la “norma” dall’interno?

L’antico quartiere dei Vergini, zona dedicata al recinto sacro dell’omosessualità maschile, dice di Napoli, come racconta Roberto De Simone, la resistenza al cambiamento latino, alle culture che considerano i rapporti omoerotici come pratiche con schiavi, da considerarsi segrete, private, per non dire dell’esplicita e violenta punizione inaugurata dal cristianesimo e a tutt’oggi non del tutto cancellata nella nostra società (la lotta è in corso). La tradizione greca invece ritiene l’omosessualità parte integrante e fondante della propria cultura, certo sempre su base maschile. Del lesbismo, ancor oggi, al sud in particolare, si parla pochissimo. Teofanès come Michael è un irrisolto: vive l’identità come un conflitto, ha paura e vergogna, in entrambi la paura di essere liberi si trasforma in una perversione, in un’ossesione. Potrebbero essere felici e non riescono ma per entrambi l’arrivo a Napoli, dove la sovversione della norma è potente, li mette alla prova.

 

 Lisario è ingabbiata dal silenzio, in una società che vieta alle donne di poter scrivere e leggere, nonostante lei sappia farlo. Scrive infatti un sovversivo diario epistolare, puro atto eretico per quei tempi, alla Vergine Maria, adora Miguel de Cervantes, e cade in uno stato catatonico, di irremovibile opposizione, ogniqualvolta le viene imposto un obbligo. Morfisa è, per contrasto, un soggetto agente, da sveglia come da dormiente, è una strega manipolatrice di sogni. Entrambi questi personaggi ricordano sotto certi aspetti un’altra donna della letteratura italiana contemporanea, che mi è venuta in mente preparando questa intervista. Sto parlando di Marianna Ucría, raccontata da Dacia Marini, nobildonna illuminista sordomuta nella Sicilia del secolo XVIII.

Possiamo interpretare il mutismo di una donna intellettuale del Seicento napoletano, Lisario, in un’epoca saldamente fondata sul potere maschile, come una allegoria narrativa dell’impotenza femminile, e che stride contro la violenza di genere con cui convive?

Il bel romanzo di Dacia Maraini è di certo un modello di Lisario: nel caso di Marianna però la violenza che ha sottratto la voce può e viene superata, in Lisario il danno è permanente e la scrittura segreta ed eversiva diventa l’unica strada, una strada che non sarà mai pubblica (a tutti gli effetti tanto la scrittura di Lisario quanto quella di Morfisa sono destinate a perdersi, quella di Lisario anche scoperta dal marito). La percezione dell’impotenza esiste, inutile negarlo:anche oggi, in un tempo in cui le donne sembrano vincere, l’oppressione è continua, articolata, smaccata ed occulta insieme. Lisario e Morfisa ne sono sicuramente consapevoli allegorie, ciascuna con il proprio carattere, esattamente come Marianna Ucrìa.

 

Ci sono donne che raccontano donne, e la scrittura contemporanea italiana è popolata di identità considerate “ai margini”. Penso ai suoi romanzi ma penso anche alle donne di Elsa Morante, a quelle di Michela Murgia, a Elena Ferrante, a Simonetta Agnello Hornby. Cosa tiene in vita, ancora oggi, il bisogno di ascoltare e scrivere storie di violenza e di subalternità femminile?

Mi auguro sempre che la letteratura non si limiti a identificare un problema sociale, altrimenti cessa di essere un’arte e diventa un’ispezione sociologica: le donne che si raccontano con potenza indiscutibile sono la maggioranza, ormai, piaccia o meno. Il difficile è dare loro gli stessi riconoscimenti che si danno agli uomini: se sperimenta un uomo è un genio, se sperimenta una donna non se ne parla. Certo, i grandi premi arrivano anche alle donne (era ora) ma la percentuale è ancora sfavorevole. La violenza cui si è sottoposte non deve per forza essere solo quella che tocca il corpo e le libertà sostanziali della persona, esiste purtroppo anche una violenza intellettuale, conservativa. Avendo spesso a che fare con le nuove generazioni per via dell’insegnamento della scrittura che pratico da 26 anni mi rendo conto che è sempre necessario ricordare, mostrare, dare nuova fiducia. Una rivoluzione che ha solo un secolo è ancora troppo giovane, chiede di essere proseguita e tramandata con convinzione.

 

Matteo Cardillo

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