“Io non posso entrare”. Ma questa volta è rivolto ai bambini (vivaci)

Vietare l’ingresso ai locali pubblici ai bambini vivaci. Ma è davvero questa la soluzione?

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Non bisogna confondere l’animo irrequieto dei bambini con il fattore educazione

No all’ingresso di bambini vivaci nei locali pubblici. Ovvero, no all’ingresso di famiglie con pargoli al seguito. Sembra questa l’ultima frontiera della nostra società (moderna?). Il caso di una pizzeria in provincia di Sondrio di una decina di giorni fa ha fatto discutere. Il titolare ha affisso un cartello dove in modo esplicito manifesta la sua contrarietà alla presenza di bambini maleducati (e su questo aggettivo occorre riflettere). Il messaggio è ovviamente rivolto ai genitori che nel caso non possano “sistemare” i bambini altrove hanno quattro possibilità: “Venire a Bagà senza bambini; educare i vostri figli; cambiare pizzeria; starvene a casa vostra”. E in chiusura: “Se tutto ciò non dovesse riguardarvi perché bambini non ne avete o se li avete sono educati, vi auguriamo buon appetito”. Firmato “L’uomo nero”.




Senza dubbio a una prima lettura può risultare di cattivo gusto e per molte persone in effetti lo è. Il punto della questione è l’educazione. Qual è la sottile linea rossa che divide un bambino vivace che sotto i 4 anni difficilmente riesce a stare seduto al tavolo più di mezz’ora da un bambino che urla, tira le briciole di pane e fa lo slalom tra i tavoli mettendo in pericolo l’equilibrismo del cameriere con un vassoio pieno di bicchieri?

Certamente le differenze ci sono ma non bisogna confondere l’animo irrequieto dei bambini pieni di energia e sempre in movimento (che solo chi ne ha può capire) con il fattore educazione. Il caso di Sondrio non è l’unico, anni fa anche a Roma accadde un episodio simile, con tanto di cartello appeso nel locale, tirando in ballo anche questa volta l’educazione.

Purtroppo o per fortuna questo fenomeno childfree è presente anche all’estero e non investe solo locali di ristorazione ma anche hotel, resort e stabilimenti balneari. C’è chi cerca di risolvere permettendo l’accesso in certe fasce orarie e chi invece si adegua alla richiesta di molti clienti infastiditi dal chiasso dei bambini.

Se è vero che la verità sta sempre in mezzo, è anche vero che la cosa si risolverebbe con un po’ di buon senso. Senza bisogno di attaccare cartelli o mettere avvisi. Un genitore non si dovrebbe mai sognare di portare un bambino piccolo piagnucoloso in un ristorante elegante a lume di candela. Così come una coppia giovane senza figli (che voglia stare tranquilla) non dovrebbe mai scegliere una struttura dove è presente un’area bimbi. A proposito di natura irrequieta ed educazione: l’esistenza di queste aree separate create appositamente per loro dimostrano che non è un problema di educazione ma di assecondare lo spirito infantile, che per natura è energico e ribelle.

I cartelli o gli avvisi che selezionano la clientela rappresentano sempre un modo per discriminare. E discriminare così esplicitamente l’accesso ai locali – la Storia ci insegna – non ha mai portato a nulla di buono.

Marta Fresolone

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