Io non sono morta

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DONA

Ti guardo negli occhi e mi fido di te.

I tuoi abbracci mi facevano sentire sicura, le tue risate mi rendevano felice e i tuoi gesti facevano crescere in me  la voglia di amarti. Non facevi altro che ripetere quanto i pesi del tuo cuore fossero diventati leggeri e quanta serenità provavi. E io ti amavo sempre di più. Ricordo ogni istante vissuto con te, la musica, le passeggiate, i commenti, le idee. Guardavo i tuoi occhi e mi fidavo, mi sentivo parte di te, splendevano di gioia insieme ai miei. Poi la gelosia prese il sopravvento e le nostre risate si trasformarono in grida, piene di rabbia, una rabbia che non comprendevo, ma c’era. Io, però, continuavo ad amarti. Vedevo la tua rabbia come un bisogno di attenzioni, allora ti perdonavo, perdonavo le tue offese, perdonavo i pugni, i calci e perdonavo i tuoi occhi. Le nostre giornate erano ormai diventate buie e silenziose, avevo paura di quello che ci stava accadendo, avevo paura, per questo non parlavo, ero arrabbiata, ma continuavo ad amarti. Speravo, ogni giorno, di guardarti negli occhi e non vedere più quella rabbia,  ero arrabbiata con me stessa perché non riuscivo a placarla, ero arrabbiata perché non avevo colpa, ma te la prendevi sempre con me. Ero arrabbiata perché la luce nei miei occhi si era spenta, e a te non importava. Passavo i giorni a guardare il vuoto, a convincermi che la cosa migliore sarebbe stata quella di lasciarti solo, ma non riuscivo a farlo. Mi facevi pena, eri diventato un uomo senz’anima e non potevi rimanere solo, ma eri spaventoso. Io ti amavo, ma amavo più me stessa. Volevo ritrovare la luce che avevo perso, non volevo perdere l’anima anche io… Quella sera tu eri uscito, era una delle tante sere che passavo in compagnia di me stessa, sentivo una voce dentro di me che gridava e stanca, mi scongiurava di scappare, e io non potevo farla tacere ancora una volta. Correvo, correvo per le vie della città senza una meta, non sapevo dove andare ma volevo scappare da te, io ti amavo, ma tu non più. Ad un tratto comparve davanti ai miei occhi la tua immagine, cupa, spenta e spaventosa che mi prese per mano, ma non dolcemente. Io avevo paura e non volevo venire con te, ma tu mi tiravi più forte e deciso. La gente passava e io chiedevo aiuto, sapevo cosa mi aspettava, non avevo mai chiesto aiuto, tutti guardavano la tua faccia e abbassavano la testa, eri diventato un mostro. Mi trascinavi per le scale e io le fissavo, pensavo a quante volte le avevamo percorse abbracciati, quando la tua mano mi dava sicurezza, adesso guardo anche quella e mi fa paura. Ero esausta, mi avevi riempita di pugni, ti guardavo negli occhi, tu no. Non sentivo più niente intorno a me, riuscivo a mala pena a guardare il coltello che stringevi tra quelle mani, non avevo la forza di gridare ma sentivo la lama gelata toccare la mia pelle,  ero rassegnata, altro non potevo fare se non chiudere gli occhi e sperare di non sentire più dolore… Ora che sono stesa a terra, senz’anima come te, piena di sangue, come ti senti? Come ci si sente a morire? Perché io sono qui che guardo come hai ridotto il mio corpo, poi guardo te, un corpo morto con le mani insanguinate. Io non sono morta, ma tu senza di me ora che farai? Il grande uomo che credevi di essere ora non esiste più, cosa farai?   Cammini per le strade, senza una meta, proprio come facevo io, le vedi quelle donne che manifestano? Quelle che manifestano contro i morti come te.  Avvicinati, guardale negli occhi, io sono lì a combatterti.

 

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