Iran e Arabia Saudita: la “guerra fredda” del Golfo Persico

Il recente attacco al pozzo di Abqaiq e alla raffineria di Khurais rivela un rilevante conflitto sotterraneo, la "guerra fredda" tra Iran e Arabia Saudita.

0

L’attacco alla statua d’oro con il cuore di petrolio

L’attacco missilistico che ha colpito il pozzo di petrolio di Khurais e la raffineria Abqaiq, in Arabia Saudita, ha portato a un’escalation delle tensioni nel Golfo e ha aperto una nuova fase nella “guerra fredda” tra Iran e Arabia Saudita.




Sabato 14 settembre, dieci droni hanno colpito due dei più grandi siti produttivi dell’Arabia Saudita, arrecando un danno stimato di 5 milioni di barili al giorno, approssimativamente la metà del petrolio che la monarchia saudita produce e esporta. L’attacco è stato rivendicato dai ribelli Houthi dello Yemen, che dal 2015 stanno combattendo una sanguinosa guerra con i Saud. Tuttavia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti sostengono di avere prove certe che l’attacco sarebbe partito dall’Iran, nonostante sia l’Iran che gli Houthi neghino qualsiasi coinvolgimento da parte di Teheran.

La guerra fredda spesso si riscalda a spese altrui

La guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita non riguarda solo lo Yemen, dove tra l’altro il ruolo dell’Iran viene amplificato strumentalmente dai sauditi. La guerra in Siria è stata il campo di una battaglia cruenta tra le due principali potenze mediorientali, dove a farne le spese sono stati soprattutto i civili siriani, in un conflitto che ha causato centinaia di morti. L’Iran ha appoggiato direttamente Assad (anch’egli sciita), offrendogli supporto militare e economico, ma è anche intervenuto attraverso gli Hezbollah, l’organizzazione politica e militare di matrice sciita che in Libano ha sviluppato uno stato nello stato, controllando un’ampia rete di ospedali, mense, scuole, etc.

In Siria, l’Arabia Saudita ha appoggiato le milizie sunnite fondamentaliste, i fascisti islamici da cui sarebbe poi nato l’esercito dell’Isis, seguendo un profilo di intervento che la monarchia dei Saud aveva già sperimentato in Iraq e in Afghanistan. Al contempo, l’intervento degli Hezbollah a sostegno di Assad sotto il comando iraniano è stata l’ennesima macchia d’infamia sull’uniforme dei “partigiani di dio”, che barattano il loro potenziale di cambiamento sociale e politico in Libano con i giochi di potere regionali sulla base di discutibili alleanze politiche e del settarismo religioso sciita.

Dalla Rivoluzione allo scontro tra sacerdoti e re petro-guerrieri

L’ostilità tra Iran e Arabia Saudita ha origine nella rivoluzione iraniana del 1979. Sull’onda di un grande movimento di massa formato da giovani e lavoratori organizzati negli shora (consigli operai e di quartiere), le classi possidenti e il clero sciita guidati dall’Ayatollah Khomeini deposero lo scià di Persia Mohammed Reza Pahlavi e fondarono la Repubblica Islamica Iraniana. Spodestando le istanze dal basso del popolo iraniano e instaurando un regime autoritario e repressivo su base religiosa, la classe dominante della neonata Repubblica Islamica colse l’occasione per proiettare un proprio ruolo indipendente in Medioriente, e legittimò il proprio potere proponendosi come forza anti-imperialista e anti-americana.

Sebbene la Repubblica Islamica si distinse da subito dall’Arabia Saudita, con il quale condivideva fino alla rivoluzione la funzione di avamposto statunitense, criticando i rapporti con gli Stati Uniti e la corrotta e spietata monarchia dei Saud, a infiammare le ostilità fu piuttosto il timore che incuteva nei sauditi la presenza di una potenza indipendente come l’Iran. Il gergo principale di questo scontro fu però quello religioso e settario.

Per controbilanciare l’espansione politica dell’Iran, l’Arabia saudita cominciò a finanziare scuole e imam wahabiti in Afghanistan, Pakistan e Iraq, ponendo le basi per il fiorire del fondamentalismo sunnita nella regione. L’affiliazione religiosa (sciiti, sunniti) è da allora diventato il lessico discriminante nella diplomazia mediorientale e nella propaganda delle forze politiche.

Divide et imper(ialismo)

Sebbene nessuno sembri davvero disposto a scatenare un’imponente guerra regionale, l’attacco e la propaganda virulenta di Trump contro l’Iran rappresentano un elemento di estrema destabilizzazione nella regione. La storica contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita sta canalizzando gli sforzi di Trump per scombinare le pedine nello scacchiere mediorientale. Seminando discordia, gli Stati Uniti cercano di supplire all’estromissione progressiva degli yankee in Medioriente (come dimostra l’esito della guerra in Siria), a favore di altre potenze come lo stesso Iran e la Russia.

La levata di scudi contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e delle principali potenze occidentali è un capolavoro di ipocrisia. Mentre l’Arabia Saudita semina morte e distruzione in Yemen in un’aggressione imperialista di prima categoria, con l’impiego massiccio (ed esclusivo) di mercenari da Egitto, Giordania e Marocco, oltreché di bambini soldato dal Sud Sudan, l’Iran diviene inspiegabilmente il nemico numero uno della “civiltà”. Tale ipocrisia viene subito spiegata. I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (a guida saudita) sono il quarto maggiore mercato di esportazione europea, e l’Arabia Saudita è stata dal 2014 al 2018 il più grandi importatore di armi nel mondo, un mercato molto succulento di cui giovano prima di tutto gli Stati Uniti, ma anche Francia, Spagna, Germania e Italia, e fino all’estate di quest’anno anche il Regno Unito.

Francesco Salmeri

 

 

Leave A Reply

Your email address will not be published.

Cliccando su Accetta, acconsenti all'utilizzo dei cookie e di eventuali dati sensibili da parte nostra; secondo le normative vigenti GDPR. More Info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi