Iraq: le ambizioni sulla pipeline Bassora-Aqaba

Dopo una fase preparatoria durata oltre quattro anni, il progetto per la costruzione della pipeline Bassora-Aqaba sembra essere entrato nella fase di attuazione.





A dicembre 2016 il governo iracheno ha invitato le dodici compagnie e join ventures preselezionate nel 2013 a far pervenire le offerte per il finanziamento e la costruzione del primo segmento della linea di trasmissione, che si estenderà per 350 Km da cinque nuovi giacimenti localizzati nell’area di Bassora a un hub di collegamento e smistamento a Najaf. La linea di trasmissione si comporrà di un oleodotto e di un gasdotto e, originariamente, doveva essere divisa in due tronconi principali.

Mutamenti di percorso dettati dalla sicurezza
Il primo troncone, di circa 680 Km, avrebbe dovuto collegare i campi petroliferi meridionali alla stazione di Haditha, nel nord del Governatorato di Al-Anbar, e avereuna capacità di trasmissione pari a 2,25 milioni di barili di greggio e oltre 100 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Il secondo troncone, di oltre 1000 Km, avrebbe dovuto congiungere la stazione di Haditha al porto giordano di Aqaba e, tramite la derivata D, alla raffineria giordana di Zarqa e avere una capacità di trasmissione pari a un milione di barili di greggio e oltre 100 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Tuttavia, i persistenti problemi di sicurezza nel Governatorato di Al-Anbar, la grande regione orientale a maggioranza sunnita che doveva essere attraversata dalla condotta, sembrano avere dirottato il percorso della pipeline verso Sud. Attualmente, il progetto prevedrebbe un accorciamento del primo troncone, che dovrebbe arrestarsi a Najaf senza proseguire verso Nord, e un allungamento del secondo, che costeggiando i confini sauditi dovrebbe raggiungere quelli giordani.

Mentre la prima sezione del progetto sarà finanziata tramite uno schema di Engineering, Procurement and Construction Management (EPC), la seconda sarà data in concessione tramite uno schema di Build, Own, Operate and Transfer (BOOT). La stima iniziale del costo complessivo dell’infrastruttura era di oltre 18 miliardi di dollari, ma s’è ora ridimensionata a sei.Non sono esclusi ulteriori aggiustamenti. L’inizio dei lavori è programmato per la seconda metà del 2017.

Un disegno ambizioso e articolato
Il progetto appare particolarmente ambizioso tanto sotto il profilo tattico, quanto sotto quello strategico. La scelta di limitare la prima gara d’appalto al segmento Bassora-Najaf, invece di procedere sino a Haditha, è evidentemente legata all’attuale instabilità regionale. Ma la decisione di mantenere la capacità del primo troncone a 2,25 milioni di barili testimonia l’intento del governo iracheno di ristabilire rapidamente il controllo su tutto il Paese e, quindi, ripristinare il collegamento tra gli impianti settentrionali e quelli meridionali.

Per quasi 20 anni, dal 1975 al 1990/1991, è stata la Strategic Pipeline, una doppia condotta reversible da 1,4 milioni di barili al giorno, a garantireil collegamento tra i giacimenti dell’area di Kirkuk e la Penisola araba, assicurando quindi la possibilità di indirizzare alternativamente i flussi petroliferi verso la Turchia, i terminals nel Golfo Persico o le raffinerie nel cuore del Paese. La Prima Guerra del Golfo ha però gravemente danneggiato la linea di trasmissione, che non è mai più tornata alla capacità iniziale.

Attualmente, dopo oltre un decennio di sconvolgimenti, l’Iraq appare in fase di stabilizzazione, la produzione petrolifera procede a ritmi forzati verso la meta degli otto milioni di barili al giorno fissata dal Governo per il 2020 e lo sviluppo infrastrutturale colma rapidamente le lacune del comparto petrolifero iracheno.

L’aumento della produzione ha reso prioritario e renderà sempre più necessario nell’immediato futuro il potenziamento delle infrastrutture logistiche, al fine di diversificare i mercati di sbocco. Al momento, infatti, le esportazioni sono veicolate quasi integralmente dai terminal marittimi meridionali.

La capacità della prima sezione di 2,25 milioni di barili al giorno, eccedente di oltre un milione di barili rispetto alle necessità della seconda sezione, testimonia perciò l’intenzione di ricollegare i giacimenti meridionali quantomeno con il polo petrolchimico situato nell’area della Capitale, mentre le dichiarazioni del Governo di voler ripristinare la Strategic Pipeline sembrerebbero indicare l’intenzione di riattivare in tutta la sua lunghezza la direttrice Nord-Sud. Progetto su cui però evidentemente pesa l’incognita politica dei rapporti con la realtà curda.




“Tra i due litiganti, il terzo gode”
D’altronde, solo allargando lo sguardo allo scacchiere regionale è possibile comprendere a fondo la valenza strategica dell’iniziativa. Il progetto si inserisce in una fase molto delicata della proxy war che contrappone l’Arabia saudita e l’Iran in Medio Oriente, segue di poco meno di un anno la nomina dell’Iraq a vicepresidente del summit dei Paesi Non Allineati, si interpone nelle trattative tra Tel Aviv e Amman per le forniture di metano israeliano alla Giordania e risponde, indirettamente, al taglio delle forniture petrolifere saudite all’Egitto.

Il costante aumento dell’output di greggio sta garantendo al Governo iracheno un crescente afflusso di risorse con cui stabilizzare il Paese e ricostruire una rete di rapporti privilegiati nella regione attraverso la diplomazia energetica.

Lo scontro tra le due maggiori potenze islamiche della regione, infatti, si traduce in crescenti ingerenze nelle scelte strategiche degli alleati e dei clientes, e le forniture energetiche sono gli strumenti di pressione abituali con cui si consuma questo condizionamento. Creando le condizioni ideali perché l’Iraq possa cogliere i frutti di una postura sostanzialmente equidistante tra i due contendenti mettendo nuovamente a frutto, economicamente e politicamente, le proprie straordinarie risorse naturali.

 

Enrico Mariutti

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