Iraq: continua la repressione sanguinosa contro le proteste antigovernative

L’esercito e la polizia hanno sparato sui manifestanti a Baghdad, durante la ripresa del movimento di massa che sta attraversando l’Iraq.

Le proteste hanno avuto inizio l’1 ottobre, in risposta alla repressione poliziesca di una piccola manifestazione, e si sono rapidamente estese in tutto il paese. A differenza delle proteste che hanno attraversato l’Iraq negli ultimi anni, queste mobilitazioni hanno un carattere totalmente spontaneo e interessano principalmente lavoratori e giovani dai quartieri proletari. Un atteggiamento di rifiuto totale dell’establishment politico caratterizza i manifestanti, che hanno perso qualsiasi fiducia nello stato. La repressione costante e brutale delle proteste, la corruzione dilagante a tutti i livelli dello stato e la disastrosa condizione dell’economia, con una disoccupazione allarmante, sono i principali elementi che hanno scatenato questa ondata di mobilitazioni.

La repressione è stata particolarmente dura fin dall’inizio del movimento, e nella giornata di venerdì 25 si contano almeno due morti e duecento feriti. Dei cecchini  hanno fatto fuoco sulla folla da palazzi disabitati, e si ritiene che appartengano a uomini delle milizie delle Unità di mobilitazione popolare, impiegate dietro il sostegno dall’Iran nella guerra contro l’Isis. Sebbene il governo abbia creato una commissione investigativa sulle violenze poliziesche che hanno fatto più di 150 martiri e si sia proposto di ricompensare le vittime, una tale commissione non gode di alcuna credibilità, essendo controllata da chi ha perpetrato la repressione, e molte famiglie hanno rifiutato in segno di indignazione i soldi dello stato.




La ripresa delle mobilitazioni dopo tre settimane di calma apparente è probabilmente dovuta all’esplosione delle proteste in Libano, che hanno danno nuova speranza alle masse irachene. Come la repressione del 1 ottobre ha dato vita al movimento, così questi ultimi scontri con le forze del governo potranno avere l’effetto di approfondire e allargare le proteste, per effetto dell’indignazione contro la brutalità dello stato. Dopo due anni dalla fine della guerra con l’Isis, le condizioni di vita non sono affatto migliorate, e la pazienza della gran parte della popolazione dell’Iraq ha raggiunto la data di scadenza. L’Iraq è il dodicesimo paese più corrotto al mondo, e soprattutto per i giovani iracheni, che hanno vissuto tutta la loro vita nel disastro della guerra, della povertà e della disoccupazione, lo spettacolo della corruzione dell’apparato statale è diventato ormai intollerabile.

Il carattere spontaneo e proletario delle proteste è percepibile anche dallo slancio antisettario delle parole d’ordine e dell’atteggiamento dei manifestanti. Se le divisioni religiose sono state uno strumento per controllare  le masse e per spartirsi le leve del potere, il movimento in corso sta rinnegando il settarismo e sta diventando un mezzo per esprimere le istanze della classe lavoratrice e della gioventù tanto sciita quanto sunnita. La politica ipocrita e apertamente anti-popolare del governo è quindi riuscita a rompere le barriere artificiali all’unità dal basso, e l’unica contrapposizione nella società irachena è al momento quella che stiamo vedendo nelle piazze.

Francesco Salmeri

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