Italia Donati: quando insegnare era pericoloso per le donne

Storia di Italia Donati, la cui morte portò alla luce il tema delle discriminazioni e delle violenze subite dalle donne nel mondo dell’insegnamento.

Il 31 maggio 1886 una giovane maestra di nome Italia Donati si tolse la vita gettandosi nella gora di un mulino. La vicenda accadde a Porciano, piccolo comune della Toscana, lontano dai grandi centri mediatici italiani, e sembrava destinata a restare nell’ombra. Invece, grazie a un’inchiesta condotta dal Corriere della Sera, la triste storia di Italia divenne, nei mesi successivi, un caso nazionale, in grado di suscitare pietà e orrore nell’opinione pubblica, ma anche di dare vita alle prime rivendicazioni sulle condizioni delle donne nel mondo del lavoro.

La storia di Italia Donati




Italia era una giovane di umili origine, nata a Cintolese, in Toscana. La sua intelligenza viva e curiosa fu immediatamente notata dai suoi maestri, che convinsero la famiglia a farle proseguire gli studi, nonostante le difficoltà economiche. Ottene così la patente di maestra e, nel 1883, il primo incarico, nel comune di Porciano. Ma la nuova opportunità si trasformò presto in un incubo.

L’insegnamento femminile nell’Ottocento

La professione di maestra costituiva nell’Italia di fine Ottocento uno dei pochi percorsi lavorativi accessibili alle donne. Il nostro Paese aveva da pochi decenni raggiunto l’unità politica, e l’istruzione elementare (resa obbligatoria dalla legge Casati) costituiva il canale preferenziale per conseguire anche quell’unità culturale, sociale e linguistica che ancora mancava. In questo clima di “corsa all’istruzione”, le donne iniziarono a entrare in massa nel mondo della scuola, anche per ragioni di bilancio. Lo stipendio delle maestre corrispondeva infatti a due terzi di quello dei loro colleghi. In questo modo, le istituzioni si dotavano di figure specializzate, che avevano seguito un percorso di studi adatto, alle quali corrispondere uno stipendio tutto sommato molto contenuto.

Nonostante la disuguaglianza salariale, l’accesso all’insegnamento costituì sicuramente un’occasione di emancipazione per le donne. Si trattava infatti di un lavoro rispettabile, che richiedeva una certa preparazione culturale, e che garantiva comunque delle entrate autonome, per quanto ridotte.

Il vero problema nasceva dall’organizzazione del sistema scolastico. Dai tempi della legge Casati infatti l’istruzione elementare risultava decentralizzata, e veniva gestita dai singoli comuni. Ciò, oltre a creare significative disparità territoriali (molti comuni non disponevano delle risorse necessarie per garantire un funzionamento efficace delle scuole), aveva ripercussioni anche sulla condizione delle maestre.

La carriera degli insegnanti dipendeva infatti dalle scelte dei consiglieri comunali e soprattutto dei sindaci. A loro spettava il compito di rilasciare l’attestato di moralità, condizione necessaria perché una donna potesse insegnare; da loro dipendeva l’assunzione e la successiva riconferma dell’incarico.

Le giovani maestre erano spesso donne nubili, provenienti da famiglie modeste. Il lavoro le costringeva a spostarsi dal paese di origine, e si trovavano così sole, senza nessun appoggio, alla mercé degli amministratori locali, dai cui capricci dipendeva la loro possibilità di guadagnarsi da vivere. Il rischio di essere vittime di ricatti o molestie era altissimo.

Il suicidio di Italia Donati

La giovane Italia giunse a Porciano all’età di vent’anni. Com’era consuetudine, si sottopose immediatamente al giudizio del sindaco del paese, Raffaello Torrigiani. Il primo cittadino era noto nel circondario per la sue avventure sentimentali. Un dongiovanni, come lo si definiva allora; un molestatore, come lo chiameremmo noi.

Perché Torrigiani sembrava essere abituato a sfruttare il proprio potere per minacciare le sfortunate maestre che gli resistevano. Così era accaduto all’insegnante precedente, costretta a lasciare il posto; così accadde a Italia. Il sindaco fece immediatamente pressioni affinché la ragazza si trasferisse da lui, piuttosto che prendere un alloggio autonomo. Questa locazione, insieme alla voci messe in giro dallo stesso Torrigiani a scopo di vanto, le attirarono presto i lazzi e le maldicenze dell’intera comunità.

Il corpo della donna, si dice, è sempre pubblico. Nella società di fine Ottocento, la moralità di una ragazza dipendeva quasi unicamente dal suo comportamento sessuale. Così la povera Italia si trovò presa tra due fuochi: da un lato, le molestie del sindaco, dall’altro, il disprezzo e le aggressioni dei cittadini “per bene”.

La conseguenza, alla fine, fu il suicidio della giovane.

Un gesto che non ci suona nuovo, se pensiamo a quante donne, anche in tempi più recenti, siano state letteralmente distrutte da accuse simili; o anche a quante donne subiscano quotidianamente comportamenti inopportuni, se non addirittura esplicitamente violenti, sul posto di lavoro.

L’indignazione degli insegnanti: una classe che scopre i propri diritti

Grazie all’interessamento dei giornalisti, la storia di Italia Donati si diffuse in tutto il Paese, provocando l’immediata reazione della classe insegnante. Per la prima volta nella nostra storia, questa categoria si strinse nel rivendicare maggiori tutele e diritti, specialmente per le colleghe. Si moltiplicarono così le denunce e i racconti di vicende simili, che furono in seguito raccolte da Matilde Serao nell’articolo Come muoiono le maestre.

Gli insegnanti, oltre a promuovere una raccolta fondi per sostenere la famiglia di Italia, si impegnarono a chiedere a gran voce una riforma strutturale del sistema scolastico. L’abdicazione di potere e responsabilità dallo Stato agli amministratori locali era considerata la causa principale delle violenze a cui le donne andavano incontro, mettendole nelle mani di individui dalla dubbia moralità, che agivano al di fuori di un controllo centrale.

Un problema di morale

Per l’opinione pubblica del tempo, la questione principale, naturalmente, non era tanto liberare le lavoratrici dai giudizi sulla propria vita privata, quanto salvaguardare le maestre dagli attentati alla loro virtù. E la virtù coincideva con la castità, qualità considerata indispensabile per essere una buona insegnante. I giornali parlarono di “condizioni morali difficili e dolorose” per le maestre, più che di veri e propri reati. Ciò non deve sorprenderci, se pensiamo che, fino al 1996, per l’ordinamento giuridico italiano la violenza sessuale rappresentava un crimine contro la morale pubblica, e non contro la persona.

La stessa Italia Donati, nel proprio biglietto di addio, si preoccupava più che altro di dimostrare la propria “innocenza”, e si dichiarava convinta che il suo suicidio avrebbe ripristinato l’onore familiare.

L’obiettivo di centralizzare l’istruzione elementare fu raggiunto solo nel 1911, attraverso la legge Daneo-Credaro. Ancora più lungo sarebbe stato il percorso (in parte non ancora concluso) che avrebbe permesso alle donne di riappropriarsi della propria vita privata, senza che questa diventasse motivo di giudizio nei confronti del loro operato professionale.

Elena Brizio

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