Italiani disaffezionati alla democrazia? Cosa ci dice un’indagine Ipsos

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Un’indagine IPSOS intitolata “Indagine sui corpi intermedi” realizzata per conto di Fondazione Astrid e Fondazione per la sussidiarietà ha indagato lo stato di affezione degli italiani alla democrazia.

Lo scopo della ricerca, realizzata attraverso una serie di sondaggi, era quello di procedere ad una “valutazione del sistema democratico” e di indagare l’opinione generale sul tema della democrazia diretta e riguardo l’impatto dell’emergenza sanitaria sul futuro della democrazia del nostro paese.



Ciò che emerge dai dati riportati nel report è la perdita di fiducia più che nei confronti dei valori democratici, nell’utilità delle istituzioni rappresentative che dovrebbero incarnarli, primi fra tutti i partiti politici. Un grande sentimento di fiducia, invece, è rivolto al mondo del volontariato che, sempre di più, restituisce l’impressione di porsi come rimedio alle mancanze del mondo politico.

La domanda iniziale dell’indagine era la seguente:

La democrazia ormai funziona male, è ora di cercare un modo diverso/migliore per governare l’Italia?

Il 56.2% degli intervistati ha risposto in modo affermativo a tale quesito. Il 24% si è detto “molto d’accordo” con l’affermazione, mentre il 32.2% era “abbastanza d’accordo”.

La maggioranza di coloro che considerano la democrazia un modello istituzionale in declino è incarnata da persone che hanno dichiarato di riconoscersi nel centrodestra politico o che hanno un basso interesse per la politica. Molti di questi, inoltre, hanno affermato di utilizzare il web come unica o principale fonte di informazione.

Coloro che, invece, si sono dichiarati in disaccordo con l’idea della democrazia come regime politico sorpassato sono in maggioranza studenti, pensionati, laureati e persone che si dichiarano elettori di sinistra o centro sinistra.

Se il quadro reso da questi primi dati può sembrare allarmante, è importante interpretare queste percentuali collocandole nel contesto dei numeri che emergono nel continuo dell’indagine.

Innanzitutto il 78% degli intervistati si sono detti favorevoli ai meccanismi della democrazia diretta. Una grossa fetta di questo dato è rappresentato da coloro che si erano dichiarati d’accordo con l’affermazione relativa alla necessità del superamento della democrazia.

Altri segnali positivi provengono poi dalle domande relative alla gestione della cosa pubblica e alla definizione del compito principale della politica.

Il 55% delle persone ritiene che le attività di rilevanza pubblica debbano essere gestite dallo Stato e dalle autorità locali. Un numero ancora più alto di cittadini, corrispondente al 65.8% di coloro che hanno partecipato alla ricerca, inoltre, ritiene che il compito della politica sia quello di “guidare l’intera società verso il perseguimento di un interesse generale”.

Solo il 25.9% degli intervistati ha affermato che la politica si debba occupare di “far sì che ciascun individuo e ciascun corpo intermedio possa perseguire liberamente e in sicurezza il proprio interesse personale”.

Sono molto interessanti e incoraggianti anche i primi tre concetti su cui, secondo il bacino di indagine di Ipsos, si deve basare il rapporto tra i singoli e comunità che sono, in ordine,  “responsabilità”, “legalità” e “uguaglianza”.

Questi giudizi lasciano trasparire la presenza, in Italia, di una coscienza collettiva interessata ai requisiti di un rapporto sano tra cittadini.

Per quanto riguarda le conseguenze dell’emergenza sanitaria sul futuro della democrazia gli italiani si dicono fiduciosi.

La minaccia principale alla coesione sociale nel periodo post-covid è individuata nell’aggravarsi della crisi economica con le sue conseguenze in termini di perdita di lavoro e crescita della povertà. Il 62.3% degli intervistati ritiene che questi elementi possano portare a momentanee tensioni sociali.

Le norme che limitano temporaneamente le libertà di movimento, invece, non preoccupano i cittadini. Il tema ha infiammato il dibattito sui giornali, ma la maggior parte di coloro che hanno risposto alle domande dei ricercatori non si è detto preoccupato dalla possibilità che queste limitazioni possano essere prolungate oltre il termine dell’emergenza sanitaria.

È semmai lo scontro tra governo centrale e regioni ad aver contribuito al nervosismo e al senso di smarrimento degli italiani che hanno notato come, anche in un periodo di crisi profonda, le istituzioni del paese non abbiano saputo dare prova di unità.

Il motivo di quella che poteva apparire come una valutazione negativa della democrazia sta proprio in quest’ultima considerazione.

L’impressione alla luce di tutti i dati fin qui riportati è che gli italiani diano mostra di una disaffezione all’attuale pratica politica, più che alla democrazia come sistema istituzionale e che la loro delusione sia da far risalire alla qualità dei rappresentanti e all’alto costo dei processi decisionali più che al funzionamento teorico della rappresentanza.

Se si indaga il grado di fiducia degli attori politici, infatti, si trovano al primo posto le associazioni di volontariato che registrano un grado di affezione pari al 72%. I partiti politici, invece, ricoprono l’ultimo posto di questa classifica con una percentuale di fiducia dell’11%. Bassi anche i sindacati che si trovano al terzultimo posto con una percentuale del 28%.

Secondo la maggioranza delle persone, quindi, il ruolo dei partiti e dei sindacati sarà sempre più marginale, mentre acquisirà sempre più importanza il mondo del volontariato.

Il sentimento comunitario non risulta carente dai dati forniti in questa indagine, ma i due attori sociali che avevano raccolto fino a pochi anni fa il desiderio di partecipazione sociale si rivelano sempre più incapaci di dargli voce nel mondo contemporaneo.

Le classi sociali che sembrano influire maggiormente sul giudizio negativo relativo all’attuale mondo politico sono quelle che raccolgono le persone con reddito e livello di istruzione più bassi. Questo dovrebbe far riflettere soprattutto perché, per molti anni successivi alla crisi innescata dall’emergenza sanitaria, queste classi sono destinate ad accrescere i propri ranghi.

Non solo nell’immediato futuro, a causa dell’impoverimento di molti, ma anche negli anni a seguire, quando ci troveremo a fare i conti con le conseguenze dell’aumento della povertà educativa e del tasso di abbandono scolastico.

Se, invece, ci poniamo il quesito circa l’origine del percorso di disaffezione dei cittadini italiani al modello rappresentativo, verrebbe da rispondere che ci troviamo di fronte ad un lungo cammino iniziato quando abbiamo smesso di pensare che la competenza e l’esperienza fossero i requisiti fondamentali per mandare qualcuno a fare le nostre veci in sede parlamentare. La rappresentanza funziona e ha senso quando si delega, non si cede, la nostra sovranità, che si esprime nell’atto legislativo, a qualcuno più preparato di noi in quel determinato ambito, che abbia una visione della realtà sviluppata e una sensibilità spiccata.

Il qualunquismo della retorica dell’uomo comune al comando potrebbe aver portato, senza che ce ne accorgessimo, alla sfiducia nei confronti del nostro sistema istituzionale perché i rappresentanti sono diventati lo specchio dei peggiori sentimenti e dei limiti del nostro popolo, distaccati dalla realtà in alcuni casi, troppo intenti ad inseguire il sentimento momentaneo in altri. Comunque inefficienti. La sensazione, cioè, è che l’incapacità dell’attuale classe dirigente di assumere il ruolo di guida per il resto del paese, il suo essere in questo senso percepita come “inutile”, abbia avuto dei riflessi sul giudizio relativo alle istituzioni stesse.

Silvia Andreozzi

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *