Ius Soli: un atto di civiltà

Di Zar Abdul


In Italia la questione cittadinanza, di tanto in tanto, torna ad essere argomentato di discussione perlopiù come un’arma da usare per attaccare quella parte politica che, in passato, ha timidamente provato a proporre una riforma all’attuale legge sulla cittadinanza. Tale riforma prende il nome di Ius Soli Temperato e Ius Culturae, come alternativa alla presente modalità di acquisizione della cittadinanza, che avviene per Ius Sanguinis.
Sono passati pochi giorni dagli attacchi terroristici in Francia: il primo è stato il professore decapitato lo scorso 16 ottobre, seguito dall’attentato a Nizza, nella chiesa di Notre Dame qualche giorno fa.
Quest’ultimo è stato attuato da un immigrato clandestino sbarcato in Sicilia per poi fare perdere le proprie tracce prima di arrivare in Francia.
Questo fatto ha inspiegabilmente rinvigorito le parti politiche (Meloni con Fratelli d’Italia, e Salvini con la Lega in primis) che si battono da sempre contro lo Ius Soli.
La cosa sorprendente è come si parli sempre di questa riforma associandola all’immigrazione e, in particolar modo, a quella clandestina e agli sbarchi, portando come argomento principe il fatto che, se approvata, lo Ius Soli regalerebbe la cittadinanza a chiunque, e che questo fungerebbe da incentivo a tutta l’Africa per venire in Italia.

Questo modo di fare politica fa indubbiamente leva sulle emozioni delle persone, deluse e stanche di una politica d’immigrazione fallimentare da quasi 20 anni, a causa però di una Bossi-Fini che nessuna parte politica ha ancora avuto la decenza di modificare.

La semplice verità, tuttavia, è che la proposta dello Ius Soli Temperato e dello Ius Culturae non ha niente a che fare con l’immigrazione clandestina e pochissimo a fare con l’immigrazione in sé.
La vigente legge n° 19 del 5 febbraio 1992, è una norma datata che non rispecchia per niente la società odierna a ben 28 anni di distanza dalla sua entrata in vigore, ed è da qui che nasce la necessità di una riforma urgente ormai da anni.

Che cosa prevede, dunque, questa proposta di riforma della legge sulla cittadinanza sulla quale si è fatta una speculazione incessante?

La riforma introdurrebbe uno Ius Soli Temperato nel senso che andrebbe a dare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori che sono in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Questo tipo di permesso viene rilasciato ai cittadini extra UE che sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno da almeno 5 anni e che rispettano determinati requisiti di reddito, di residenza, oltre al superamento di un test di italiano. Quindi una modalità più restrittiva rispetto allo Ius Soli puro che concede la cittadinanza a chi nasce sul territorio indipendentemente dalla provenienza dei genitori (ciò avviene ad esempio negli USA, nel Regno Unito e in Germania).
La seconda modalità di acquisizione che la riforma introdurrebbe è lo Ius Culturae, ovvero la cittadinanza ai bambini e ragazzi arrivati in Italia prima del compimento dei12 anni, e che hanno completato almeno 5 anni di percorso scolastico.

Dunque, stiamo parlando di una riforma rivolta a bambini e ragazzi che di fatto nascono e crescono italiani.
Inoltre, la cittadinanza diventerebbe così un diritto e come tale non sarebbe imposta a tutti i costi, ma un genitore avrebbe quantomeno la facoltà di scegliere se trasmettere la cittadinanza rifiutando quella italiana o viceversa, e ove possibile potrebbe decidere per la doppia cittadinanza.

Di tutte le questioni che si affrontano normalmente quando si discute sull’argomento, voglio soffermarmi su ciò viene detto di rado: cosa cambia, per chi non ce l’ha, avere la cittadinanza o meno.
Ho deciso di esporre solo 10 dei tanti motivi che fanno capire l’importanza di avere la cittadinanza.

  1. Il primo motivo è anche quello più semplice e immediato: il diritto al voto.
    Vivere in un paese per anni o nascerci, frequentare le scuole, imparare usi e costumi, lavorarci, contribuire alla società e pagare le tasse avendo tutti i doveri di tutti di cittadini, senza però poter esprimere il proprio voto è un’ingiustizia inammissibile.
  2. Il minore senza cittadinanza ha il suo destino legato a quello dei suoi genitori. Questo significa che se per qualsiasi motivo (ad esempio perdita del lavoro nel momento del rinnovo) i genitori non riescono a rinnovare con successo il permesso di soggiorno, diventerà irregolare e potrebbe addirittura essere costretto a lasciare il paese dove è nato e cresciuto.
  3. L’acquisizione della cittadinanza al compimento dei 18 anni, per chi nasce in Italia, non è n’è automatica, n’è un diritto. Raggiunta la maggiore età, infatti, lo straniero ha solo un anno per presentare domanda per diventare italiano. In questa sede oltre a dover presentare innumerevoli documentazioni, sono previsti requisiti quali la prova di una residenza ininterrotta sul suolo italiano per tutti i 18 anni, cosa che spesso esula dalla volontà di un minore che deve seguire i genitori se decidono, per esempio, di spostarsi in un altro paese per qualche mese o qualche anno. Sono inoltre richiesti redditi sufficienti a provvedimento a sé o del nucleo famigliare. Infine, come citato prima, la cittadinanza non è un diritto, ma una concessione e questo significa che anche nel caso in cui si riuscisse a presentare domanda entro l’anno è a discrezione dello Stato decidere se concedere la cittadinanza o meno.
  4. Vivere da straniero quando si è nati in Italia significa dover essere in possesso di un permesso di soggiorno che di fatto limita fortemente ciò che una persona può fare. Quando si richiede il rinnovo del permesso viene rilasciato una ricevuta da tenere nel periodo che intercorre tra la richiesta e l’emissione del nuovo permesso. Questo lasso di tempo può durare dai 3 fino ai 6 o 7 mesi. La ricevuta, tuttavia, non è valido per l’espatrio e quindi consideriamo, ad esempio, un ragazzo delle scuole superiori che sarà costretto a saltare le gite scolastiche, o un universitario che dovrà rinunciare all’erasmus, ad uno stage o qualche percorso formativo in qualche paese dell’UE.
  5. Concluse le scuole medie superiori, chi non ha la cittadinanza, è costretto dallo Stato a fare una scelta che va oltre il crudele. Scegliere di continuare gli studi significa rinunciare alla possibilità di poter richiedere la cittadinanza, perché non sarà possibile dimostrare i 3 anni di lavoro e reddito necessario per presentare la domanda. Significa che una volta conclusi gli studi non sarà possibile partecipare ai concorsi pubblici, perché la quasi totalità di essi è riservato ai cittadini italiani. Scegliendo invece il lavoro per poter richiedere in futuro la cittadinanza, significa il sacrificio dello studio e la possibile rinuncia dei propri sogni. Legare la cittadinanza (quindi ciò che dovrebbe essere un diritto) ai soldi è oltremodo ingiusto.
  6. Non avere la cittadinanza significa dover pagare dai 100 ai 200 euro ogni anno o due per rinnovare il proprio permesso di soggiorno. Situazione migliore per chi possiede il permesso di lunga durata che va rinnovato ogni 5 anni.
  7. La mancanza della cittadinanza toglie la possibilità di fare esperienze lavorative all’estero o di trasferirsi altrove. Pur vivendo nell’area Schengen, non è possibile andare a vivere in uno dei paesi che vi appartengono. In un mercato del lavoro globale come questo, tale scenario crea un danno incalcolabile.
  8. Senza cittadinanza ogni atto pubblico o privato è gravato da una più pesante burocrazia. Siamo tutti consapevoli di vivere in un paese con una burocrazia al limite del comprensibile e del paradosso, ma vivere da stranieri rende tutto questo ancora più gravoso e spesso ci si ritrova di fronte a muri e cavilli burocratici letteralmente insormontabili.
  9. Le pratiche di rinnovo del permesso richiedono tempo, oltre al denaro. Dover andare in questura significa dover richiedere dei permessi a lavoro, saltare le lezioni o perdersi appelli di esami per recarsi presso questure dove, generalmente, si subiscono trattamenti poco dignitosi.
  10. I risvolti psicologici non vengono mai presi in considerazione perché soggettivi, ma probabilmente hanno più rilevanza di tutti gli altri. Una persona che nasce o arriva in Italia da piccolissimo e vive tutta la vita da straniero spesso deve affrontare un percorso di vita fatte di crisi di identità, di rabbia, di rinunce e di vessazioni. Stadi mentali che possono destabilizzare una persona che viene messo ai margini della società e trattato da cittadino di serie b. Situazioni che possono creare il terreno fertile per giovani pieni di rabbia e frustrazioni che possono compiere atti terribili.

Alla luce di questi fatti oggettivi e dei risvolti psicologici di queste persone rimane, a mio parere, inspiegabile l’accanimento nei confronti di questi bambini e ragazzi che non chiedono altro se non essere riconosciuti per ciò che sono: italiani.
Fermo restando che una legge esiste già, impedirne la riforma serve unicamente a rendere più complicata e drammatica la vita di questa categoria di persone.
Approvare questa riforma, invece, non costerà un solo centesimo allo Stato italiano, e non porterà via tempo utile a risolvere problemi persistenti nel paese che tutti noi conosciamo; inoltre non creerà danno ad una sola persona sull’intero pianeta.
Dunque, data l’importanza vitale e l’urgenza della riforma, questa riluttanza dimostrata da parte di tutti i partiti politici in questi anni, rimane qualcosa di logicamente difficile da comprendere.

Non ci vuole un atto di coraggio per cambiare questa legge sulla cittadinanza. I coraggiosi sono ad esempio i medici e gli infermieri che ci curano esponendosi in prima persona, sono i pompieri che rischiano la loro vita per la nostra, sono gli imprenditori che lottano ogni giorno contro la criminalità organizzata rischiando tutto. Quindi no, non ci vuole un atto di coraggio.
Cambiare questa legge è semplicemente un atto di civiltà.

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