Jaguar e Land Rover: dall’India con furore

Jaguar XE (foto: Google)
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Scrivere di frivolezze come i motori dopo quello che è successo Venerdì 13 novembre (altro che Jason, il protagonista dell’omonimo film) mi suona un pò difficile, nonostante il presidente Hollande che sta facendo di tutto per far andare via in me la momentanea simpatia e vicinanza nei confronti della Francia. Ma tant’è, e allora facciamo un volo pindarico in India, creando poi un immaginario ponte con la Gran Bretagna. Perchè, vi chiederete voi?

Tata Nano (foto: Google)

Perchè nessuno si sarebbe sognato nell’anticamera del cervello, neanche il più lungimirante degli analisti economici o il più appassionato degli esperti del mondo dell’automobile che la Tata, un’azienda automobilistica indiana nota a quattro gatti ed un guru per aver prodotto e venduto in Italia pick up che avevano il potere di arrugginirsi dopo sei mesi di vita (peggio dell’Alfasud), un’ utilitaria brutta come i capelli della compianta Moira Orfei e asfittica peggio del boxer del Maggiolino, la Indica (e relativa versione station wagon Indigo, dal design sostanzialmente similare ad un combinato Ariston) e la microcar più economica (e brutta) del mondo, la Nano, potesse diventare una potenza automobilistica mondiale, comprare dalla Ford  Jaguar e Land Rover e renderle molto, molto migliori di quel che erano.

Jaguar X Type (Foto: Google)

 

Con la Jaguar poco ci voleva. Fino ad una decina d’anni fa, dalle parti di Conventry tirava un’aria davvero brutta. La XJ,nonostante fosse stata modernizzata e mantenesse l’originale fascino, era un modello vecchio e scelto da pochi irriducibili appassionati, la X-Type era un disgraziato tentativo di rendere la Ford Mondeo prestigiosa e degna del passato (quello che la Fiat da anni ostinatamente fa con l’Alfa Romeo), la S-Type un surrogato degli scarti di produzione americani (Lincoln, per la precisione) con una carrozzeria tutto sommato affascinante. Si salvava solo la XK8 (poi XK), una bella e grintosa coupè sportiva. Ma di certo non poteva fare i numeri, visti i prezzi di vendita. La Ford, che non navigava di suo in buone acque capì per tempo che o vendeva il marchio oppure lo doveva chiudere e così è arrivato il cavalier Ratan Tata a raccogliere le sorti del Giaguaro.

Jaguar XE (foto: Google)

 

Ed è stato un tifone, fin da subito. Il primo modello presentato, la XF, ha una linea totalmente di rottura rispetto al passato, un’inedito telaio ed inediti motori benzina e diesel. Raffinatezza inglese, finiture tutto sommato curate e fascino del marchio hanno reso il modello un successo (non in Italia, dove naturalmente se una vettura di lusso non è tedesca, neanche è da prendere in considerazione). E nessuno se lo sarebbe aspettato. Poi è venuta la nuova XJ, altro terremoto che ha stravolto linee immutate per oltre 40 anni, la sportiva F-Type e recentemente le nuove berline XE e la recentissima nuova XF, che hanno affinato, migliorato e (nei limiti del possibile) reso più accessibili le innovazioni mantenendo però intatti i punti cardine: linea filante, equilibrata e sportiva, uso di materiali leggeri per rendere la massa totale meno onerosa (soprattutto sui consumi) trazione posteriore, motori puliti, economi ma prestanti (i diesel, sorvoliamo sui benzina, che però sono davvero scelti e destinati a pochi), finiture eleganti in puro stile British (anche se non eccelse). E il marchio ne ha giovato in termini di immagine, attualità e floridità economica. E indipendenza, visto che, nonostante sia di proprietà di un grosso gruppo (ed Estero), mantiene stabilimenti, sede e progettazione in Gran Bretagna.

Range Rover Evoque (foto: Google)

Lo stesso discorso vale per Land Rover, che tutto sommato non navigava in cattive acque in Bmw e poi Ford grazie alla reputazione che nel tempo si erano fatte modelli come l’inossidabile Defender, la “piccola” Freelander, l’inutile Discovery e la mastodontica Range Rover (e relativa versione “sportiva” Range Rover Sport) ma che non aveva liquidità per sviluppare e pianificare il futuro. Il terremoto indiano, sempre contrariamente ad ogni pronostico, è riuscito a sostituire tutti questi modelli (purtroppo compresa la Defender, che dopo quasi 70 anni di onorata carriera lascerà il posto nel 2016 ad un modello inedito) con altri che ne hanno accentuato e migliorato le caratteristiche e a lanciare un modello folle, inedito, che ha dettato moda e che ha conosciuto un clamoroso successo di vendite praticamente in tutto il mondo: la Range Rover Evoque.

Morale della favola? Non occorre essere una nota multinazionale occidentale per compiere fortunate ed azzeccate operazioni commerciali e soprattutto basta fornire un’opportuno finanziamento economico e lasciare piena indipendenza progettuale e gestionale per far risorgere dalle ceneri un marchio condannato e farlo tornare più forte di un tempo. Capito, FCA?

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