Je suis Mila: la ragazza che voleva giocare al Charlie Hebdo

Ci sono due bambini – chiamiamoli Mila e Jamal – che all’ora dell’intervallo stanno giocando in maniera piuttosto animata. La maestra è abituata a questo genere di vivacità, perciò non interviene e si limita a tenerli d’occhio. A un certo punto però, Mila dice a Jamal: “La tua religione è una merda! Il tuo Dio, gli metto un dito nel culo…!” e Jamal – giustamente – le risponde a tono: “Tu invece sei una lesbica razzista!”, magari minacciandola pure di farle fare una brutta fine… A questo punto, chi verrà messo in punizione dalla maestra?

Probabilmente, ritenendo che entrambi si sono comportati in maniera scorretta l’una nei confronti dell’altro, la maestra darebbe la colpa a tutti e due. Non è andata così tuttavia, nel caso di “Je suis Mila”. La notizia proviene dalla Francia, e sta polarizzando le autorità politiche e religiose, oltre ad aver resuscitato l’hashtag #jesuis, sostituendo Charlie Hebdo con il nome della ragazza. Nel riportare la notizia, le agenzie di stampa italiane titolano: “La ragazza francese che non può più uscire di casa per aver criticato l’Islam”.

In questo modo, già fornendo una versione leggermente distorta dei fatti.

https://twitter.com/i/status/1218536816422334465




Innanzitutto, quella di Mila – sedicenne il cui nome sta dividendo Internet in Francia – non sembra proprio una semplice critica: affermare in video-diretta davanti al popolo di Instagram (il suo profilo è stato attualmente sospeso) che “l’Islam è una merda, giustificandosi perchè “non si tratta di essere razzista, non puoi essere razzista verso una religione”, è una bestemmia nei confronti di chi, nell’Islam, ci crede, e considera questa come un’offesa. Eppure la blasfemia costituisce reato solamente in alcuni paesi (che spesso sono proprio quelli a maggioranza islamica), dunque Mila non può essere perseguita dai tribunali francesi per ciò che ha detto. Magari la si potrebbe accusare di incitamento all’odio verso una determinata religione, ma come ha tenuto a specificare lei stessa: “Ho solo detto ciò che pensavo, è un mio assoluto diritto e non me ne pento affatto”. Concludendo poi con una risatina strafottente (e forse un poco nervosa…)

Già, perché come ha commentato qualcuno nel riportare il video su Twitter, Mila “non si rende conto di ciò che ha detto”, e dell’importanza che avrebbe assunto la questione: la sedicenne ha iniziato infatti a ricevere minacce di morte, il suo indirizzo nonché quello della scuola che frequenta sono stati diffusi in rete, e lei e la sua famiglia sono stati messi sotto scorta. In più – per ragioni di sicurezza – “Mila non potrà più andare a scuola”, come annunciano compatendola i giornali di destra francesi (e le testate italiane che fanno loro eco), quasi la ragazzina non fosse altro che l’ennesima innocente vittima di una religione spietata e intollerante, contraria a qualsiasi libertà d’espressione.

Mila non finirà mai più i suoi studi” la compiangono alcuni...


In realtà, sembra che il Ministro della Pubblica Istruzione francese Jean-Michel Blanquer abbia già annunciato una soluzione, affinché Mila possa tornare a studiare in assoluta sicurezza, e l’Ufficio del Rettorato di Grenoble ha aggiunto una presa in carico fisica e psicologica per la ragazza. Rimane però la questione delle minacce ricevute, ma soprattutto del dibattito che si è scatenato attorno al suo caso. Contrariamente a quel che traspare dai titoli di certi quotidiani, Mila non è vittima di un Islam crudele, che nega l’istruzione ai ragazzini, privandoli così di libertà e diritti. Non è nemmeno paragonabile agli attentati contro il Charlie Hebdo, che gli hashtag #jesuisMila – oppure al contrario #jenesuispasMila (io non sono Mila) – hanno richiamato in causa. I fumetti sull’Islam e Maometto di Charlie Hebdo, per quanto offensivi per alcuni, nascevano all’interno di un linguaggio di cultura satirica e intellettuale, e di cui le vignette “100 frustate se non muori dalle risate” e “Charia Hebdo” sono solo un esempio. I video di Mila, al contrario, esprimono un linguaggio d’odio volgare, scevro di arguzie e giri di parole: “l’Islam è una merda”, “il tuo Dio, gli ficco un dito nel culo”; non c’è impegno nel criticare la religione, Mila non sta difendendo alcuna libertà se non quella individuale – la propria appunto – mentre denigra la libertà collettiva e religiosa di un’intera comunità di fedeli.

Charlie Hebdo è un periodico settimanale satirico francese dallo spirito caustico e irriverente. L’azione di critica è rivolta in primis alla difesa delle libertà individuali, civili e collettive, com’è difeso il diritto alla libertà d’espressione a partire dal proprio interno: non è infatti raro che i differenti redattori si siano trovati in disaccordo su temi più o meno importanti […]  – (da Wikipedia).

A complicare la questione “Je suis Mila” poi, lo scambio di battute fra Mila e i suoi “avversari” nasce in seguito a una discussione su Instagram riguardo alle preferenze sessuali della ragazza e dei suoi follower: “Pas vraiment les rebeus” – lancia in un commento del 18 gennaio qualcuno – “Pareil pour moi, pas mon style” concorda Mila. Le “rebeus” sono in francese le donne di origine araba o maghrebina, dunque capiamo che Mila – oltre che una ragazza – sarebbe anche bisessuale: così è riuscita ad aggiudicarsi non solo la difesa da parte di chi vede nell’Islam un culto che opprime il genere femminile, ma anche le fila del movimento LGBTQI+. La storia è stata poi subito riportata dal blog Bellica (vicino all’estrema destra francese), attirando quindi persino l’attenzione di Marine Le Pen, e in seguito è stata diffusa dal sito di Libération, impegnato nella verifica delle notizie. Qui, Mila ha voluto raccontare la sua testimonianza: tutto è cominciato “un sabato in live” in diretta su Instagram, quando un ragazzo “ha iniziato a far complimenti un po’ spinti sul fisico” e a insistere per conoscere l’età della ragazza. “Non ho voluto rispondere, semplicemente perché non mi piace che mi si chieda ripetutamente quanti je suis milaanni ho” – si giustifica innocentemente la ragazza. Al che l’altro avrebbe preso a insultarla e a chiamare lei e la ragazza del commento di prima “sporche lesbiche, razziste”. Così l’argomento è degenerato nella religione, arrivando infine – dopo un susseguirsi di video su Instagram – al caso di “Je suis Mila”.

 

 


Tutto nasce da un avance respinta” cita quindi un’agenzia di stampa italiana: eppure è evidente che la questione non si limita a questo, e che “Je suis Mila” nasce innanzitutto dall’atteggiamento irrispettoso della ragazza. La libertà d’espressione (per quanto becera essa sia) è indubbiamente un diritto, anche per Mila che osa sfidare l’Islam definendolo “merda”; e il fatto che al momento lei e la sua famiglia possano rischiare ritorsioni da parte di qualche estremista islamico, motiva certamente l’attenzione dedicata alla sua vicenda da parte dello Stato. Ma come sosterrebbero alcuni, Mila un po’ se l’è andata a cercare: in effetti – “chi semina vento raccoglie tempesta” – così ha commentato Abdallah Zekri, delegato generale del Consiglio francese per il culto musulmano, criticato en revanche da Marlène Schiappa, incaricata dell’uguaglianza di genere, che ha definito tali affermazioni “inappropriate” per un leader d’opinione.


Mila, presentatasi acqua e sapone – dabrava ragazza” – alla trasmissione Quotidien nella puntata del 5 febbraio, ha voluto scusarsi per il suo comportamento, rivolgendosi in particolare a coloro che “praticano la loro religione in maniera pacifica”. Ciò nonostante, pare non rimpianga affatto le sue affermazioni. Quella che ha tutta l’aria di una disperata ricerca di attenzioni, ha dunque trovato alla fine la sua completa realizzazione.

 

Inoltre, se la maestra con cui si apriva l’articolo avrebbe punito entrambi i “bimbi maleducatiinsultatisi a vicenda, mentre le indagini relative alle minacce ricevute da Mila e la sua famiglia sono ancora in corso per identificare i colpevoli, poiché non esiste alcun reato riconducibile a ciò che lei ha commesso, la ragazza potrà continuare a studiare “tranquillamente” grazie alla soluzione del tribunale, mentre sarà forse qualcun altro, ad assumersi le conseguenze di ciò che attorno a “Je suis Mila” si è creato.

 

Alice Tarditi

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