John Keats: Vestire i pensieri di allegoria

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John Keats (1795-1821) Nato alla fine del Settecento, del quale serba ancora l’afflato neoclassicista, egli incarna l’anima lirica di un romanticismo tenue e intimista. La sua figura risulta esile, dai lineamenti gentili, effigie di sincerità.

I suoi studi si specializzano in farmacia, ma il “suo spirto” ben presto si ribellerà a questa disciplina per seguire un iter letterario. La sua sensibilità trabocca e profonde in versi che sfiorano immagini classiche, bucoliche, filtrate dall’intelletto, adagiate in un’atmosfera sempiterna. La malinconia, a tratti dolce a tratti severa, è la protagonista della sua cantica. Echeggiano l’individualismo di Wordsworth, la compostezza delle opere di J. H. Reynolds, l’ardore e la fide di Byron, la nostalgia di Leigh Hunt.

Nel suo capolavoro l’“Endimione” dissimula una metafora autobiografica del suo essere solitario, contemplativo del creato; la luna assurge a simbolo della congiunzione del cielo e terra. Il mito lunare come mito neoplatonico. Nell’opera si dispiega tutto il mondo interiore dell’artista intriso del respiro neoclassico di Winckelmann, nel quale il monito era “rivestire i pensieri con l’allegoria”.

A questo aspetto si unisce un lato più edonistico impersonato dal protagonista Endimione, chiuso in un narcisismo estetizzante. I due estremi, intimismo e mondanità convivono nell’animo di Keats che è un sostenitore dell’eccesso in poesia, dialettica di estremi, con l’onere di catturare il lettore. L’anelito verso l’infinito è una costante della sua poetica. Trascendere la finitezza umana e disperdersi nella bellezza. Il piacere che emana dall’abbandono nella natura e dalla sua contemplazione.
L’elemento sensibile sopravanzato da una tensione verso l’elevato, come espresso nel coro a Pan, nella parte centrale del testo, che esclama: “Sii sempre un simbolo d’immensità”. Keats sposa l’individualismo romantico e la sua sete di ricerca dell’elemento divino. Un misticismo che ha come obbiettivo di dare spunti di riflessione spirituale nel lettore. Quest’ultimo leggendo viene calato in una dimensione parallela, di lirismo bucolico, dove la metafora ricopre oggetti e luoghi di un velo delicato.
v. 600
Per conversare con quelle sfere, ancora una volta levai
Lo sguardo in alto: ma fui affatto abbagliato
Da uno splendore, veleggiante veloce verso il basso,
che mi costrinse subito a velare gli occhi e il viso:
di nuovo guardai, e, O voi dei,
che dall’Olimpo contemplate i nostri destini!
Donde quella compiuta forma d’ogni compiutezza?
Donde venne quell’alta perfezione d’ogni dolcezza? (v.600 “Endimione” Keats)
Costanza Marana

 

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