Jonathan Larson, eredità e maledizione

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Una vita dedicata all’arte e alla comunità, una voce che canta speranze e risuona anche nei palcoscenici di oggi.

Le esperienze di Jonathan Larson vivono nelle sue canzoni e nei suoi personaggi, che ricordano e raccontano un’intera epoca.

Chi era Jonathan Larson

Sapeva fare di qualsiasi situazione una celebrazione.

– Lin-Manuel Miranda

Jonathan Larson si avvicinò al mondo del teatro e della musica già nell’infanzia, dedicandosi allo studio di alcuni strumenti e partecipando al coro scolastico. Elton John, gli Who, Billy Joel furono tra le ispirazioni che lo accompagnarono fino agli anni del college, quando iniziò la sua attività di compositore.

Più tardi, Jonathan si trasferì nel quartiere di Lower Manhattan, insieme ad altri coinquilini, in un loft senza riscaldamento, con la moquette e la vasca da bagno sistemate in cucina. L’appartamento stesso divenne parte integrante dell’attività di Jonathan, dato che vi si svolgevano anche alcuni provini per i suoi spettacoli.

Per circa dieci anni, Jonathan lavorò come cameriere al Moondance Diner nei weekend e si dedicò alle composizioni dei suoi lavori durante il resto della settimana. “Sacrimmoralinority”, in seguito riproposto con il titolo ““Saved! An Immoral Musical on the Moral Majority”, fu il suo primo musical. Debuttò e restò per quattro settimane in un piccolo teatro di Manhattan.
Tra il 1983 e il 1990, Jonathan lavorò a una delle sue più grandi delusioni: “Superbia”, una rielaborazione rock del romanzo “1984”. Lo spettacolo non fu mai prodotto.
In seguito, nel 1991, portò in alcuni teatri dell’Upper West Side, il monologo rock “tick, tick… BOOM!”, concepito per rispondere alla delusione di “Superbia”. Il successo di quest’ultimo spettacolo gli permise di accrescere la sua popolarità.

Jonathan si fece conoscere per la sua personalità eccentrica, per la sua grande capacità artistica e la sua determinazione. Infatti, né lo scarso successo delle prime produzioni e né le centinaia di “no” ricevuti, gli hanno mai impedito di raccontare se stesso e gli altri.

Comunità e contesto

Jonathan ha vissuto a pieno la New York degli anni ’90, quando la piaga dell’AIDS si era già diffusa a macchia d’olio, portandosi dietro un’ombra di pregiudizio e disinformazione nei confronti dell’omosessualità e della tossicodipendenza. Jonathan era circondato da sguardi e silenzi complici, che giudicavano le persone più vicine a lui: gli amici che ormai erano la sua famiglia.

Inoltre, per un periodo, Jonathan e i suoi coinquilini conobbero da vicino la povertà. Vivevano in condizioni estreme, senza denaro e con pochi viveri, tanto da dover sistemare nel loro loft una stufa a legna illegale per potersi riscaldare.

Dal canto suo, Jonathan sacrificò una vita stabile per il suo lavoro. E grazie alla sua perseveranza, le opere che è riuscito a portare in scena hanno permesso a chiunque vedere da vicino quello che lui e i suoi amici hanno vissuto. D’altronde, come ogni buon scrittore, ha sempre raccontato di ciò che conosceva.

Eredità

Nel 1988, il drammaturgo Billy Aronson ebbe l’idea scrivere un musical ispirato alla celebre opera di Giacomo Puccini, “La Bohème”, in cui il lusso del mondo descritto da Puccini veniva sostituito con l’ordinarietà della moderna New York. Nel 1989, Jonathan Larson gli venne suggerito come collaboratore e propose subito di ambientare la storia nel Lower Manhattan. Tutte le idee successive si rivelarono profondamente autobiografiche, dal momento che Jonathan attingeva direttamente dalla sua esperienza personale. L’entusiasmo e l’ambizione di Larson erano talmente coinvolgenti che Aronson lo assecondò, con la promessa di dividere i profitti ottenuti. E presto nacque “Rent”, il vero capolavoro del giovane drammaturgo.

L’opera, sempre con un’impronta rock, si impegnava ad avvicinare le nuove generazioni ai musical, portandoli al pari del cinema e dei programmi televisivi. E affrontava apertamente i tabù dell’epoca, come la transessualità, la prostituzione, la povertà, attingendo a pieno nella vita del suo autore. Il loft di Jonathan diventa un vero e proprio protagonista della storia, attorno a cui girano personaggi ispirati o direttamente interpretati da suoi amici.
“Rent”, grazie alle tematiche affrontate, ridefinì per sempre l’importanza che uno spettacolo teatrale poteva e doveva permettersi di avere e influenzò le future generazioni di drammaturghi, scrittori e cineasti.

Il musical iniziò a essere rappresentato nel 1993, al New York Theatre Workshop. Jonathan e i suoi collaboratori continuarono a lavorarci per i tre anni successivi.

“Grazie, Jonathan Larson!”

Il 24 gennaio 1996 ci fu l’ultima prova costume prima della première off – Broadway. Jonathan fece la sua prima intervista per il “The New York Times”. Ma la mattina successiva, Jonathan morì a causa di una dissezione aortica.

Amici e familiari si riunirono per dargli un ultimo saluto. Lo show debuttò in una serata a basso costo, gli attori non indossarono i costumi di scena. Aprirono lo spettacolo con il brano “Season of Love”, in memoria di Jonathan. Andando avanti, le performance si accesero sempre di più e alla fine nessuno riuscì più a trattenersi. Gli attori eseguirono il resto dello spettacolo così com’era stato pensato, eccetto per i costumi. Conclusero sotto scrocianti applausi e con una voce che riempì l’intera sala, urlando “Grazie, Jonathan Larson!”.

Dopo pochi mesi, “Rent” debuttò sui palcoscenici di Broadway, con numerose serate sold out. Ad oggi è il settimo spettacolo più a lungo rappresentato nella storia, con traduzioni e riproposizioni anche in Canada, Giappone, Regno Unito, Australia, Cina, Singapore, Messico, Germania e nel resto d’Europa.

Dopo la morte, la famiglia e gli amici di Jonathan istituirono la “Jonathan Larson Performing Arts Foundation” per sostenere, con premi in denaro, autori e compositori di musical teatrali.
Jonathan Larson non ha mai assistito al successo della sua opera. Postumo, ha ricevuto il Premio Pulitzer, diversi Tony Awards e altri prestigiosi premi, che celebrano quello per cui lui ha vissuto fino all’ultimo giorno: la sua musica, le sue storie, la sua arte.

Carlotta Pinto

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.