Juneteenth, la festa della liberazione dalla schiavitù celebrata negli Stati Uniti

Anche detto il giorno dell’Emancipazione, lo Juneteenth celebra la fine dello schiavismo, messo al bando dal Congresso degli Stati Uniti il 19 giugno 1865.

La parola Juneteenth deriva dalla combinazione dei termini “June” (giugno) e “nineteenth” (diciannove), in ricordo del giorno in cui cade la ricorrenza. In realtà, la storia della liberazione di tutti gli schiavi dagli Stati Confederati d’America comincia il 22 settembre 1862, quando il presidente Abraham Lincoln disse:

“Tutte le persone tenute come schiavi sono libere”. 

La formalizzazione della Dichiarazione arrivò poi il 1 gennaio 1863, tuttavia, la notizia si diffuse molto lentamente e spesso incontrò l’ostilità di numerosi proprietari terrieri. Infatti, in molti territori ribelli della Confederazione diverse persone rimasero in una condizione di schiavitù. Inoltre, il 19 giugno la schiavitù non era ancora stata formalmente abrogata, in quanto l’abolizione si concretizzò solo il 6 dicembre 1865 con il XIII° emendamento.

“Né la schiavitù né la servitù involontaria, se non come punizione per un crimine per il quale la parte sarà stata debitamente condannata, esisteranno negli Stati Uniti o in qualsiasi luogo soggetto alla loro giurisdizione”.

(XIII° Emendamento)




La Guerra di secessione americana

Combattuta dal 1861 al 1865, vide fronteggiarsi gli Stati del Nord contro gli Stati del Sud. Le cause del conflitto furono molteplici, a cominciare dalla differente condizione economica delle due realtà. Infatti i Nordisti, prevalentemente industriali e commerciali, prediligevano le tariffe protezionistiche, mentre i Sudisti, agricoli e latifondisti, spingevano per il libero commercio.

L’abolizione della schiavitù, una delle cause

In questo contesto si inserì il problema della schiavitù, che il Nord voleva abolire e, invece, il Sud mantenere, in quanto gli schiavi rappresentavano la principale forza lavoro dei territori meridionali. La situazione divenne ancora più critica con la vittoria dei repubblicani e la conseguente elezione di Lincoln a presidente degli Stati Uniti. Egli, contrario alla schiavitù, ne propose l’abolizione, scatenando una reazione molto forte da parte del Sud. Infatti, nel febbraio 1861 sette Stati meridionali formarono la Confederazione separandosi di fatto dall’Unione. In aprile scoppiò poi la Guerra civile con l’attacco dei Sudisti a Fort Sumter (Carolina del Sud), ma, dopo quattro anni di battaglie, il conflitto fu vinto comunque dai Nordisti.

19 giugno 1865

Due mesi dopo la fine della guerra, il generale dell’Unione, Gordon Granger (1821-1876) entrò a Galverston Bay (Texas) con quasi 2.000 soldati, per annunciare la fine della schiavitù. Finalmente, per Decreto esecutivo, oltre 250.000 uomini tornarono liberi e chiamarono quel giorno Juneteenth. Fin da subito prese forma la tradizione di ricordare la ricorrenza con grandi festeggiamenti e, già dal 1866, le comunità afroamericane cominciarono a parlare di Jubilee Day nelle chiese locali.

Gli anni successivi per gli ex-schiavi furono molto importanti e intensi, in quanto segnarono un’epoca di grandi speranze, ma anche di lotte per l’affermazione dei propri diritti. Infatti, se da un lato erano persone libere per la legge, rimasero comunque a lungo in tutta la Nazione forme di discriminazione. Dopo 200 anni di schiavitù, divenne fondamentale e urgente un cambiamento culturale, che, purtroppo, ancora oggi non è stato completamente raggiunto.

La festa nella prima metà del Novecento

Dal Texas, la festa si diffuse in tanti altri Stati del Sud, i quali cominciarono anche loro a celebrare lo Juneteenth. Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso divenne una tradizione organizzare raduni di comunità e accompagnarli con musica, sfilate e fuochi d’artificio.

In seguito, il 19 giugno cominciò a essere festeggiato anche nei grandi centri urbani e non solo nelle aree di campagna. Infatti, complici le migrazioni indotte sia dalla Grande Depressione sia dalla Seconda guerra mondiale, numerosi afroamericani si spostarono in città. Tuttavia, non sempre gli fu possibile celebrare lo Juneteenth, soprattutto a causa delle norme segregazioniste che imponevano il divieto di festeggiare in pubblico.

Il secondo Novecento

Tra gli anni Sessanta e Settanta la festa venne messa in secondo piano, per dare maggiore spazio alle lotte per i diritti civili. In seguito, nel 1980, il Texas è stato il primo stato a dichiarare il 19 giugno giornata di festa nazionale. Successivamente, molti altri seguirono la stessa scia, fatta eccezione per le Hawaii. Tuttavia, fino al 2021 lo Juneteenth non era riconosciuta a livello federale, poiché solo il Senato, e non la Camera, aveva dato parere favorevole al riconoscere la giornata come Indipendence Day.

Juneteenth: festa nazionale dal 2021

“Il Juneteenth è ufficialmente una festa federale”. Sono state queste le parole del presidente americano, Joe Biden, il 17 giugno, giorno in cui ha firmato la legge. Solo poche ore prima, il Congresso si era espresso in tal senso con 415 voti a favore e 14 contrari al dichiarare lo Juneteenth  l’undicesima festa federale. Inoltre, è la prima dopo quasi quarant’anni dall’istituzione nel 1983 del Martin Luther King Day.




Juneteenth ricorda sia la lunga notte della sottomissione della schiavitù, sia la promessa di un mattino luminoso in arrivo.

Il 19 giugno è stato a lungo ignorato negli anni passati, un silenzio avallato e promosso anche dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tuttavia, quanto accaduto nel maggio 2020 a George Floyd ha sicuramente riacceso gli animi e dato una spinta positiva alla battaglia. Infatti, nel giugno dell’anno scorso, la festa ha assunto un valore simbolico ancora più grande, coinvolgendo il mondo nella partecipazione attiva ai movimenti antirazzisti.

Sicché, un anno fa, in un momento di grande difficoltà, quale l’emergenza sanitaria di Covid-19, centinaia di persone hanno sfruttato ogni mezzo a loro disposizione per manifestare contro le discriminazioni razziali. Esasperate dal constatare che, a più di mezzo secolo dall’evento di Galveston, l’America ancora era incapace di tutelare tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalle origini e dal colore della pelle.

Se da un lato si scendeva in piazza, dall’altro diverse multinazionali, come Nike e Twitter, ma anche tante piccole imprese avevano dichiarato l’intenzione di retribuire comunque i dipendenti avrebbero festeggiato.




Le grandi nazioni non ignorano i propri momenti più dolorosi, li affrontano.

Con questa frase il presidente Biden si è rivolto ai membri del Congresso e alle varie organizzazioni per i diritti civili. Un’affermazione che fa trasparire una grande consapevolezza delle pagine più tristi della storia americana sul razzismo. Ma è anche provocatoria verso alcune istituzioni e figure del passato, anche non troppo remoto, da sempre ostili al promuovere messaggi di uguaglianza.

Parole forti che ricordano quanto si possa imparare e migliorare dagli errori, anche i peggiori, se il desiderio di cambiamento è reale. Parole a cui fanno eco i nomi di tutte quelle persone che non ce l’hanno fatta a vivere questo momento. Vittime, purtroppo, di retaggi del passato, di una cultura deviata e malata che troppo a lungo ha alimentato violenza e seminato odio. Ingiustamente. Insensatamente.

Carolina Salomoni

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