Karak. Come “pietre vive” nel deserto

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Piccola cittadina del Regno Hascemita di Giordania. In una terra di mezzo. Di cui poco si parla e molto poco si dice. Tra Israele, Arabia Saudita, Irak e Siria. Come vivono oggi gli eredi dei primi cristiani di queste antiche terre dalle chiare risonanze bibliche? Reportage in una comunità cristiana della terra di Giordania.

Karak. Settima città della Giordania per popolazione. Con 68 000 abitanti. Situata su un altorilievo a qualche chilometro dal mar Morto. Una zona strategica, che ha reso la città crocevia politico-economico fondamentale nel corso delle epoche.

La cittadina si trova 48 chilometri a sud dalla valle del Mujeb, meglio conosciuto come Arnon nella Bibbia e unico fiume che sfocia nel mar Morto, assieme al Giordano. Qui gli israeliti si diressero, ma senza nulla conquistare, come da indicazioni del Signore.

“Non attaccare Moab e non gli muovere guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel suo paese; infatti ho dato Ar la città principale di Moab, vicino al fiume Arnon, ndr. ai figli di Lot, come loro proprietà” (Deu2,9).

Karak. La terra di Moab. E dei moabiti. Di quel Moab che, secondo il testo biblico, nacque dal rapporto incestuoso tra Lot e una delle figlie dopo che, in seguito alla distruzione di Sodoma, la madre e moglie fu trasformata in una statua di sale, e il resto della popolazione distrutto. È qui che, al riparo di una roccaforte risalente al XII secolo, si trova la comunità cattolica di Karak. Karak, che in siriaco significherebbe, appunto, “roccaforte”. Così come si arroccano i cristiani di questi territori. Che vi abitano fin dalle origini del cristianesimo stesso, perché in Giordania i cristiani ci sono da sempre.

 Pietre Vive. Testimoni di una fede più che millenaria

Una presenza antica, ma che conta il suo primo sacerdote cattolico solo nel 1875, con l’arrivo di padre Alessandro Macagno e la creazione della parrocchia di Nostra Signora del Rosario, che – a 114 anni dalla morte del suo fondatore – rimane ancora viva e attiva. E i cristiani sono presenti oggi, così come 2000 anni fa, in queste terre. Quando le prime tribù arabe convertitesi vi giunsero, molto prima dell’arrivo dell’Islam.

Il numero dei fedeli va, però, diminuendo. Se oggi i cristiani cattolici di rito romano arrivano a 400, quarant’anni fa si trattava di circa 700 fedeli. A partire dagli anni ’80 ha cominciato a verificarsi una migrazione ininterrotta verso la capitale a causa dei crescenti problemi economici. Da allora, circa 75 gruppi familiari sono partiti. E ogni anno Karak perde 1-2 famiglie di fedeli.

Come ricorda padre Fares Siryani, giovane parroco di Nostra Signora del Rosario, “una delle più grandi sfide di oggi è la povertà, che spinge i nostri parrocchiani a migrare verso la capitale. Ricordo che uno dei nostri parrocchiani, Fadi Akaseh, decise di trasferirsi perché non aveva abbastanza soldi per pagare l’affitto mensile, poi la comunità intervenne e lo aiutò a pagare le mensilità”.

Libertà di culto o di coscienza

E se le difficoltà economiche toccano l’intera popolazione giordana, il 30% della popolazione vive, infatti, sotto la soglia di povertà, il problema diventa ancora più nefasto in una terra in cui evangelizzare – per i cristiani – è vietato. Le conversioni esistono, ma a senso unico, ossia dal cristianesimo all’Islam. I rari cristiani ex-musulmani sono fortemente osteggiati in ambito tanto sociale, quanto famigliare. In una società in cui i legami tribali rimangono fortissimi.

L’unica modalità di trasmissione della fede è per sangue. A patto che entrambi i coniugi siano cristiani. Un musulmano può sposare una cristiana, ma un cristiano non può sposare una musulmana, a meno di non passare all’Islam. In ogni caso, i figli saranno di religione musulmana.

Difatti, se la libertà religiosa è riconosciuta, altrettanto non si può dire per quella di coscienza. Come sottolineava monsignor Maroun Lahham, vicario del patriarcato latino di Gerusalemme dal 2012 al 2017, all’epoca di una conferenza all’Oeuvre d’Orient ,

“intendo per libertà di coscienza, la libertà di scegliere la propria religione o di non sceglierne nessuna. La libertà di culto è garantita in Giordania, quella ci coscienza è permessa soltanto per il passaggio dal Cristianesimo all’Islam”.

Delle relazioni da “buon vicinato”

La parrocchia di nostra Signora del Rosario non perde per questo in vitalità. E le relazioni con i “vicini” musulmani rimangono buone. Padre Fares racconta che il capo tribù musulmano di Karak supportò i cristiani all’epoca in cui fecero, per la prima volta, richiesta di un prete cattolico al Patriarcato Latino. Offrendo anche protezione. Il prete cattolico “avrebbe insegnato non solo ai bambini cristiani, ma anche ai propri”. E anche oggi gli studenti musulmani della scuola parrocchiale compongono il 70% del totale.

Oltre alle scuole materne ed elementari, fondate con le suore del Rosario, la parrocchia cattolica conta numerose attività. Oltre che un ospedale, fondato dalle Comboniane nel 1935, il primo nel sud della Giordania. La parrocchia diventa così il centro principale di ritrovi e incontri. A feste religiose e preghiere si aggiungono conferenze, eventi per i giovani, feste e consulenza offerta ai parrocchiani.

“Noi abbiamo una missione molto importante, quella di mantenere vicini i nostri parrocchiani e impegnati all’interno della chiesa, per rinforzare la loro fede, e per sviluppare i servizi di cui hanno bisogno”, ci tiene a sottolineare padre Fares. Il tutto in un clima cordiale e caloroso. Come osserva ancora padre Fares, “ci sono tante cose che caratterizzano i cristiani di Karak. Uno di questi aspetti è che sono cristiani autentici con radici beduine. La loro ospitalità, la loro natura accogliente, gentilezza, generosità e il loro forte spirito familiare attraversano l’intera comunità”.

Tanti anche gli obiettivi per il futuro. E se rafforzare la fede della propria comunità rimane il punto essenziale, uno dei desideri di padre Fares è quello di riuscire a restaurare i dipinti che decoravano anticamente il soffitto della chiesa di Nostra Signora del Rosario e che sono stati gravemente danneggiati durante i lavori di restauro dell’edificio. Nel 2006, a causa di una perdita d’acqua nel tetto i dipinti vennero rimossi, ma la rimozione li danneggiò a tal punto, da non permettere la reinstallazione. Si tratta di dipinti donati nel 1935 da monsignor Mario Mocchi, luogotenente dei Cavalieri del Santo Sepolcro, e inviati dall’Italia a Karak attraverso il porto di Haifa, per poi essere trasportati sul dorso di muli fino a Karak.

Uno dei grandi desideri di padre Fares è, dunque, quello di riuscire a trovare i fondi per riparare e reinstallare il soffitto riportando i dipinti “alla loro antica gloria”. Conclude, poi, invitando a “visitare la nostra chiesa, incontrare i cristiani di questi luoghi e la nostra società, per creare una profonda e duratura amicizia tra i nostri popoli”. Visitare queste terre, dove una fede antica e millenaria viene ancora vissuta e gustate ogni giorno come una novità. E dove le difficoltà non impongono una “sindrome da minoranza”, ma spingono a sperare e avanzare. Progettare per il futuro.

Chiara De Martino

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