Kashmir, la crisi negli occhi dei perseguitati

Di fronte alla crisi del Kashmir i gruppi religiosi perseguitati in Pakistan pregano insieme per la pace

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Kashmir

Una preghiera per la pace. E’ questa la reazione delle minoranze religiose in Pakistan al drammatico evolversi della crisi del Kashmir, gruppi che vivono in una condizione di perenne precarietà, minacciati da leggi come quella sulla blasfemia e dalle imprevedibili esplosioni di violenza frutto delle ostilità sociali.

I cristiani, la cui situazione è nota agli italiani in seguito al caso di Asia Bibi, si sono stretti accanto agli altri fedeli (musulmani, indù, ba’hai), nel chiedere con una sola voce al Primo ministro indiano Modi di non cedere alla tentazione della guerra. L’ONG Open Doors ha definito la situazione del Kashmir “molto preoccupante” per le minoranze religiose sul territorio, che già subiscono pesanti pressioni da parte del resto della comunità.

La manifestazione pacifica si è svolta davanti al club della stampa di Karachi; l’arcivescovo di Lahore, mons. Sebastian Shaw, ha celebrato una messa speciale, “affinché Dio doni a Modi la grazia”.  L’11 agosto scorso i membri delle minoranze religiose avevano inviato al premier del Pakistan una risoluzione in dieci punti in occasione dell’apposita Giornata, istituita dall’allora ministro Shabaz Bhatti, cattolico assassinato il 2 marzo 2011 a causa dei suoi interventi in difesa dei cristiani perseguitati e in particolar modo di Asia Bibi. Fra i temi più scottanti contenuti nel documento, il dramma delle conversioni e dei matrimoni forzati, la protezione dei luoghi di culto e il nodo delle pari opportunità: appartenere a un gruppo minoritario in Pakistan significa essere di fatto discriminati in ogni ambito della vita sociale.

Nel frattempo, la tensione fra i due Paesi non fa che aumentare. In seguito alla revoca dell’autonomia della regione voluta dal governo indiano all’inizio del mese si sono susseguite dapprima le proteste, quindi gli arresti, cui si sono aggiunte le misure di sicurezza e isolamento imposte da Nuova Delhi. L’art. 370 della Costituzione indiana revocato il 5 agosto con un decreto straordinario garantiva al territorio a maggioranza musulmana uno statuto speciale.

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Mentre migliaia di truppe indiane marciano verso il Kashmir, le minoranze del Pakistan guardano agli sviluppi della situazione con un’angoscia che comincia a essere avvertita anche dal resto del mondo, anche perché entrambe le nazioni sono in possesso rispettivamente di oltre cento testate nucleari. Per scongiurare un conflitto si sono già posti in termini di mediazione il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro britannico Boris Johnson, ma la situazione è imprevedibile.

Almeno quattromila persone sono state arrestate a partire dal 5 agosto, inclusi leader politici; sono scattati coprifuoco, blocco delle telecomunicazioni e di internet; e il 21 agosto due persone, una delle quali un pubblico ufficiale, sono morte in uno scontro a fuoco con i ribelli a Baramulla. Gli ospedali sono attualmente alle prese con oltre 150 pazienti dai 15 anni in su fra feriti e individui colpiti da gas lacrimogeni in seguito alle reazioni dei militari alle proteste che si sono svolte lungo le strade di Shrinagar.

E’ impossibile immedesimarsi nello sguardo delle minoranze pachistane su un simile scenario, di comunità come quella Ahmadiyya, i musulmani considerati eretici dal resto dell’islam al punto che i sacerdoti incitano il popolo dicendo che chiunque uccide un ahmadi andrà in paradiso. Bisognerebbe immaginare la loro quotidianità, la giornata di una donna indù come Ajbi Lal, seduta in lacrime davanti al tribunale che le ha dato torto. Le sue figlie di 13 e 15 anni, Reena e Raveena, sono state rapite, costrette a sposarsi e a convertirsi all’islam: la battaglia legale per riaverle a casa si è conclusa con una sentenza che ha dato ragione ai loro mariti.

Una pratica che colpisce soprattutto le ragazze induiste e cristiane, secondo l’avvocatessa cattolica Tabassum Yousaf, che ha denunciato come ogni anno siano oltre 1000 le ragazze “obbligate a convertirsi all’islam e costrette a sposare i loro aguzzini”, secondo quanto riferisce il quotidiano della Cei “Avvenire”. E’ da prospettive come queste che le minoranze religiose osservano con timore l’evolversi della crisi, circondate da un silenzio in cui la preghiera per la pace assume un significato che forse in Occidente si è perduto.

Camillo Maffia

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