“Io ci metto la faccia”, i restanti la cattiveria: il caso di Katia

Katia, direttrice della filiale Intesa Sanpaolo di Castiglione Delle Stiviere: un nuovo “fenomeno del momento” che già frutta le prime conseguenze negative.

Sembra assurdo che di un video virale si debba parlare come di un qualunque fatto di attualità e di cronaca; di fenomeni web ne scorrono moltissimi al giorno, siamo sempre più abituati alla derisione (nei confronti degli altri e mai di noi stessi).

Quando però avvengono episodi del genere, sollecitare al rallentamento e alla riflessione è un obbligo che chiunque, con un briciolo di responsabilità pubblica, deve effettuare.

Dopo il caso gravissimo di Tiziana Cantone sarebbe necessario approfondire il tema di educazione cibernetica e senso civile anche attraverso il virtuale; abbiamo visto tutti gli effetti che gesti inizialmente leggeri potrebbero causare e si parla sempre di più di cyberbullismo come di una minaccia da non sottovalutare.

In questi giorni spopola sul web un video di una donna – conosciamo il suo nome, Katia – mentre presenta la sua filiale e il team di lavoro in un video. L’intento dovrebbe essere quello di un video gioioso e divertente, il risultato è invece ridicolo e imbarazzante.

Siamo tutti d’accordo sulla pochezza di qualità di questo girato, sotto ogni punto di vista. Ma l’onda di scherno e diffamazione venutasi a creare non giustifica più neanche la più ragionevole e pulita delle critiche sul prodotto.

Le dinamiche di questa viralità sui social sono uguali per qualunque cosa diventi un “fenomeno” web: innanzitutto, una violazione della privacy quasi scontata – purtroppo -.




Questo video faceva parte di un concorso indetto da Intesa Sanpaolo e che quindi non era mirato a un vasto pubblico social, ma a una stretta cerchia che si agglomerava con un insieme di video del genere.

Se ognuno guardasse dentro i propri cellulari saprebbe benissimo quante immagini, tra foto e video, ci sono parecchio imbarazzanti. Il labile limite di dignità è dato dal fatto che noi decidiamo se pubblicare o meno quei repertori.

Quando qualcuno di terzo decide per te se metterti alla gogna pubblica, il problema non è certo quanto tu possa essere stato ridicolo o no, ma chi abusa della tua privacy.

Quindi: chi è che ha pubblicato il video con Katia protagonista sapendo di non doverlo fare?

Quello che si evince dal video è che Katia abbia provato a creare un video amorevole sulla sua squadra di lavoro, risultando solo patetica, grazie alla dura legge del cinismo online per il quale tutti devono denigrare tutti.

Attualmente i disagi che Katia sta vivendo a seguito di questa viralità non sono pochi, sia a lavoro sia nel privato, come testimoniato da alcuni suoi colleghi.

Che Intesa Sanpaolo con un pretesto idiota indicesse un concorso per farsi pubblicità senza dover pagare pubblicitari, sulla faccia dei propri dipendenti,dice moltissimo su dove e come viviamo nel mondo;

se poi fare parte di questa iniziativa mette in serie difficoltà chi è tanto ingenuo e audace da aderirci, i responsabili restano ancora altri, non chi come Katia ha ideato e prodotto qualcosa.

Se andassimo a cercare tutti i video diventati virali, in questi anni feroci di social networking, e andassimo a scovare le origini di ogni video, scopriremmo storie non sempre troppo divertenti; molti dei meme sempre in voga hanno dietro storie di ragazzi divenuti vittime degli eventi, assolutamente inconsci di quello che sarebbero stati in seguito, agli occhi di tutti.

Dietro ogni video, è già stato detto più e più volte, ci sono persone. Reali, in carne e ossa, inconsapevoli o coscienti di quello che stanno facendo.

L’inconsapevolezza, d’altronde, è uguale anche in chi condivide pensando che sia semplicemente divertente. Per ogni sharing c’è dietro una persona che pensa di stare facendo la cosa più innocente del mondo e difatti è così.

Condividere contenuti online è una cosa che viene fatta costantemente. Ma così come ci sono conseguenze gravi se vengono diffuse notizie false, così ce ne sono anche se vengono condivisi video privati.

La cattiveria gratuita che viene riversata con assoluta superficialità, perché nessuno riflette su quanto lontano un tale messaggio possa arrivare, è segno di un impellente bisogno di presa di coscienza da parte di tutti, sempre, per qualunque cosa.

Questi anni di cyberbulli e cyberbullizzati ci hanno insegnato che la regola secondo la quale ogni parola ha un suo peso non ha perso di validità poiché filtrata da uno schermo, anzi: ne acquisisce il triplo.

Senza tenere conto di quello che sarebbe potuto succedere, Katia “ci ha messo la faccia”. Ora noi mettiamo il disinteresse, come se non ci fosse. E se ci riusciamo, se non costa troppo, anche la gentilezza.

 

Gea Di Bella

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