“Killing an Arab” da Camus ai Cure

The Cure in concerto.
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“I’m alive

I’m dead

I’m the stranger

Killing an Arab…”

 

Tradotte, queste parole significano:

 

“Sono vivo,

Sono morto,

Sono lo straniero

Che uccide un arabo…”

 

tomba di Albert Camus
La tomba di Albert Camus.

Provengono da una canzone dei Cure, gruppo post-punk inglese caro alla subcultura dark, o gothic, o goth che dir si voglia. Il brano s’intitola, appunto, Killing an Arab ed era compreso nell’album Boys Don’t Cry (1980). Ovviamente, andò incontro a polemiche da parte di chi riteneva che esso istigasse all’odio interetnico – soprattutto, durante la Guerra del Golfo e dopo l’11 settembre. Come sempre, chi è facile agli scandali si dimostra banale e disinformato – per riecheggiare Pasolini. Il testo, infatti, è una trasparente citazione di un famoso romanzo di Albert Camus: L’étranger (1942).

 




È comunemente tradotto come Lo straniero, ma sarebbe meglio renderlo con L’estraneo. È intelligente, in questo senso, la traduzione inglese The Outsider: “colui che sta al di fuori”. Il signor Meursault, il protagonista, vive psicologicamente “fuori” dal consesso umano. Non condivide convinzioni e sentimenti degli altri uomini e nemmeno finge di farlo. La sua ostinata sincerità lo porterà fino al patibolo. E l’arabo? È un uomo che affronta Meursault sulla spiaggia, dopo peripezie che non riassumeremo in questa sede. La sua etnia si spiega col fatto che la storia è ambientata in Algeria. Il protagonista spara all’arabo e aggiunge quattro colpi al cadavere già disteso sulla spiaggia. Questo gesto sottolinea l’insensatezza del delitto e costituirà un’aggravante nel processo per omicidio.

 

Come altri gruppi dell’epoca, i Cure pescarono dalla letteratura esistenzialista. Non solo essa, ma anche da Kafka, Poe, Ossian, Blake, Wilde, Baudelaire, Rimbaud, la poesia preromantica e sepolcrale animarono il rock “sperimentale”. Questa è una delle testimonianze raccolte da Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà in Creature simili. Il dark a Milano negli anni Ottanta (Milano 2013, Agenzia X):

 

“«Era come se avessi una doppia vita interiore. Una parte sociale, funzionale alla scuola, alternata a un assoluto isolamento. Forse perché a quindici anni leggevo Sartre e Camus… Ascolti Killing an Arab, ti documenti, e scopri Camus. Così come il pezzo At Night ti porta a Kafka. Allora ho cominciato a leggere questi autori ed è stato tutto un muoversi per tappe […]» Sara.” (p. 136)

 

Robert Smith, fondatore dei Cure e autore del testo, ha condensato nella canzone il momento che costituisce la chiave di volta del romanzo: la sparatoria sulla spiaggia di Algeri. Meursault parla in prima persona; è rappresentato mentre fissa il mare e il sole, due immensità che sottolineano la sua fissità e la sua incapacità di dare un senso a ciò che sta vivendo in quel momento. Non prova emozioni, non è padrone della propria vita, sebbene si muova e respiri: per questo è “vivo e morto” allo stesso tempo. Il brano musicale è molto sobrio a livello lessicale, ma è impreziosito da curiose note di chitarra che riproducono suoni moreschi.

 

 

In prima persona, come la canzone, è scritto anche il romanzo da cui è tratta. Il cielo, il mare, il sole che circondano Meursault hanno un risalto anche più forte in Camus:

 

“Il bruciore del sole raggiungeva le mie guance e ho sentito gocce di sudore ammassarsi nelle mie sopracciglia. Era lo stesso sole del giorno in cui avevo sepolto la mamma e, come allora, soprattutto la fronte mi faceva male e tutte le sue vene pulsavano all’unisono sotto la pelle. A causa di quel bruciore che non potevo più sopportare, ho fatto un movimento in avanti. Sapevo che era stupido, che non mi sarei sbarazzato del sole spostandomi di un passo. Ma ho fatto un passo, un solo passo in avanti. E stavolta, senza alzarsi, l’arabo ha sfoderato il suo coltello, che mi ha mostrato nel sole. La luce è balenata sull’acciaio ed era come una lunga lama scintillante che mi raggiungeva la fronte. Nel medesimo istante, il sudore accumulato nelle mie sopracciglia è colato d’un colpo sulle palpebre e le ha ricoperte d’un velo tiepido e spesso. […] Il mare ha emesso un soffio denso e ardente. Mi è sembrato che il cielo s’aprisse in tutta la sua estensione per lasciar piovere fuoco.” (A. Camus, L’étranger, 1957, Gallimard, pp. 94-95. Traduzione mia).

 

Come finisce la parabola umana dell’eterno estraneo? La canzone dei Cure non lo racconta. È come una fotografia, che lo ritrae in un attimo perpetuo. È Camus ad andare fino in fondo, a far scoprire al suo Meursault che essere vicini alla morte significa sentirsi liberi e pronti a rivivere tutto… aprirsi alla

“tenera indifferenza del mondo” (p. 188).

 

Erica Gazzoldi

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