La recente mozione approvata dalla Knesset israeliana, che chiede l’annessione della Cisgiordania, segna un punto di svolta nella strategia politica di Israele nei confronti dei Territori Palestinesi Occupati. Sebbene formalmente non vincolante, il testo assume un forte valore simbolico e conferma la volontà del governo di destra di consolidare il controllo coloniale su aree considerate parte integrante della patria storica ebraica, continuando ad ignorare e negare qualsiasi forma di occupazione e privazione della libertà del popolo palestinese. Questa scelta si inserisce in un contesto di crescente pressione militare, marginalizzazione diplomatica della questione palestinese e sfruttamento economico del territorio, mentre la prospettiva di due Stati appare ormai sempre più remota.
Un voto simbolico, ma non privo di conseguenze
Con 71 voti favorevoli e solo 13 contrari, la Knesset ha approvato una mozione che chiede l’applicazione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania. Sebbene si tratti di una risoluzione formalmente non vincolante, il messaggio politico della totale annessione della Cisgiordania è chiaro e potente: la destra israeliana, al governo e all’opposizione, condivide sempre più apertamente l’obiettivo di una piena annessione dei Territori Palestinesi Occupati. L’iniziativa ridefinisce i confini del dibattito interno, rimuovendo qualsiasi accenno alla soluzione dei due Stati e riaffermando un’identità nazionale fondata sull’esclusività territoriale.
La mozione sull’annessione della Cisgiordania è stata avanzata dal deputato Simcha Rothman, da un parlamentare del Likud Dan Illouz e da un secondo parlamentare, Yisrael Beytenu Oded Forer.
Territorio conteso, risorsa strategica
La Cisgiordania non è solo una questione ideologica, è anche un asset economico e militare, una questione coloniale che da decenni ignora uno stato di occupazione e apartheid, civile e militare, nei confronti di un popolo oppresso in tutte le sue forme di vita. Le colline, le falde acquifere e le terre fertili di un territorio che, secondo la legge internazionale e le risoluzioni ONU, è identificato come Stato di Palestina rappresentano un’opportunità di sviluppo per Israele, specialmente in un contesto di espansione delle colonie.
I nuovi insediamenti promessi e pianificati consolidano la presenza ebraica nell’area, mentre l’economia palestinese viene soffocata da restrizioni, demolizioni e assenza di investimenti strutturali. Tutto questo avviene in una cornice dove la sovranità si traduce anche in controllo delle risorse.
Sul piano della sicurezza, l’occupazione della Cisgiordania offre ad Israele un vantaggio tattico. Il controllo dei valichi, delle alture e delle vie di comunicazione crea una rete difensiva profonda, soprattutto verso la frontiera con la Giordania. Le frequenti operazioni dell’esercito israeliano nei villaggi palestinesi, spesso accompagnate dalla violenza dei coloni, non sono episodi isolati ma parte di una strategia di pressione costante. Lo scopo è chiaro: svuotare i territori e rendere l’annessione un fatto compiuto.
Il testo della mozione sull’annessione della Cisgiordania punta infatti a rivendicare proprio questo importante carattere della questione palestinese: “la Giudea, la Samaria e la Valle del Giordano sono una parte inseparabile di Eretz Israel, la patria storica, culturale e spirituale del popolo ebraico. La sovranità in Eretz Israel è una parte inseparabile della realizzazione del sionismo e della visione nazionale del popolo ebraico che è tornato nella sua patria”.
L’isolamento del progetto palestinese
La risoluzione approvata alla Knesset si inserisce in un momento di crisi del fronte diplomatico a sostegno della Palestina. Gli Accordi di Abramo hanno ridotto la priorità della causa palestinese nelle agende dei Paesi arabi. Allo stesso tempo, la leadership palestinese è divisa e indebolita, mentre la comunità internazionale si limita a esprimere condanne formali. Le mozioni come questa, quindi, godono di uno spazio politico privo di reali conseguenze: il diritto internazionale, pur ribadendo l’illegalità dell’occupazione, resta lettera morto.
L’apartheid come sistema
Aumentano le voci, tra osservatori e attivisti, che definiscono apertamente la situazione nei Territori Occupati come apartheid. L’applicazione selettiva dei diritti, l’accesso diseguale ai servizi, la negazione della cittadinanza e la repressione delle proteste costituiscono un sistema legale a due livelli. Non si tratta di una degenerazione: è il prodotto diretto di decenni di politiche di colonizzazione. L’annessione della Cisgiordania, in questa prospettiva, non farebbe che consolidare un regime già esistente.
La risposta della comunità internazionale non si è fatta attendere. Una coalizione di dieci Paesi arabi e islamici, insieme alla Lega Araba e all’Organizzazione della Cooperazione Islamica, ha condannato la mozione come una violazione del diritto internazionale. Anche l’Unione Europea ha ribadito che l’annessione dei territori è contraria alle norme internazionali e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, sottolineando il carattere illegale dell’operazione coloniale. Ma a fronte della protezione garantita dagli Stati Uniti e dell’inerzia diplomatica dell’Occidente, Israele sembra procedere indisturbata.
Una sfida alla pace duratura
Al di là delle implicazioni immediate, la mozione sull’annessione della Cisgiordania rappresenta un grave ostacolo alla prospettiva di una pace negoziata. L’integrazione de facto della Cisgiordania nel sistema giuridico e amministrativo israeliano rende di fatto irrealizzabile la nascita di uno Stato palestinese. Gaza resta isolata, Gerusalemme Est è già stata inglobata, e ora anche la Cisgiordania rischia di essere sottratta al dialogo. La soluzione dei due Stati, un tempo pilastro delle trattative, è stata espunta dal lessico politico israeliano.
La mozione sull’annessione della Cisgiordania è anche un messaggio alla politica interna. In un clima di forti tensioni per la legge sull’obbligo di leva militare, con la coalizione divisa, il voto sull’annessione ha permesso alla destra di ricompattarsi. Anche forze solitamente divergenti, come i partiti ultraortodossi e il laico nazionalista Yisrael Beiteinu, hanno trovato un terreno comune. L’opposizione centrista ha preferito disertare, segno dell’imbarazzo o dell’incapacità di proporre un’alternativa credibile.
Infine, resta il tema della narrazione storica. La mozione utilizza un linguaggio che riporta alla visione biblica della “Terra d’Israele”, descrivendo i territori occupati come culla spirituale e culturale del popolo ebraico. In questo discorso identitario, non c’è spazio per l’esistenza del popolo palestinese. Le città della Cisgiordania diventano simboli esclusivi dell’ebraismo, cancellando la memoria e la presenza di chi vi abita da generazioni.
















