Kobane: la Stalingrado del Vicino Oriente

Una lente di ingrandimento su Kobane, capitale simbolica del Rojava: le origini novecentesche, la popolazione attuale, l'assedio che la rese grande.

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Nei pressi della frontiera turca, nell’attuale Kurdistan siriano (il rivoluzionario Rojava) si erge un baluardo, un’oasi nell’incubo a occhi aperti della guerra civile siriana: è la città di Kobane, roccaforte della resistenza anti-ISIS. Combattenti di ogni nazionalità l’hanno difesa, facendone l’equivalente illuminata della città di Raqqa, punto di riferimento per i foreign fighters jiadhisti. Un simbolo e una speranza per il futuro del popolo siriano, sulla quale il presidente Erdogan, naturalmente, ha già messo gli occhi da tempo. Ma il nostro paese, in contraddizione con l’ostinato sostegno pratico e formale all’esercito turco, si è già impegnato alla difesa di questa Mecca della rivoluzione democratica. A partire dal 2015, infatti, ben cinque comuni italiani sono gemellati con la città siriana: Napoli, Mugnano di Napoli, Bacoli, Ancona e anche la capitale (con il Municipio Roma VIII). Sono inoltre numerosi i volontari italiani che hanno toccato con mano e raccontato la realtà di Kobane: a riscuotere particolare successo popolare è stato il celebre fumettista romano Zerocalcare con Kobane Calling, graphic novel basata sull’esperienza autobiografica dell’autore nel Rojava. Riepiloghiamo, in breve, le caratteristiche della città e i momenti fondamentali della sua storia recente.

Le origini e la popolazione

Kobanê (o Kobânî), più conosciuta in patria come Ayn al-Arab,  prende il suo nome da un’omonima società tedesca che negli anni venti del Novecento costruì sul suo attuale sito una delle stazioni dell’avanguardistica ferrovia Berlino-Baghdad. Attorno a questo nucleo, già a partire dal 1915 si stabilisce un insediamento di rifugiati armeni cristiani, scampati ai massacri dei Giovani Turchi. Negli anni 60, tuttavia, la maggioranza della popolazione armena emigra nell’Unione Sovietica: da quel momento in poi aumenta l’eterogeneità etnica dell’area urbana. Secondo il censimento del 2007, dunque precedente all’inizio della guerra civile, la città aveva una popolazione di 54.681 abitanti, su un territorio di 7 km²: un melting pot di cittadini curdi, arabi, armeni e turcomanni (secondo una stima del 2013). Il 19 luglio 2012, la città passa sotto il controllo delle YPG, le milizie popolari curde, in virtù del suo fondamentale ruolo strategico e simbolico: il leader curdo Abdullah Ocalan, tra l’altro, l’aveva visitata il 2 luglio 1979, poco dopo la fondazione del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan).



L’assedio

Proprio per il suo valore simbolico intrinseco, Kobane entra presto nel mirino dello Stato Islamico. Il 2 luglio del 2014, le milizie jiadhiste tentano una prima volta la presa della città, senza successo. Un secondo tentativo viene avviato nel settembre del 2014: è questa l’operazione bellica che passerà alla storia come assedio di KobaneUn estenuante assedio prolungatosi per sei mesi, dal 13 settembre 2014 al 15 marzo 2015,  che si conclude con la vittoria delle YPG: è proprio la strenua resistenza manifestata dalle unità di protezione popolare in questa occasione a conferire alla città di Kobane il soprannome di “Stalingrado del Vicino Oriente”. Sono molte, in effetti, le analogie storiche con la battaglia dell’attuale Volgograd: una città che, sostenuta da una profonda spinta ideologica, riesce con la sua resistenza a cambiare le sorti di un conflitto (al prezzo di una delle battaglie più devastanti e tragiche che l’umanità avesse visto fino ad allora). Come a Stalingrado, anche nel corso dell’assedio di Kobane i civili pagano un caro prezzo: al termine dell’operazione, circa 400.000 rifugiati cercano asilo in Turchia, nel tentativo di mettersi in salvo dalle rappresaglie dello Stato Islamico. Tra le giovani vite perse in quei giorni terribili, è ricordata come martire Arin Mirkan, morta a soli vent’anni in un attacco suicida all’interno di una roccaforte ISIS.

Di fronte alla nuova crisi dettata dal’attacco turco alla Siria del Nord, offensiva parzialmente sostenuta dagli Stati Uniti in un clamoroso voltafaccia, i democratici di tutto il mondo si stringono intono a questa città martoriata, in cerca di informazioni più approfondite sulla sua tradizione di resistenza: la rilevanza culturale e mediatica è un’ulteriore vittoria per questa piccola capitale rivoluzionaria.

 

 

Agata Virgilio

 

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