Chi l’ha detto che l’abito da sposa serve solo nel giorno più bello della vostra vita?

La Fondazione Sowed coniuga moda, sostenibilità e finalità sociale. Ambiente e solidarietà sono le due anime che incarna questa Onlus. Il motto è “sentirsi bene facendo del bene”

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Veronica Bello ha 27 anni ed è la Fondatrice e Presidente di Sowed, la Onlus dell’abito da sposa. Il nome deriva dalla contrazione di “Sociale” e “Wedding”. La Fondazione riceve in donazione abiti da sposa da Atelier, designer e privati, e accessori nuovi o usati, e li rende disponibili a chiunque abbia intenzione di fare una piccola donazione economica. Il ricavato serve per sostenere progetti di reinserimento sociale di donne con un passato difficile.

Il termine “Sowed” significa anche “seminare, piantare”, per spiegare al meglio il suo obiettivo di seminare nuove idee e diffondere progetti di beneficenza. Fondata a novembre 2018, dopo primi mesi organizzativi, la Fondazione lavora attivamente da febbraio 2019.




Come viene utilizzato il ricavato delle donazioni?
Attraverso la raccolta fondi e altre iniziative da noi promosse, organizziamo corsi di formazione professionale e altri progetti volti al reinserimento sociale, nel mondo del lavoro ma non solo, di donne che provengono da situazioni difficili.

Come è nato il progetto?
Il progetto nasce nel periodo in cui io vivevo a Londra. Sono una fashion stylist, vengo da un percorso di moda e in Inghilterra ho lavorato per una catena di negozi che raccolgono in donazione dalle persone un po’ di tutto.

Che studi hai fatto?
Ho preso il Diploma accademico presso l’Accademia del lusso di Roma. Mi sono specializzata nel settore dello styling che è la cosa che mi interessava di più. Subito dopo gli studi mi sono spostata a Londra dove ho collaborato con questi charity shop e qui ho conosciuto questa nuova realtà che unisce il mondo della moda con il mondo del sociale. Ho cercato di riportare lo stesso modello in Italia, unendolo però al mondo del wedding.

Come ti è venuta l’idea del wedding? Stanno nascendo tante startup ecosostenibili, ma la tua idea è  originale, penso tu sia l’unica in Italia…
Sì, in questo settore sono l’unica.

Ritengo che il giorno del matrimonio sia un po’ come il Natale, ci si sente più buoni, le persone hanno piacere ad aiutare gli altri e quindi, come la bomboniera solidale, mi piaceva il concetto del matrimonio solidale, pensato anche come abito solidale.

L’abito da sposa, inoltre, ha per noi un valore simbolico: aiutiamo donne in difficoltà, donne che provengono da percorsi di violenza, che sono vittime di tratta, con un passato difficile. E molte di queste storie iniziano proprio da un matrimonio:

è bello pensare che da una storia iniziata da un matrimonio sbagliato possa nascere una nuova storia positiva, grazie al matrimonio di un’altra persona. Come in un circolo. Dietro l’abito c’è anche questo messaggio.

In che modo aiutate queste donne in difficoltà?
A luglio abbiamo fatto un primo corso di formazione professionale, in collaborazione con Pablo in qualità di docente. Pablo è il direttore artistico del brand Gil Cagnè Baldan Group e fondatore della Face Place make-up Academy. Ha ospitato 9 donne nella sua Accademia e alla fine del percorso ha rilasciato un attestato di partecipazione, con il quale possono provare a trovare lavoro nel campo del beauty.

Come avete selezionato le donne?
Ho contattato diverse associazioni e cooperative del territorio laziale perché al momento non abbiamo fondi per sostenere il viaggio delle donne e spostarle da una regione all’altra. Avevamo 10 posti a disposizione, abbiamo sottoposto l’idea alle varie associazione e sono state le ragazze stesse ad aderire su base volontaria. Quelle che si sono mostrate più interessate sono state: la Cooperativa Sociale Parsec, Ain Karim, Salvabebè – Salvamamme e Di. Re.- Donne in rete contro la violenza.
Tutte avevano la propensione verso il make-up. C’era chi voleva farlo da sempre e chi purtroppo veniva da un passato di sfruttamento dove il trucco era sempre stato qualcosa da ostentare: invece adesso poteva usare questo strumento per una finalità diversa e per vedersi veramente bella, come piaceva a lei.

È stato molto bello poi vedere donne dal passato così diverso, ognuna con una storia difficile alle spalle, interagire e fare gruppo. Sono arrivate il primo giorno tutte timide e con gli occhi tristi. Il terzo giorno si sono lasciate in lacrime, sembravano amiche da una vita.

Con questa idea della moda solidale hai creato la Onlus. Hai avuto problemi nel fondarla?
Per la burocrazia italiana è sempre tutto molto difficile, il percorso è stato un po’ complicato, ancora oggi, per la verità. Abbiamo la necessità, anche in questo momento, di reperire molti fondi, per portare avanti tutto il progetto. Raccogliamo abiti da sposa ma abbiamo bisogno anche di donazioni economiche per aiutare le donne e avviare nuovi progetti. Abbiamo un IBAN dell’Associazione su cui si possono fare donazioni.

 Come funziona?
Diamo la possibilità a futuri sposi di prendere gli abiti da sposa che ci vengono donati con un tetto minimo che varia in base all’abito. Se rispetta specifici requisiti, viene archiviato e gli viene assegnato una cifra minima di donazione a seconda che sia nuovo o usato, più o meno datato, o se appartiene a un brand.

Qualche esempio?

Abbiamo ricevuto tantissimi abiti in donazione, tant’è che stiamo cercando di cambiare sede per motivi di spazio, non sappiamo più dove metterli, ma siamo felicissimi di questo. Ogni giorno riceviamo tantissime email, chiamate, e pacchi da tutte le parti d’Italia.

Questo stupisce e fa piacere perché si tende a pensare che chi si sposa voglia tenersi l’abito come ricordo…
È vero, infatti quando ho cominciato a parlare del progetto, tutti a dirmi “ma chi è che vuole separarsi dall’abito da sposa?”. Invece sto ricevendo tantissime donazioni: le persone hanno capito perfettamente il messaggio, non serve essere legati a beni materiali. Poter aiutare qualcuno invece di lasciare l’abito nell’armadio dà molte più soddisfazioni. Tanto i ricordi restano comunque.

Dove avete la sede?
A Roma. A breve saranno presenti sul sito tutti gli abiti disponibili. Le persone possono scegliere quello che preferiscono e poi possono prendere un appuntamento e venire in sede a provare l’abito. Poi dà una donazione che è libera, prevede solo un tetto minimo come ho spiegato prima. Ci sono ragazze che si sposeranno nel 2020 che ci hanno già contattato perché interessate ai nostri abiti.

Oltre alla finalità sociale, c’è anche l’interesse per l’ambiente…
Esattamente. Se gli abiti che ci arrivano non sono conformi al regolamento, ad esempio troppo usurati, rovinati o datati, e non possono essere messi nel nostro archivio, non li buttiamo via. I tessuti vengono riciclati. Possono dare vita a nuovi prodotti e si crea un circolo virtuoso in favore dell’economia circolare, visto che la produzione di un abito da sposa comporta non solo il consumo di tanto tessuto, ma anche di acqua ed energia.

Che progetti avete per il futuro?
Sicuramente vogliamo fare altri corsi di formazione. Quello di make up è stato il primo corso di lancio. L’idea è proprio quella di organizzare corsi e progetti attraverso i nostri fondi per la reintegrazione sociale di questo tipo di donne. Vogliamo organizzare sempre più corsi in diverse discipline per dare la possibilità alle ragazze di fare veramente una cosa che le interessa e non solamente venire a passare tre giornate.

Avete attivo anche un contest. Ce ne puoi parlare?
Sì, è rivolto a tutti i fashion designer, senza alcun limite di età, con scadenza il 23 settembre. Viene chiesto loro di realizzare il bozzetto di una pochette da viaggio in lino e cotone pensata per la sposa ma non solo. Il vincitore vedrà il suo bozzetto protagonista di un video divulgato attraverso i canali social di Sowed e riceverà una fornitura di tessuti 100% made in Italy, offerti da un’azienda leader nella produzione di lino, canapa, cotone, con la quale potrà realizzare una propria collezione.
Il bozzetto verrà consegnato alle carceri di San Vittore che le cuciranno per la raccolta fondi di Natale. Anche in questo caso coinvolgiamo donne, pagate dall’Associazione, per cucire le pochette.

Saranno quindi pagate?
Certo, sono pagate da noi. Tutto quello che si fa viene retribuito, è lo scopo della cooperativa sociale.

Nella Fondazione chi collabora con te?
Siamo 4-5 persone. C’è il responsabile ufficio stampa e le ragazze che si occupano di scrivere comunicati e gestire i social network, mettersi in contatto con giornalisti e associazioni; poi un legale e un commercialista che si occupano di tutta la parte burocratica. Siamo in fase di startup, il lavoro sta aumentando quindi sicuramente speriamo al più presto di avere nuovi membri nel team e rendere la Fondazione più funzionale.

Sei sposata?
No (sorride). Convivo e ho una bambina di quasi 4 anni.

Ora come Onlus state cercando di farvi conoscere meglio?
Sì, anche attraverso la comunicazione e i social network. Reperire fondi e trovare una nuova sede sono le nostre priorità. Chiedo a tutti coloro che vogliono aiutarci a portare avanti questi progetti di sostenerci attraverso le diverse modalità di donazioni elencate nel nostro sito. Spero che vinca la solidarietà.

Marta Fresolone

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