L’elettorato nero: la fame di Matteo Salvini

Crescita senza interruzioni per la Lega

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L’elettorato italiano è affamato, l’elettorato è arrabbiato, evviva l’elettorato.

C’è un momento nel film Novecento di Bertolucci in cui cominciano a comparire in ogni angolo dei giovani impettiti vestiti in divisa. Succede da un fotogramma a un altro, senza continuità di sorta. Alfredo, uno dei protagonisti, si ritrova in un hotel con i sui compagni di viaggio, e, guardandosi intorno, si accorge della presenza delle camicie nere in ogni anfratto. C’è un altro momento poi, quello in cui la prima camicia viene cucita  sulle spalle di Attila, un altro personaggio, che continua a ripetere di voler apparire più maschio, non bello, ma maschio.




Quando nel 2018 il M5s vinse le elezioni politiche con un risultato indiscutibile le analisi critiche del post partita si concentrarono tutte sulla sconfitta della Sinistra. A più riprese gli osservatori ricondussero la logica del fenomeno all’incapacità della sinistra italiana di comunicare con il proprio elettorato. Spesso si sentì parlare di un elettorato storico stufo dei giochi di potere che non avendo risposte da una classe politica votata per decenni aveva ben pensato di cambiare rappresentanza e convergere nel movimento del cambiamento.

Questo tipo di indagine ha portato spesso a considerare l’elettorato 5 stelle come una costola dell’elettorato di sinistra. Affermazione che meriterebbe almeno un approfondimento, dal momento che lo stesso Salvini ha più volte vantato di avere tra i suoi ranghi ex elettori di sinistra. Se il Movimento 5 stelle era il porto sicuro per uomini e donne di sinistra in fuga dalla casta politica , oggi, ad un giorno dalla vittoria della Lega nellUmbria rossa, bisogna considerare il partito di Salvini il nuovo rifugio della sinistra delusa?

Nelle parole che continuano a sovrapporsi nel dibattito politico odierno sembrerebbe, a tratti, di sì. Quasi che l’elettorato fosse un fluido sempre uguale a se stesso che cambia contenitore. Eppure, come spesso accade di questi tempi, si incorrerebbe in una lettura semplificata della situazione italiana. Perché i fattori determinanti nella crescente presa di un discorso sovranista e nazionalista sono così sfumati da raccogliere un consenso che non può essere unicamente figlio della delusione.

Del resto l’intero vocabolario usato dallo stesso Salvini è tutt’altro che monolitico. Solo per ripercorrere le ultime avventure poetiche si è passati dai “pieni poteri” di agosto al “liberare l’Italia” di ottobre. Intanto il Movimento 5 stelle sembra sempre più inabissarsi, perdendo consensi ad ogni prova e dimostrandosi poco incisivo nelle vicissitudini del governo del Paese. I pesi massimi della prima ora abbandonano via via i loro posti di rilievo e solo l’imperituro Grillo riesce ancora ad aizzare sparuti capannelli che un tempo erano folle. Probabilmente anche il M5s non comunica più come un tempo col suo elettorato.  Oppure agli onesti e incorruttibili grillini qualche italiano ha cominciato a preferire un più maschio e muscolare capitano.

Più volte i massimi rappresentanti del Movimento si erano fregiati del titolo di catalizzatori del dissenso popolare, abili strateghi in grado di incanalare ad arte le pulsioni di un elettorato dai tratti quasi animaleschi. Ancora sembra di sentire le parole di Di Battista, sibilate quasi, in un intervista a Giovanni Minoli ad alludere ad una forza che il Movimento aveva istituzionalizzato, una forza che da un momento all’altro il Movimento avrebbe forse potuto scatenare, al di là delle istituzioni, una forza che era violenza resa mansueta.

Ma poi governare è altra cosa e la propaganda regge ben poco a confronto di un porto chiuso. Perché catalizzare e incanalare la rabbia può essere un ottimo punto di partenza, sì, ma poi all’elettore arrabbiato bisogna pur dare qualcosa, una parvenza di vendetta o di potere sul destino. Dati alla mano, come ama ripetere spesso il Capitano. Che poi siano i dati di un eccidio è trascurabile. Dovrebbero ricordarsene i pentastellati, quando si parlerà del cimitero del Mediterraneo, che a volte a voler dar da mangiare qualcosa agli indignati si rischia di premere troppo la mano.

“Né di destra e né di sinistra” hanno sempre ricordato i componenti del M5s, e Salvini ha fatto sua l’espressione in più occasioni, aggiungendo alla ricetta il “buon senso” tipicamente italiano. Ma, in fondo, si riferiva sempre allo stesso elettorato. L’episodio di Bertolucci è stranamente attuale allora, cambiano solo i colori. Il malessere dell’elettorato italiano esisteva allora come oggi ed è davvero difficile non riconoscere che si tratta dello stesso.

 

 

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