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Nato a Bruhl, nei pressi di Colonia, in Renania, nel 1909, Max Ernst è stato uno dei più controversi e originali artisti del secolo scorso. A partire dalle sue origini che han dato vita a un background dialettico e eterogeneo tra l’imprinting tedesco e francese.

La sua patria era una piccola città di frontiera dove confluivano il sentire primordiale della mitologia germanica e il razionalismo illuministico della grandeur francese; dove si scontravano il titanismo romantico nordico e i dettami di una costituzione civile, prodotto della rivoluzione del 1789.

Fonte: it.wikipedia.org
Fonte: it.wikipedia.org

Il paesaggio della Renania, con il suo fascino indomito, le sue foreste scure e fitte, la possanza dei flutti del Reno, ha destato l’inquietudine e la riflessione dell’artista, che ha rivisto in queste penombre l’intricato labirinto dell’inconscio. Egli creò un sublime connubio tra il lirismo romantico tedesco che celebra la potenza della natura e un senso dell’orrore e del grottesco insito nei paesaggi di Lautrèamont.

La figura che ha condizionato maggiormente il percorso artistico di Max Ernst fu suo padre, Philipp, che, oltre che essere un docente in una scuola per sordomuti, era un pittore dilettante. Egli soleva accompagnarsi con suo figlio per le radure e riportare su tela personaggi fantasiosi e eremiti curiosi, come nella sua opera “Solitudine”.

La dialettica caratteristica dell’habitat mentale di Max, suffragata dalla cultura d’origine in cui fu immerso fin dall’infanzia, fu stigmatizzata da una dualità emotiva, in perenne alternanza tra senso di quiete e minaccia. I quadri del padre lo inquietavano e lo stimolavano allo stesso tempo. L’ossessiva dedizione paterna ai particolari scenici; l’immaginifico dei personaggi e degli sfondi; quasi fossero trasportati in un universo parallelo, evocavano in lui un senso di turbamento e di esaltazione allo stesso tempo.

Attratto dal senso del Mistero, il piccolo Max, una volta scappò di casa e si unì a una processione di pellegrini; ricondotto a casa dalle forze dell’ordine, per giustificarsi con il padre disse candidamente che era “Gesù bambino”. Episodio significativo per capire quale era in nuce la sensibilità controversa dell’artista.

Dalla fase del “Dadamax”, pseudonimo nella sua fase dadaista, alle suggestioni dall’Espressionismo tedesco di August Macke, esponente del Blaue Reiter, allo patto solidale surrealista con Hans Arp, al senso del Mistero di De Chirico, Max Ernst dettò i principi per un nuovo modo di interpretare l’arte e il reale.

Egli poneva gli elementi in una dimensione tra realtà e sogno, senza una netta separazione fra essi, come se l’oggetto si rivelasse per la prima volta in quell’universo. Il suo obbiettivo di mettere a nudo la realtà era esplicato nei suoi scritti in cui sosteneva: “Nel liberarsi della propria opacità, l’universo diventa la vocazione dell’uomo”. Il suo monito era penetrare negli interstizi profondi della semantica delle cose, equiparando “l’immagine della realtà alla realtà dell’immagine”.

Le parole d’ordine nella sua arte sono allusività e ambiguità. Rappresentò paesaggi “cerebrali”, abitate da creature antropomorfe o ibride, combinate con elementi di natura vegetale, poste in un mondo irreale, sospese, come nate per la prima volta. Il suo interesse per i processi cognitivi e inconsci lo spinsero ad indagare sulle attitudini mentali esasperate negli stadi allucinatori, fino al limite tra finzione e reale, ponendosi passivamente come uno spettatore di sé stesso e della sua opera. Come tecnica egli utilizzò il “Frottage”, “sfregamento”, che escludeva ogni parte conscia e razionale, e dava vita a una progressione spontanea di visioni immateriali.

Dalla sua autobiografia nel 1961: “ …il mio occhio viene fortemente attratto dalle pagine di un catalogo stampato: gli inserti pubblicitari illustrano oggetti relativi alle ricerche antropologiche, microscopiche, psicologiche, mineralogiche, paleontologiche. E’ qui che scopro gli elementi di una figurazione tanto lontana e assurda da provocare in me un improvviso intensificarsi delle facoltà visive: una successione allucinante di immagini contraddittorie, doppie, triple, multiple, sovrapposte l’una all’altra con la persistenza e la rapidità proprie delle rievocazioni amorose e delle visioni in dormiveglia. Basta aggiungere a queste illustrazioni, mediante il semplice atto del disegnare e del dipingere, un colore, una linea, un paesaggio che non abbiano alcuna relazione con gli oggetti rappresentati…questi cambiamenti non sono altro che la copia di ciò che vedo dentro di me, registrano in immagini esatte e durevoli le mie allucinazioni, trasformando delle banali pagine pubblicitarie in un vero e proprio dramma, espressione rivelatrice dei miei più segreti desideri”.

La sua dedizione nel “circoscrivere i domini dell’illogico”, lo portò comunque a non esimersi da una pittura formale. Egli stesso si definirà avulso dall’essere un pittore informale. Il potere dell’immaginazione era per Ernst fondamentale all’atto creativo. Ciò che lo differenzierà dai surrealisti in senso stretto sarò l’inserimento del processo fantasioso all’interno di una dimensione empirica e storica.

 

 

Costanza Marana

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