L’odio scorre sui social. Perché è così facile odiare?

Dal dizionario che cura l’uso improprio delle parole all’analisi del linguaggio dell’odio. Stereotipi e discriminazioni sono alla base degli insulti. Ma un rimedio c’è.

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Le donne sono le maggiori destinatarie del linguaggio d’odio online, colpite addirittura di più degli omosessuali e dei neri

“Io non perdono e non dimentico, ma non odio”. Così La senatrice a vita Liliana Segre risponde durante una conferenza, commentando la scorta assegnatale dopo gli insulti e le minacce ricevute via web. Lo Chef Rubio, allontanato dalla tv, viene denunciato dal dottor Ilan Brauner, membro della comunità ebraica locale, perché i suoi tweet istigherebbero alla violenza e alimenterebbero l’odio nei confronti del popolo ebraico. E ancora Valerio, un ragazzo con la sindrome di Down, che nell’estate di due anni fa aveva salvato una bambina di dieci anni dall’annegamento, viene ora attaccato senza motivo sui social con commenti come ” Guardatelo, sembra un cane “, “doveva morire…”. Da ultimo, il caso Cucchi, tornato d’attualità dopo la querela di Ilaria, la sorella di Stefano, a Matteo Salvini per le frasi sulla droga. Il triste fatto di cronaca, negli ultimi  anni, è stato occasione per esprimere frasi d’odio e insulti gratuiti e fuori luogo, come “Se quel drogato di tuo fratello fosse stato un bravo ragazzo stava ancora tra noi”.




Purtroppo quest’odio non è più quello degli insulti al bar o al volante, almeno qui rimaneva circoscritto. Ai tempi dei social network tutto è amplificato da una platea di migliaia (anche milioni) di persone e si propaga a macchia d’olio, con una pericolosa deriva emulativa. Sono nati molti dizionari che cercano di recuperare parole dimenticate o inutilizzate, ma un dizionario che cerca di “curare” le parole ancora non esisteva. Ebbene, nasce il primo vocabolario che vuole ripulire le parole, riportandole al loro significato originario, evitando di usarle a sproposito e in modo distorto (e qui il linguaggio dell’odio insegna). Un progetto nato grazie al sostegno della Fondazione Crt, della Rete italiana della cultura popolare, l’associazione che promuove  politiche socio-culturali attente ai saperi tradizionali, e al fondo Tullio De Mauro, il linguista scomparso quasi tre anni fa. Nel dizionario, si analizzano parole come “populismo”, “verità”, “multiculturalismo”, “razza” (esiste la razza animale, non quella umana), e la parola “odio”. La sociologa Chiara Saraceno, Presidente della Rete, ha spiegato come l’odio sia radicato nella società contemporanea. Insieme a Tullio De Mauro, ha partecipato ai lavori della Commissione sull’intolleranza,la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio voluta dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, dopo le ripetute minacce ricevute sui social network. La sociologa analizza il linguaggio dell’odio, partendo dal lavoro “Le parole per ferire” di Tullio de Mauro (che inizia l’analisi con una filastrocca di Gianni Rodari “Le parole”: “Abbiamo parole per far rumore, parole per parlare non ne abbiamo più”).

Il linguaggio dellodio

La sociologa parla della piramide dell’odio: alla base ci sono gli stereotipi e le false rappresentazioni, ad es. “gli uomini non riescono a tenere i bambini in braccio, li fanno cadere, o le donne non sanno guidare”, oppure, “è un ebreo”; il livello successivo è la discriminazione, la discriminazione ha bisogno della stereotipizzazione; salendo sulla piramide, c’è il linguaggio dell’odio, le minacce, gli insulti, la denigrazione. L’ultimo livello, in cima, ci sono i crimini di odio.
Il linguaggio dell’odio dunque ha una posizione strategica e si colloca dentro una precisa costruzione. La sociologa riporta anche alcuni dati significativi. Le donne, ad esempio, sono le maggiori destinatarie del linguaggio d’odio online, colpite addirittura di più degli omosessuali e dei neri. Le donne in politica, poi, sono il bersaglio specifico di insulti sessisti. Non sono più insultate degli uomini, ma vengono insultate in quanto donne.
Nel linguaggio dell’odio, spiccano anche l’omofobia, gli omosessuali sono bersaglio di minacce, a pari merito con i migranti, oggetto di odio via Twitter. Dice la Saraceno:

“Le parole sono importanti, tramite il linguaggio costruiamo mondi e ponti. Se li costruiamo male, se veicoliamo messaggi che fanno male alle persone o costruiscono modelli cognitivi che fanno deviare, questo diventa molto grave”.

La sociologa racconta un fatto personale: “Dopo aver partecipato a un dibattito politico televisivo sui migranti, mi scrissero sui social“vorrei che la stuprassero”. Oltre agli odiatori di professione, ci sono quelli che reagiscono sulla base di fantasie. In Italia, c’è chi pensa che vi sia il 30% di mussulmani o che i migranti siano il 40%, quando in realtà questi sono solo l’8%… non siamo ancora invasi. La religione islamica è la maggioritaria tra i migranti, ma non lo è certo in Italia”.

Perché lodio scorre sui social?

Le parole usate per insultare non sono una novità, ma oggi il fenomeno si complica perché è strabordante, enfatizzato e amplificato su larga scala. I confini tra il “si dice” e “non si dice”, “me lo posso permettere”, sono sfumati, e non è solo un problema di politically correct, ma di rispetto, educazione, valori e approccio culturale.
I cosiddetti leoni da tastiera si sentono “nascosti”e “protetti”; la peculiarità del mezzo, sia esso Twitter o Facebook, permette l’anonimato, l’uso e abuso di profili fake, la possibilità di esprimere opinioni senza limitazioni (o quasi).
Gli odiatori professionisti, gli haters, sono guidati dall’ignoranza, dalla mancanza di modelli culturali, dalla paura per il diverso (come la sindrome di down).
La diffidenza è nei confronti dell’altro, in quanto colui che ha una diversa posizione; nella galassia web della diversità di opinioni, le persone si identificano e creano gruppo con quelli che hanno la stessa visione del mondo. Tutti gli altri sono fuori. E in quanto fuori dal gruppo, ci si sente legittimati a farli diventare oggetto di scherno e di minaccia.

Quali sono i rimedi?

La sociologa consiglia di lavorare sugli stereotipi, sull’informazione (e formazione dei giornalisti), sulla conoscenza dell’altro, sul confronto, sul dialogo, per contrastare il linguaggio dell’odio, isolando gli haters di professione perché l’odio fa parte della loro identità.
Per fortuna esistono progetti che lavorano su questo. Recuperano il linguaggio per cancellare le parole ostili e la comunicazione d’odio. Parole ostili è un progetto sociale di sensibilizzazione per contrastare l’uso violento delle parole, che come dice la Saraceno hanno un potere fortissimo, costruiscono mondi e ponti.
Il Manifesto del progetto in dieci punti è molto interessante e andrebbe studiato a scuola.
Virtuale è reale (Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona). Si è ciò che si comunica (Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano). Le parole danno forma al pensiero (Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso). Prima di parlare bisogna ascoltare (Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura). Le parole sono un ponte (scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri). Le parole hanno conseguenze (So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi). Condividere è una responsabilità (Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi). Le idee si possono discutere, le persone si devono rispettare (Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare). Gli insulti non sono argomenti (Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi). Anche il silenzio comunica (Quando la scelta migliore è tacere, taccio).

Marta Fresolone

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