La caduta di un ministro dietro la morte di Mario Paciolla?

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A novembre 2019, mentre era in vacanza a Napoli, Mario Paciolla ha chiesto di cancellare i suoi pezzi da vari siti web di cultura in Francia ed in Italia, eliminava le foto personali e quelle della famiglia dalle suoi profili social, impostava la sua pagina facebook in profilo privato, cambiava le password e, seppur lasciando aperto l’account di Twitter, cancellava tutti i suoi “cinguettii”. Allo stesso tempo, chiedeva ad un amico di realizzare il backup di tutte le informazioni sul suo computer personale e a suo padre, Giuseppe Paciolla, di separare la connessione internet di casa sua da quella dei suoi familiari, che fino a quel momento condividevano. Tra il 19 ed il 21 Novembre, ancora in Colombia, Mario Paciolla commentava a molte persone che lo circondavano che lui ed alcuni suoi colleghi della Missione di Verifica delle Nazioni Unite, assegnate all’ufficio di San Vicente del Caguán (Caquetá), stavano subendo attacchi cibernetici a seguito dello scandalo che due settimane prima aveva provocato la caduta dell’allora ministro della Difesa, Guillermo Botero. Il volontario dell’ONU aveva documentato con i suoi colleghi della Missione i fatti relativi al bombardamento del 29 agosto 2019 nella località Aguas Claras, nel municipio di San Vicente del Caguán, contro l’accampamento Farc di Rogelio Bolívar Córdova, alias Gildardo el Cucho, nel quale erano morti sette minorenni tra i 12 ed i 17 anni. In seguito si è appreso da inchieste giornalistiche che molti altri erano stati uccisi sul posto.

Con il rigore che lo caratterizzava, Mario Paciolla è stata una delle persone incaricate di verificare le circostanze del bombardamento, in particolare la morte degli adolescenti reclutati dal Cucho, comandante dei gruppi dissidenti dei fronti 7,40 e 62 delle Farc, così come il conseguente desplazamiento forzado (sfollamento forzato) delle loro famiglie e le minacce al rappresentante del Municipio di Puerto Rico (Caquetá) Herner Evelio Carreño, che preventivamente aveva informato le forze armate del reclutamento di minori di età nella zona. Paciolla – trovato senza vita nel suo appartamento lo scorso 15 Luglio, otto mesi dopo l’incidente – si sentiva in pericolo, tradito e indignato con i suoi superiori, e informò le persone a lui più strette che aveva richiesto il trasferimento in un’altra sede della Missione dopo aver saputo che, per decisione di Raúl Rosende, direttore dell’area Verifica dell’organismo, sezioni dei suoi report erano finiti nelle mani del senatore del partito della U (Partido Social de Unidad Nacional) Roy Barreras, le cui accuse nella seconda mozione di sfiducia contro Botero, assestarono un tale colpo alla vertice militare da obbligare il ministro a dimettersi.

La fuga di notizie

Durante il suo passaggio al Ministero, Botero fece pressioni affinché non fosse dato per l’anno 2019 un nuovo mandato alla Missione, che di norma veniva rinnovato nel mese di settembre, e questo già aveva generato malcontento. Fonti assicurano che in più di un’occasione l’ex-ministro non volle ricevere la Missione e in occasione della prima riunione ufficiale con il messicano Carlos Ruiz Massieu, capo di tutte le Missioni di Verifica dell’ONU in Colombia, ringraziò per il lavoro svolto, affermando al termine dell’incontro “Andremo avanti”, espressione interpretata come una dichiarazione anticipata delle sue dimissioni per decisione delle Forze Militari. La decisione di far trapelare le informazioni sul bombardamento, di carattere sensibile e confidenziale, è stata presa nelle ultime settimane di ottobre da funzionari che, coordinati da Rosende, selezionarono i documenti utili da consegnare per la discussione della mozione di sfiducia voluta dal senatore Barreras, alla luce dell’assassinio dell’ex membro delle Farc desmovilizado Dimar Torres nel Catatumbo e di altre denunce di violazioni dei diritti umani da parte delle forze militari, dopo la firma dell’Accordo di Pace con le Farc, a novembre 2016. La fuga di notizie destinate al senatore Barreras  — fatto che va contro le regole su cui si basa la Missione — non fu concertata con Ruiz Massieu, date le riserve interne per la sua presunta vicinanza con il governo di Iván Duque y con l’uribismo (la corrente politica legata ad Alvaro Uribe). Non era la prima volta che Rosende nascondeva informazioni a Ruiz Massieu. Come responsabile delle delegazioni regionali e locali della Missione, l’uruguaiano bloccò l’accesso ai report al suo capo. “Le informazioni sono polvere d’oro e chi la gestisce a volontà è Raúl Rosende”, ha indicato una fonte. L’occultamento di informazioni a Ruiz Massieu ed il pericolo generato dalla fuga di notizie, a cui furono esposti i funzionari che avevano raccolto sul campo le informazioni relative al bombardamento – tra cui Mario Paciolla – crearono una spaccatura interna nella Missione nel corso delle settimane successive alla mozione di sfiducia. C’era chi festeggiava la caduta del ministro e chi, prevedendo possibili ritorsioni da parte delle Forze Armate, si lamentavano per la fuga di notizie e per l’interruzione dei canali ufficiali di comunicazione con il Governo. Roy Barreras, presidente della Comisión de Paz del Senato, consultato, negò di aver ricevuto documentazione dalla Missione di Verifica dell’ONU sul bombardamento nel Caguán, e affermò che le sue fonti provenivano da ufficiali dell’Esercito scontenti per l’azione militare compiuta e per le violazioni dei diritti umani che erano state oggetto del dibattito pubblico. “Non so come loro avessero ottenuto queste informazioni, ma posso assicurare con totale convinzione che non ho ricevuto alcun documento dalla Missione per questa interrogazione, ne’ per altre”. La Missione, da parte sua, non ha voluto rispondere alle domande che ho posto per avere chiarimenti sulla vicenda. Inoltre Ruiz Massieu mi ha bloccato su Whatsapp. La responsabile dell’ufficio stampa dell’organismo, Liliana Garavito, si è limitata a riportare la dichiarazione di Farhan Haq, portavoce di António Guterres, segretario generale dell’ONU, realizzata il 3 agosto a New York dopo due articoli de El Espectador che denunciavano i responsabili della Missione di ostacolare l’accesso alla giustizia sul caso di Mario Paciolla e di inquinare le prove sulla scena dei fatti.

Nonostante ciò, sette fonti altamente attendibili all’interno della Missione che hanno fornito sotto anonimato molti dettagli – che mi astengo dal pubblicare per non metterli a rischio – sulle discussioni e lo scambio di email criptate nel giorni precedenti all’interrogazione del 5 novembre, i festeggiamenti per la caduta di Botero, i conflitti interni generati dalla fuga di notizie ed il ruolo di Mario Paciolla nell’attività di verifica sul bombardamento, così come l’hackeraggio nei confronti di diversi funzionari della Missione.

È stato in questo contesto che Mario Paciolla ha iniziato a dichiarare di sentirsi “tradito”, “usato” e “sporco” nella Missione, preoccupandosi di eliminare ogni sua traccia online. “Non voglio che nessuno possa dire che sono amico di qualcuno o relazionarmi con qualcun altro su Facebook”, affermava a fine dicembre. Non c’è da stupirsi: il suo lavoro era stato strumentalizzato per un attacco politico di grandi dimensioni che aveva colpito il ministro della Difesa e che aveva messo in pericolo coloro che avevano realizzato la verifica sul campo. Il volontario si è recato in Italia il 23 novembre ed è tornato in Colombia il 27 dicembre, per riprendere il suo lavoro a San Vicente del Caguán all’inizio di gennaio, da dove ha chiesto il suo trasferimento. L’11 luglio ha comunicato alla sua famiglia di sentirsi in serio pericolo e che aveva fretta di rientrare. Lo stesso giorno, in una conversazione in chat con un amico, Paciolla ha scritto in italiano: “Voglio dimenticare per sempre la Colombia. La Colombia non è più sicura per me. Non voglio più mettere piede in questo paese o all’ONU. Non è per me. Ho chiesto un trasferimento qualche tempo fa e non me l’hanno dato. Voglio una vita nuova, lontano da tutto.

L’unità di intelligence della Missione ONU

Un mese prima delle dimissioni del ministro della Difesa, Guillermo Botero, prima delle elezioni regionali dell’ottobre 2019, un’altra fuga di informazioni ad Antioquia ha messo a rischio il personale della Missione, per la maggior parte volontari delle Nazioni Unite, i quali consegnarono un rapporto che includeva l’ipotesi di responsabilità delle forze militari in un attentato inizialmente attribuito alla guerriglia dell’ELN. Il rapporto, steso utilizzando il format dell’ONU, in cui sono registrati i nomi dei suoi autori e dettagli specifici che consentono la tracciabilità delle fonti, fu fatto arrivare nelle mani del generale di brigata Juvenal Díaz Mateus, comandante della Quarta Brigata dell’Esercito. Dopo averlo letto, Díaz è andato su tutte le furie e ha chiamato il capo della missione ONU ad Antioquia, il catalano Francesc Claret. Tale fu il disagio nelle forze armate e la paura causata dalla chiamata del generale, che lo stesso Raúl Rosende si recò urgentemente a Medellín per gestire la relazione con la brigata e calmare i membri della Missione.

Questo fatto fa seguito ad altri eventi simili accaduti negli ultimi due anni in diverse aree del Paese che, pur avendo avuto un minore impatto, hanno accresciuto la sensazione di mancanza di protezione del personale della Missione ONU incaricato di verificare il rispetto dei punti 3.2 e 3.4 dell’Accordo di Pace tra Governo e FARC: re incorporazione alla vita civile e garanzie di partecipazione politica, garanzie di sicurezza e lotta contro organizzazioni e comportamenti criminali.

Secondo fonti della Missione, tutti gli episodi di fuga o diffusione di informazioni hanno avuto un denominatore comune: il capitano della marina in pensione Ómar Cortés Reyes, consulente della Missione fin dai tempi del francese Jean Arnault che, malgrado avesse un ruolo esterno, riceveva nella sua casella di posta elettronica documenti riservati della Missione ONU, a cui possono accedere solo gli autori, i loro responsabili regionali diretti e un numero limitato di funzionari di alto livello a Bogotá. Nelle mani sbagliate, tali rapporti avrebbero potuto compromettere la sicurezza del personale della Missione, poiché sono rapporti giornalieri, settimanali, bisettimanali, di natura riservata. Cortés Reyes, il cui grado equivale a quello di tenente colonnello, è stato uno dei sette militari che facevano parte della sottocommissione tecnica per la fine del conflitto al tavolo dei negoziati dell’Avana, sul punto del cessate il fuoco e della deposizione delle armi. È stato Direttore dell’intelligence della Marina nazionale e, in questa veste, è stato membro della Task Force di Intelligence Integrata (JIC), il massimo organo incaricato di preparare analisi di intelligence e controspionaggio per il governo nazionale, che orientano le decisioni politiche su temi estremamente sensibili come le operazioni militari e la sicurezza nazionale. Cortés e il suo responsabile diretto nella Missione, il peruviano Yhon Medina Vivanco, capo dell’area di sicurezza, hanno condiviso con gli alti gradi dell’esercito le relazioni dei funzionari che operano sul campo, adducendo come giustificazione la volontà di costruire relazioni di fiducia con i militari. “Ci usano per rafforzare le relazioni politiche ad alto livello e ci mettono a rischio attraverso la gestione irresponsabile di informazioni sensibili, il cui unico risultato è il rafforzamento del lavoro di intelligence contro di noi proveniente dalla Missione stessa”, dice un volontario che si è dimesso dopo aver vissuto una situazione simile a quella di Mario Paciolla.

ll mouse di Mario Paciolla

Al pari delle indagini interne della Missione, anche le indagini della Procura sul caso Mario Paciolla non mostrano grandi progressi. Tutto ciò sembra confermare il patto di silenzio tra le autorità colombiane, l’ambasciata italiana e la Missione, denunciato dal corrispondente dell’agenzia ANSA in America Latina Maurizio Salvi, che però non ha rappresentato un ostacolo affinché sia in Italia che in Colombia siano stati resi noti particolari, come quelli riportati da El Espectador, sulla distruzione delle prove nell’appartamento in cui è morto il volontario. L’ultimo di questi è legato alla scoperta presso la sede delle Nazioni Unite a Bogotá del mouse del computer di Paciolla, che i funzionari del Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno sottratto insieme ad altri effetti personali il 16 luglio (il giorno dopo la morte del volontario) per ordine, secondo il quotidiano italiano La Repubblica, del capo della Sicurezza della Missione di Caguán, il militare in pensione Christian Leonardo Thompson Garzón. Il dispositivo compare nell’inventario inviato dalla Missione alla famiglia di Paciolla che, nonostante gli annunci dell’ONU a New York, non ha ancora ricevuto alcun effetto personale del figlio. Quello che non si sapeva fino ad ora è che un test tecnico effettuato da funzionari della Procura della Repubblica ha dimostrato che il mouse era impregnato di sangue prima di essere stato ripulito e rimosso dall’Onu dall’abitazione di Mario Paciolla, situata nel quartiere Villa Ferro, nel comune di San Vicente del Caguán.

La presenza del mouse nel quartier generale della Missione è stata confermata da tre fonti di questa organizzazione, indignate per le gravi responsabilità di Christian Thompson, ufficiale dell’esercito colombiano in pensione che, prima di collaboratore con le Nazioni Unite, era stato consulente per la sicurezza di molte multinazionali in varie parti del mondo. Germán Romero, avvocato in Colombia della famiglia Paciolla, dice di non essere a conoscenza del ritrovamento del mouse con sangue negli uffici della Missione a Bogotá, poiché non ha ancora avuto accesso al fascicolo completo, né tantomeno se questioni come il rapporto del bombardamento di alias el Cucho, o la presenza del capitano Cortés Reyes, siano state incluse nel procedimento penale. Poche cose sono cambiate nella Missione, ad eccezione della chiusura dell’ufficio di San Vicente del Caguán, spiegata come un atto di prevenzione contro situazioni di estrema pressione che potrebbero provocare “un altro suicidio”. Ruiz Massieu è criticato a bassa voce dai suoi colleghi data la sua passività, mancanza di leadership e incapacità di bonificare un’organizzazione che pullula di indagini interne archiviate, trasferimenti e promozioni di funzionari per convenienza, oltre alla paura latente e al silenzio che di fatto che è stato imposto successivamente alla morte di Mario Paciolla. E la Procura tace.

Claudia Julieta Duque

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