La città ideale secondo Platone: cosa ha da insegnarci oggi?

Come sarebbe vivere in una città in cui ci si sente davvero parte di una comunità, in cui tutti si sentono davvero uniti l’uno all’altro?
La città ideale teorizzata da Platone è basata su un profondo senso di comunità. Sono messi in comune le ricchezze, i figli, le donne, le gioie e i dolori. Si tratta di un progetto ritenuto utopistico, irrealizzabile e addirittura scandaloso già dai suoi contemporanei. E probabilmente lo è davvero. Ma il progetto di città ideale di Platone continua ancora oggi a scuotere le nostre coscienze e a farci  interrogare sullo stato attuale della nostra società, sempre più individualista e ancorata all’interesse personale.

Possiamo indicare un male maggiore per la città di ciò che la spezza facendone di una molte? O un bene maggiore di ciò che la lega insieme e la rende una? – Non possiamo. – E non è dunque la comunanza di piacere e dolore a legare – quando tutti i cittadini gioiscono e si addolorano nel modo più uniforme possibile per le stesse nascite e le stesse morti?

Repubblica, V,  462 a-c

Il punto di partenza del progetto di Platone è quello di realizzare una società politica giusta, sana, felice, quindi davvero unita, priva di conflitti. La città viene vista come un organismo, che deve essere profondamente coeso, non “spezzato” in diverse unità. Il legame tra i cittadini si salda nell’esperienza di patimenti comuni.

L’unità si realizza davvero quando tutti i cittadini gioiscono o si addolorano per la stessa ragione. È toccante, in giorni come questi, di forte dolore condiviso, pensare alla profondità del pensiero platonico. Il momento critico che stiamo passando può essere infatti l’occasione per ridefinire i parametri della nostra società, per renderla più unita, consapevole e a misura d’uomo.




Per garantire la coesione sociale, il principale nemico da combattere è la privatezza degli interessi.

Secondo Platone, il vero ostacolo alla realizzazione dell’unità della città è proprio l’oikos: la casa, il clan familiare, in cui si accumulano e trasmettono il patrimonio materiale e i legami affettivi. La possibilità di poter distinguere il “tuo” dal “mio” mette a repentaglio i vincoli comunitari. È necessario dunque, secondo Platone, sradicare l’assetto familiare tradizionale. Questo comporta anche la necessità di superare la differenza di ruoli sociali tra uomini e donne. Si tratta di misure altamente sovversive rispetto alla società di Platone, ma anche rispetto alla nostra. Il pensiero platonico si dimostra rivoluzionario.

Per la prima volta, si teorizza una uguaglianza di diritti e doveri tra uomini e donne.

L’inferiorità del genere femminile è una convinzione radicata nella cultura greca. Platone ritiene invece che l’inferiorità femminile sia causata unicamente dalla mancanza di un’adeguata educazione delle donne, vincolate alle mansioni di “casa”. Tuttavia, come osserva il filosofo, non c’è nessuna legge naturale secondo la quale le donne debbano essere escluse dal governo della città. Se adeguatamente educate, le donne possono entrare nel gruppo dirigente della città ideale di Platone, al fianco degli uomini migliori. Una volta emancipate ed integrate nel gruppo dirigente, tuttavia, non possono più occuparsi unicamente della famiglia ed è necessario riequilibrare l’assetto sociale.

Bisogna dunque che matrimonio, procreazione e allevamento dei figli siano sottratti alla sfera privata. Tutti i cittadini condividono le case e i pasti. Sono messi in comune anche le terre e le ricchezze.

Il governo stabilisce, per sorteggio, le unioni nuziali. Appena nati, i figli vengono sottratti ai genitori ed affidati a balie pubbliche e, in seguito, alle istituzioni educative della città. Le donne e i figli, nel progetto platonico, sono dunque messi in comune. Uno scenario di questo tipo appare quasi traumatizzante, assolutamente indesiderabile. Un dettaglio interessante, tuttavia, che ci rivela la pregnanza dell’ideale comunitario di Platone, è che, cambiando la forma della vita collettiva, cambia anche il linguaggio parentale. I giovani, nella città ideale di Platone, chiamano “padre” e “madre” tutti gli adulti della fascia di età dei loro possibili genitori. Gli adulti appellano “figli” tutti i giovani nati nel loro periodo procreativo. I cittadini coetanei si chiamano tra loro “fratelli” e “sorelle”.  

La coesione del gruppo dirigente è la condizione fondamentale per l’unità della città.

Secondo Platone,  se non c’è conflitto tra i membri del governo della città, «non c’è da temere che il resto della città si divida per disaccordi nei loro confronti o al proprio interno» (Repubblica, V, 465b). Un governo forte, coeso è dunque indispensabile per garantire l’unità dell’intero corpo civico.

Platone teorizza una riunificazione di filosofia e politica, con l’assegnazione del governo della città ai filosofi. Già ai tempi di Platone questa proposta sembrava scandalosa. Infatti, venivano chiamati “filosofi” anche personaggi moralmente nocivi, potenziali malfattori come i sofisti. Se la pratica della filosofia era degenerata e diventata socialmente inutile, per Platone era comunque possibile realizzare un nuovo tipo di filosofo. Quest’ultimo avrebbe incarnato le tradizionali virtù morali del bravo cittadino: autocontrollo, coraggio, esperienza della cosa pubblica, dedizione al bene comune. Ma avrebbe anche aderito alle nuove doti intellettuali: conoscenza delle leggi, dei parametri “ideali” di giustizia; capacità di orientare le sue decisioni seguendo il supremo valore, cioè l’idea del buono, per costruire una felice vita individuale e collettiva.

Anche i governatori non possiedono ricchezze personali nella città ideale di Platone. Essi partecipano alla funzione produttiva, come i contadini: questo garantisce una forte unificazione dell’intero gruppo sociale.

Platone teorizza, in alcuni casi, delle soluzioni indubbiamente molto radicali, ma ci dà comunque importanti spunti di riflessione. Alcuni temi, come l’uguaglianza di genere, risultano ancora tristemente insuperati.

La città ideale di Platone, qui solo sommariamente delineata, è basata su un reale senso di comunità, sulla condivisione di ogni aspetto della vita. Oggi sarebbe impossibile realizzare l’utopia platonica. Tuttavia, Platone riporta la nostra attenzione su quanto sia importante, per realizzare una società giusta, sentirsi parte di un’unità. Viviamo in un mondo in cui ciascuno è impegnato esclusivamente a fare i propri interessi, in una società sempre più scissa al suo interno, priva di identità e stablità. Ci sentiamo sconosciuti tra noi. Viviamo in un mondo globalizzato, ma non conosciamo il nostro vicino di casa. Siamo cittadini del mondo, ma non della nostra città. Immaginiamo come sarebbe bello, avendo visto l’esempio platonico, camminare per strada e salutarsi con i propri coetanei chiamandosi “fratello”, “sorella”. Sarebbe bello che ogni padre ed ogni madre si sentissero responsabili per tutti i bambini. Ancor più bello se ogni figlio, ogni giovane, si sentisse tutelato dagli adulti, come fossero loro genitori. 

L’emergenza del Corona Virus ci sta facendo rendere conto di quanto sia fondamentale vivere in una società coesa, unitaria, in cui le persone si aiutino a vicenda: dai singoli cittadini ai governatori. In tempi come questi, in cui è assolutamente necessario per la nostra sopravvivenza il distanziamento e la rarefazione sociale, stiamo finalmente capendo quanto le relazioni interpersonali, il dialogo, il contatto, il senso di comunità e di unità siano bisogni indispensabili per la nostra specie. L’esperienza del dolore, come ci insegna Platone, è un’opportunità per unirsi a livello sociale. I momenti di crisi sono momenti di scelta: scegliamo di ridisegnare una società più unita, attenta ai bisogni reali, alla condivisione e all’uguaglianza.

Giulia Tommasi

 

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