La corte dei miracoli: il controregno degli ultimi

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Una città nella città: questo era, nel XVII secolo, la corte dei miracoli. L’approdo “sicuro” (si fa per dire) di mendicanti, folli ed emarginati sociali di ogni sorta. Che, grazie alla schiacciante forza dei numeri e alla vocazione dichiarata alla ribellione, erano in grado di mettere in discussione l’ordine costituito. Arrivando a far tremare addirittura il re.

Avete mai letto Notre-Dame de Paris di Victor Hugo? Nel corso della vicenda, il poeta Gringoire si ritrova in un luogo tremendo e perturbante chiamato “La corte dei miracoli“. Ecco come al personaggio (e al lettore) si presenta questo spazio da incubo:

«Dove sono?», disse il poeta atterrito.
«Nella Corte dei Miracoli», rispose un quarto spettro che si era accostato a loro.
«Per l’anima mia», rispose Gringoire, «vedo bene i ciechi che vedono e gli zoppi che
corrono; ma dov’è il Salvatore?».
Essi risposero con una risata sinistra.
Il povero poeta volse lo sguardo intorno a sé. Si trovava effettivamente in quella
temibile Corte dei Miracoli, dove mai nessun uomo onesto era penetrato a quell’ora della
notte; cerchio magico dentro al quale gli ufficiali dello Châtelet e le guardie della
prevostura che vi si avventuravano scomparivano in briciole; città dei ladri, orrenda
verruca sulla faccia di Parigi; cloaca dalla quale traboccava ogni mattina, e nella quale
veniva a ristagnare ogni notte quel torrente di vizi, di mendicità e di vagabondaggio che
sempre straripa nelle vie della capitale; mostruoso alveare dove di sera rientravano con il
loro bottino tutti i calabroni dell’ordine sociale; falso ospedale in cui lo zingaro, il monaco
spretato, lo studente perduto, i farabutti di tutte le nazioni, spagnoli, italiani, tedeschi, di
tutte le religioni, ebrei, cristiani, maomettani, idolatri, coperti di finte piaghe, mendicanti
di giorno, si trasformavano di notte in briganti; in una parola, immenso spogliatoio dove si
vestivano e si svestivano a quell’epoca tutti gli attori di quell’eterna commedia che il furto,
la prostituzione e l’assassinio recitano sul selciato di Parigi.




Perché la corte dei miracoli aveva questo nome?

È presto detto. Per impietosire chi passava loro accanto, i mendicanti spesso fingevano diversi tipi di infermità. Ma quando la sera rientravano nei propri quartieri di residenza, non dovevano più fingere di essere ciechi, privi di senno o storpi. Per questo la corte dei miracoli si chiamava così: passate le sue mura gli infermi (falsi) erano risanati.

Su dove (e quando) si trovassero questi luoghi, bisogna precisare che Hugo fa un po’ di confusione, ambientando il suo primo romanzo di successo nel Medioevo. In realtà, quella di cui parla è probabilmente la parigina Grande Cour des miracles, tra la rue du Caire e la rue Réaumur. Quanto al quando, è abbastanza certo che questi luoghi siano esistiti in Francia nelle città maggiori soprattutto tra i regni di Luigi XIII e Luigi XIV.

Una contro-società dalla gerarchia complessa

La corte dei miracoli non era semplicemente un luogo: era un mondo. E il fatto che vi si raccogliessero quelli che erano considerati i rifiuti della società non deve indurre a pensare che lì vigesse l’anarchia. Al contrario: la società degli ultimi era dotata di una struttura precisa e complessa, aveva un proprio linguaggio (argot) e una propria gerarchia.

In particolare, periodicamente si eleggeva un Coësre o re di Tunisi, cioè un sovrano che governava tutti i mendicanti di Francia. Costui agiva in ogni provincia per mezzo di luogotenenti, chiamati cagous, che dovevano istruire, irregimentare e tenere d’occhio i mendicanti alle prime armi. Al di sotto dei luogotenenti c’erano i saggi del regno o archissupots, che istruivano i nuovi mendicanti nell’argot e nel mestiere, consigliandoli, ed erano per questo esentati dal pagamento di tasse al Coësre.

Le prove d’iniziazione

Per entrare a far parte della corte dei miracoli, non bastava essere poveri e disposti a sedere sulla scalinata di una chiesa tendendo la mano. Bisognava dimostrarsene degni, in particolare dedicandosi anche alla professione di tagliaborse. Per svolgere questo mestiere, però, era necessario superare una serie di prove, tutte sotto la supervisione di alcuni Maestri. E non era pane per i denti di chi fosse fragile di nervi o debole di cuore.

La prima prova, infatti, si svolgeva in una stanza in cui si era tesa una corda e vi si erano sospesi una borsa e dei campanelli. Questa corda era collegata a un piatto su cui il candidato doveva poggiare il piede destro, mentre poteva spostare il sinistro. Il compito era tutt’altro che semplice: senza sbilanciare il peso del corpo, bisognava riuscire a tagliare la borsa senza far suonare i campanelli. Se si riusciva, si passava alla prova successiva. Se si falliva, erano botte da orbi.

In effetti, erano botte da orbi comunque: si riteneva, infatti, che le percosse temprassero la resistenza del futuro mariuolo. Che, quindi, le doveva prendere fino alla prova successiva, che si svolgeva “sul campo”. La presenza di “pubblico” rendeva decisamente più complessa la seconda prova. Insieme ai suoi maestri, il candidato doveva individuare nel mercato o nella piazza una potenziale vittima e prepararsi al furto. I maestri, al momento del taglio della borsa, dovevano denunciarlo alla folla, mettendosi a gridare, e aiutare i passanti a catturarlo, coprendolo di insulti. Per superare la prova, l’esaminato doveva lasciar fare, senza scomporsi e senza smascherare i complici. Questi, intanto, approfittavano della calca per tagliare tutte le borse che capitavano loro a tiro, per poi sottrarre abilmente il nuovo membro al linciaggio.

L’intervento del potere costituito: la fine della corte dei miracoli?

La corte dei miracoli maggiore e tutte le sue consorelle minori rappresentavano, soprattutto a Parigi, un problema non da poco. La città, infatti, era la sede del sovrano: era inaccettabile che proprio lì si trovasse un nucleo di resistenza tanto tenace e tanto sfacciato alla sua autorità.

Eppure, per quanto ci s’impegnasse, sembrava una piaga insolubile. Si era pensato, per esempio, nel 1630, di risolvere il problema facendo passare un’ampia strada nel bel mezzo della più grande corte dei miracoli. Nulla da fare: gli operai non fecero in tempo nemmeno a entrare nel quartiere ed erano già stati assassinati.

Ci riprovò, per ordine del Re Sole, il luogotenente della Polizia di Parigi Gabriel Nicolas de la Reynie nel 1668. Il piano era molto ben congegnato. Aperte cinque brecce nel muro di cinta del quartiere, il luogotenente fece credere ai malandrini di guidare un numeroso esercito. Aveva solo poche forze a disposizione, ma andò avanti a muso duro proclamando che gli ultimi dodici malnati rimasti nel quartiere sarebbero stati impiccati. Ci fu un fuggi fuggi generale impressionante, il quartiere si svuotò. Dopodiché, la Reynie spedì (da lì e dalle altre corti) di sessantamila delinquenti marchiati a fuoco alle patrie galere.

Un successo definitivo? Ni. Dopo qualche tempo, i mendicanti si riappropriarono di quegli spazi. Ne sarebbero usciti solo dal 1750. Cioè quando alla politica di ospedalizzazione forzata e di scontro si sostituì una politica di assistenza. Sarebbe stato un percorso lungo. Ancora quasi un secolo dopo, infatti, nel 1831, Victor Hugo nel suo romanzo d’esordio sentiva l’esigenza di raccontare la corte dei miracoli. Un mondo che, pur passato, segnava ancora profondamente l’immaginario e l’identità di Parigi.

Valeria Meazza

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