La Corte di giustizia europea, Facebook e il diritto alla censura

Gli stati, da oggi, possono richiedere a Facebook la cancellazione dei contenuti illegali

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Il 3 ottobre la Corte di giustizia europea ha stabilito che i singoli paesi hanno il diritto di costringere Facebook a rimuovere o oscurare contenuti ritenuti illegali.

La decisione della Corte di giustizia europea si colloca in un contesto in cui le organizzazioni statali e internazionali cercano, sempre più, di stabilizzare il far west normativo rappresentato da internet. Essa apre però le porte a nuove problematiche. In prima istanza è bene ricordare che il concetto di “materiale illegale” è definito e identificato dallo Stato stesso. La sua definizione è quindi inscindibile dall’interesse politico nazionale. Al punto che lo Stato potrebbe avvalersi della decisione della Corte per effettuare vere e proprie campagne di censura. In secondo luogo, tenendo presente che sono le leggi dei singoli stati a definire il concetto di “materiale illegale“, la decisione della Corte potrebbe causare frequenti tensioni tra le varie nazioni.





Per comprendere i potenziali problemi che potrebbero sorgere da un simile contesto è sufficiente analizzare un piccolo esempio. Supponiamo infatti che il governo russo diffonda su Facebook del materiale propagandistico ritenuto discriminante nei confronti degli omosessuali. (Iniziativa tutt’altro che utopistica). Supponiamo dunque che tale materiale giunga in Europa, dove un paese a caso, tipo il Belgio, riconoscendolo come illegale, ne ottenga la cancellazione da Facebook.

In concreto, però, tale materiale risulterebbe illegale solo alla luce di determinate legislazioni statali, ad esempio quelle europee. La Russia, infatti, potrebbe far presente come esso sia perfettamente in linea con la normativa nazionale, che prevede, nel concreto, vere e proprie leggi discriminatorie nei confronti degli omosessuali; in barba anche a molti ordinamenti internazionali. Ritenendo quindi l’azione di Facebook come un’ingerenza ingiustificabile nella sue scelte di politica nazionale.

Le motivazioni della Corte di giustizia europea.

La decisione della Corte è avvenuta in seguito alle richieste dell’Alta Corte austriaca relativamente al caso Piesczek. Eva Glawischnig Piescze è un esponente austriaca del partito dei Verdi, che aveva fatto causa a Facebook, chiedendo la rimozione di numerosi commenti diffamatori nei suoi riguardi.  L’Alta Corte austriaca ha dunque scelto di coinvolgere la Corte di giustizia europea che si è espressa con la decisione che stiamo analizzando.





La decisione però, come già accennato, mostra numerosi caratteri critici. Anche quando si fa riferimento alla diffamazione, infatti, è bene tener presente il fatto che le leggi delle varie nazioni tendono ad essere largamente eterogenee. La decisione della Corte, inoltre, potrebbe fornire un ottimo strumento di censura a tutti i governi caratterizzati da tendenze “non proprio democratiche“. Pensiamo ad esempio alla Turchia, che forte delle proprie leggi nazionali, potrebbe etichettare come discriminatori un gran numero di articoli o commenti di critica nei confronti del governo. Provvedendo, in questo modo, ad una sistematica censura della libertà di espressione.

Solo gli Stati, infatti, possono pretendere l’eliminazione del materiale ritenuto illegale, lasciando i singoli individui in una posizione piuttosto scomoda. Ovviamente in Europa possiamo, entro un certo limite, supporre la buona fede delle istituzioni statali. Ma, parimenti, possiamo anche supporre la potenziale malafede di numerose altre nazioni. Rivolgendoci al futuro potremmo anche ricordarci che la possibile buona fede delle nazioni europee è tutt’altro che dovuta; potrebbe infatti mutare, per ragioni storico-politiche che s’intravedono parzialmente nell’avanzare dei movimenti sovranisti, in forme decisamente più repressive ed estreme.

L’unico limite sancito dalla Corte di giustizia europea riguarda le norme del diritto internazionale.

La cancellazione degli elementi ritenuti illegali, infatti, deve avvenire in conformità con gli ordinamenti internazionali. Il senso di questo limite non riguarda però la definizione di “materiale illegale“. Tale definizione, infatti, sembra proprio spettare, almeno per il momento, ai singoli Stati-nazione. Il limite a cui facciamo riferimento è infatti di natura differente. La Corte, infatti, afferma che il materiale ritenuto illegale deve essere cancellato “in tutto il mondo” (evitando quindi che Facebook scelga di mostrare tale materiale solo negli stati in cui è accettato), purché ciò non violi il diritto internazionale.

Resta quindi aperto un ulteriore interrogativo: cosa dovrebbe succedere in caso di violazione del diritto internazionale? Le ipotesi possibili sono al momento due. Nel primo caso la cancellazione potrebbe avvenire solo nei paesi in cui non si sia verificata alcuna violazione. Nel secondo caso, invece, l’intero iter di cancellazione verrebbe del tutto interrotto. Questo limite, che apparentemente sembra in grado di limitare azioni statali contro la libertà d’espressione o d’informazione.  Rischia, in realtà, di essere facilmente aggirabile a causa della vaghezza delle norme dello stesso diritto internazionale nonché dell’inesistenza di metodi coercitivi per farle rispettare.

La dimostrazione più lampante si trova nel constatare come, nonostante le norme di diritto internazionale inerenti la libertà d’espressione e d’informazione, numerosi stati continuino ad infrangerle restando sostanzialmente impuniti.

 

Andrea Pezzotta

 

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