Che cos’è la cultura dello stupro?

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La cultura dello stupro normalizza la violenza di genere, di cui è vittima 1 donna su 3: un dato che spaventa e va combattuto ogni giorno, non solo il 25 novembre

La violenza sessuale in Italia

La cultura dello stupro esiste da sempre e in Italia è un fenomeno particolarmente radicato. Il reato di violenza sessuale ha un origine piuttosto recente. Nel corso degli anni Settanta, ci furono due eventi che sconvolsero l’opinion pubblica:  il Massacro del Circeo  e il Processo per stupro, un documentario del 1978 con cui la regista Loredana Dordi tentò di dimostrare  un meccanismo per cui durante un processo per stupro la vittima si trasformava in imputata. Nel 1981 venne abolito il matrimonio riparatore (secondo il quale un accusato di violenza sessuale veniva considerato innocente nel caso in cui avesse sposato la vittima). I reati di violenza sessuale e di incesto hanno fatto parte per molti anni “Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e “Dei delitti contro la morale familiare”.   La violenza sessuale verrà definita un reato nei confronti della persona solamente nel 1996.




Che cos’è la cultura dello stupro?

Quando si parla di violenza di genere, intendiamo tutte quelle manifestazioni che hanno in comune un’unica radice: quella sessista. Il termine “sessismo” risale agli anni Sessanta e fu coniato nell’ambito dei movimenti femministi. Secondo la Treccani questo concetto si utilizza

per indicare l’atteggiamento di chi (uomo o donna) tende a giustificare, promuovere o difendere l’idea dell’inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile e la conseguente discriminazione operata nei confronti delle donne

La cultura dello stupro

Viviamo immersi nella discriminazione di genere, radicata in ogni aspetto della vita sociale. Alla base di questo modello di società, vi è la cosiddetta cultura dello stupro, una sovrastruttura che permette di normalizzare la violenza di genere. Possiamo immaginarla come una sorta di iceberg, di cui emergono solo gli aspetti più drammatici, e rappresentarla come piramide.

Per distruggerla, sarebbe utile partire dalla base e smantellare pezzo dopo pezzo ogni piano, fino ad arrivare al vertice.

Alla base della cultura dello stupro possiamo inserire, ad esempio, discriminazioni quali il linguaggio sessista, il catcalling e la colpevolizzazione della vittima (victim blaming), ovvero una delle aggressioni secondarie alle quali una vittima di violenza sessuale può essere sottoposta. E’ l’atteggiamento tipico di chi sostiene che vittima in questione sia in qualche misura responsabile della violenza subita. Carlotta Vagnoli, nel suo libro Maledetta Sfortuna, riporta il caso della “sentenza dei jeans“, un caso del 1999 in cui secondo il giudice la vittima di stupro aveva la sua buona dose di responsabilità, in quanto non avrebbe combattuto abbastanza con il suo aggressore, dato che “il jeans non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”.

Le narrazioni tossiche

La sopravvivenza di questa sovrastruttura è da imputare ad uno squilibrio di potere e alla paura da parte delle vittime di essere accusate di opportunismo (non è raro sentire affermazioni del tipo “Lo ha fatto per soldi”, “Vuole solo visibilità”). La paura delle donne che scelgono di non denunciare è quella di essere vittima non una, ma bensì due volte, a causa di coloro che giustificano, in modo più o meno velato, la violenza di genere, colpevolizzando la vittima.

Questo problema riguarda anche la narrazione che viene fatta di episodi violenti nei confronti delle donne, in particolare dei femminicidi. Numerose testate giornalistiche testate tendono a romanticizzare l’uccisione di una donna, definendo il fatto come un “delitto passionale”, oppure empatizzando con l’assassino. Questi meccanismi sono pericolosi e funzionali ad una deresponsabilizzazione del fenomeno. La romanticizzazione passa dal racconto della vicenda al punto di vista del femminicida: “amava, sperava, voleva, era tradita” (Vagnoli, 2020).

La violenza di genere va combattuta ogni giorno e con ogni mezzo necessario: dalle parole, alle denunce, attraverso l’educazione familiare e scolastica. Non sempre per le vittime è facile rendersi conto di aver subito un abuso. E’ fondamentale instaurare nei più giovani la consapevolezza che la violenza (sia fisica che psicologica), possa assumere svariate manifestazioni, per far sì che possa essere riconosciuta e eliminata.

Margherita Buzzoni

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