La curiosità ci salverà

Innegabile: l’uomo è la specie vivente – tralasciando i batteri – che nell’egemonia indiscussa abita tutta la Terra. Dall’equatore al Polo Sud. L’uomo però è un prodotto di un’evoluzione solcata sulla scia della curiosità, giocata nell’ambiguità tra la xenofobia e la spinta che fa cedere di un passo verso lo sconosciuto.

La curiosità rappresenta la spinta primordiale che sotto la fuliggine dell’incognito traghetta l’uomo verso lidi su cui costruire le proprie evoluzioni e segnare un metro in più verso la conoscenza. Cosa sarebbe successo se alla prima scintilla scaturita accidentalmente dal crepitìo di due pietre gli uomini si fossero spaventati a tal punto da accantonare la scoperta e il dominio del fuoco?




L’immanifesto è molto più vasto del manifesto” scrive Roberto Calasso per commentare le Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli. Allora perché ostinarsi ad ignorare o sminuire le oscure incognite del mondo? Perché trascurare che esiste un “hic et nunc” indefessamente soggettivo? Perché chiudere gli occhi e rivolgerli di sguincio al Sole, anziché dirigerli apertamente ma con cautela verso l’ombra?

La conoscenza è il risultato del sorpasso della ragione sull’intuizione immediata, sul senso comune.

Pochi giorni fa, correva l’anniversario della morte sul rogo di Giordano Bruno, che una prima lezione impartita a lui dalla natura fu il rendersi conto che oltre la montagna su cui si apriva il panorama della sua casa natale e che, da bambino, credeva essere il confine del mondo, si celava al giudizio dei sensi un universo di persone ancora più vasto del solo visibile. L’insegnamento scaturito è che dietro ad ogni limite si nasconde un’opportunità per conoscere. Ed imparare a conoscere.

A guidare l’uomo nella ricerca delle impronte epistemologiche sui sentieri del mondo, c’è la curiosità. Già in fasce il neonato esplora da sé, con le mani e la bocca, il mondo in cui tutto gli appare sconosciuto. C’è chi, come lo psicanalista Bion, ha reinterpretato il mito per antonomasia, quello di Edipo, enfatizzando attorno alla nota lettura freudiana la curiosità che spinge Edipo a ricercare la verità ispirato dall’indovino Tiresia. Al fine di fugare ogni eventuale malinteso, sondiamo quanto dice la Treccani: “la curiosità è il desiderio di vedere, di sapere, a fine di pettegolezzo o anche per amore del conoscere, come stimolo intellettuale”.

Gestire la curiosità

Allora, in altri termini, la curiosità si può definire come uno spostamento e una focalizzazione dell’attenzione su un qualcosa. Quando prestiamo attenzione, dirigiamo e investiamo il nostro desiderio di conoscere – la curiosità – verso qualcosa che possa stimolarci e da cui poi trarre piacere. Noi abbiamo una parte inequivocabile di responsabilità nella gestione della nostra curiosità.

Siamo fasci di attenzione unimodale che semmai può essere distribuita togliendo da una parte e aggiungendo dall’altra senza però sdoppiarsi mai. Il multi-tasking non appartiene nemmeno per certi versi ai computer. Figurarsi all’uomo. In questo senso diventa fondamentale educare all’esplorazione e alla gestione lungimirante della curiosità.

Immaginiamo un bambino che getta ogni sua curiosità verso tutto ciò che gli si palesi di fronte. Presto si accorgerà che concentrarsi su tutto equivale a non concentrarsi affatto. Imparerà che il cervello possiede il grandioso filtro dell’attenzione che seleziona uno stimolo per elaborarlo ulteriormente. La fotografia percettiva della realtà è per ciascuno di noi poggiata a partire dal nostro sguardo attentivo che come radar sonda l’ambiente alla ricerca di informazioni rilevanti.

Ma, non dimentichiamolo, la curiosità ha un limite: i sensi.

L’uomo appartiene solo alla sua pelle attraverso cui interagisce e osserva in primis il mondo, in secondo luogo gli altri, e infine sé stesso. Per evitare guai sociali terribili, come il razzismo o l’ipocrisia dei “senzatorto”, basterebbero 10 minuti in più passati ad osservare con sguardo indagatore la realtà circostante. E basterebbe forse acquisire consapevolezza dell’umana finitudine, inequivocabilmente impressa su uno sfondo percettivo di limitata ampiezza.

Molti dei problemi odierni sono il frutto di un malfunzionamento negli ingranaggi che muovono la curiosità. Il disinnamoramento nei confronti della lettura corrisponde alla scomparsa del bisogno di indagare a fondo la realtà, di incuriosirsi a una notizia che asetticamente scorre, indipendentemente da noi, sulla superficie degli smartphone.  Se nei palmi delle nostre mani è già contenuto tutto il sapere del mondo, a che serve la curiosità che s’accompagna per forza con una grezza fatica? A che serve spostare lo sguardo e analizzare l’ambiente se tutto è già fotografato negli specchi opachi dei telefonini? Serve per non perdersi e non farsi guidare da sibilline sirene che ci cantano la ninna nanna mentre la nostra coscienza s’infrange ineluttabile contro gli scogli.

La stessa curiosità che ha permesso ai nostri antenati di alzarsi dalla savana, attraversare l’Africa fino ad abitare in tutto il globo e, guardando il cielo costellato di punti luminosi, interrogarsi sulla natura di quel manto pezzato, serve per continuare a camminare verso l’orizzonte con il sogno di raggiungerlo un giorno.

Noi siamo i Sapiens

I primi uomini, poveri di strumenti ottici e dotati del solo occhio nudo, riconducevano l’esistenza di quei lumi notturni ai diversi miti escatologici che tramonto dopo tramonto inventavano. E così è stato per millenni. Finché un altro uomo, più caparbio degli altri, ha inventato non più un mito, bensì un nuovo strumento fisico: il telescopio. Dando vita alla graduale sostituzione di miti “rivelati dall’alto” con le scoperte della scienza. Da allora fino ad oggi, gli strumenti sono stati potenziati e siamo oggi in grado di osservare pianeti un tempo neanche immaginabili.

La curiosità genera allora la capacità di non arrendersi al visibile, alla prima impressione, ma, come una leggera frusta sul fondoschiena della mente, stimola l’uomo a scavare nei labirintici legami delle cose per intravedere soltanto la via verso la piena comprensione.

Lasciamoci guidare allora dal nostro nome. Noi siamo i Sapiens, ballerini oscillanti nello spaziotempo fra una domanda e la sua risposta. Ispirati da una bella immagine di Carlo Rovelli, possiamo dire che noi, i Sapiens, navighiamo sulla superficie di un fiume ai cui argini giace raccolto dalle acque torbide tutto quel che già sappiamo e, in mezzo, nello schiumare caotico dell’acqua, ci osserva in attesa di essere tratto a riva l’oceano derelitto di quanto ancora non sappiamo. Brillano i riflessi della luce sul fiume della conoscenza, brillano e soverchiano i misteri e le bellezze del mondo. Brillano, e ci lasciano senza fiato.

Axel Sintoni

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