La detenzione delle persone migranti ed il Covid 19 in Italia

Mai più Lager – No ai CPR


E’ indubbio che il virus che ha sconvolto il 2020 e ancora non allenta il morso sul 2021 abbia avuto il risultato di fare esplodere le contraddizioni sociali, economiche e politiche più o meno latenti nei paesi “più avanzati”: in particolare nel nostro, in cui la pandemia è stata tanto più aggressiva e mal gestita quanto molteplici e radicate erano le contraddizioni sotto la cenere.

Tra queste contraddizioni sicuramente vi era, e continua ad esserci, quella rappresentata dalla insopportabile divisione tra chi si è potuto, o quantomeno ha avuto il diritto di curarsi, e chi no; con l’ulteriore sottocategoria rappresentata da chi sia stato maggiormente esposto al virus, in ragione della propria condizione di fragilità.

Il triste primato sotto quest’ultimo profilo va decisamente alle persone che non solo vivono in condizioni di fragilità ma sono anche prive di titolo di soggiorno (vuoi perché non l’abbiano mai avuto – considerata l’attuale impossibilità di regolarizzazione sul territorio del migrante “economico” – o vuoi perché l’abbiano perso insieme al prorpio lavoro come tanti, o in ragione delle capricciose disposizioni del “decreto Salvini”). Tali soggetti, secondo il nostro ordinamento, possono avere accesso esclusivamente alle cure indifferibili ed urgenti ricorrendo al pronto soccorso, che però sin dai primi giorni del primo lockdown è risultato, come è noto, categoricamente interdetto all’intera popolazione; e vivendo in condizioni di emarginazione sociale sono rimaste più facilmente esposte al contagio.

Ma non è tutto.

No one is looking at us anymore – Migran Detention and Covid-19 in Italy” è un accurato dossier che vede tra gli estensori due studenti, componenti della Rete Mai più Lager – No ai CPR (Emilio Caja e Giacomo Mattiello) e Francesca Esposito, ricercatrice post-doc al centro di criminologia dell’Università di Oxford (gruppo di ricerca Border Criminologies), incentrato sull’analisi della situazione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio in Italia nel corso del primo lockdown.

I “CPR”, istituiti già nel 1998 dalla legge Turco Napolitano seppure con altra denominazione poi variata nel tempo (CPT, CIE) – e poi moltiplicati ad iniziativa dell’ex Ministro Minniti nel 2017, che ha disposto ne aprisse uno in ogni regione d’Italia – sono centri di detenzione amministrativa nei quali vengono recluse, in celle da 4 ad 8 posti in media, persone sorprese senza di titolo di soggiorno sul nostro territorio e solo in quanto tali (senza che abbiano quindi commesso un qualche reato), in attesa dell’esecuzione del provvedimento di espulsione o della consegna di un foglio di via. La loro gestione è rimessa, su bandi di appalto al ribasso sui costi, a società e cooperative private, anche internazionali, spesso specializzate nella gestione di carceri più che di centri di accoglienza.

Il trattenimento in tali strutture è talmente privo di regolamentazione e di controlli che si sostanzia nei fatti in un isolamento carcerario stretto (all’entrata vengono requisiti effetti personali e telefoni cellulari, con conseguente sostanziale impossibilità di mettersi tempestivamente in contatto con un legale di fiducia), in assenza però anche delle garanzie minime previste dal sistema penitenziario ordinario: non-luoghi, buchi neri dei diritti, che vanno spuntando come funghi nelle nostre città grazie alla diligente iniziativa dell’attuale Ministro Lamorgese, Dal 1998 sono circa una trentina le persone che hanno trovato la morte in tali centri, mentre autolesionismo, tentativi di suicidio sono all’ordine del giorno.

Nel dossier si trovano singole sezioni dedicate a ciascun CPR d’Italia nel corso del primo lockdown (Roma – Ponte Galeria, Torino, Macomer, Bari – Palese, Brindisi – Restinco, Caltanissetta – Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo), ciascuna con una “overview” sulla storia del centro e del movimento attivista che vi gravita attorno, seguita da una puntuale analisi delle condizioni interne nei mesi tra marzo e maggio 2020.

Ne emerge nel complesso un quadro gravemente carente sotto il profilo delle informazioni necessarie ad evitare il contagio, dei dispositivi di sicurezza, e della cura psicofisica. Diffuso, tra i trattenuti, il senso psicologico di abbandono, considerato che non è prevista alcuna realtà ricreativa all’interno, a differenza del sistema carcerario, e considerata anche l’interruzione dei colloqui con i legali e con i parenti per timore del contagio: “Siamo come cavalli nelle stalle, rinchiusi, e nessuno ci ascolta“, la frase emblematica riferita da uno di loro dalla quale proviene il titolo.

Incredibilmente, ed illegittimamente (come più di una sentenza ha rilevato), la detenzione amministrativa delle persone migranti, a differenza che in altri paesi europei come la Spagna, si è protratta anche nel periodo in cui non solo erano vietati assembramenti, ma erano soprattutto chiuse le frontiere in uscita, con conseguente materiale impossibilità di perseguire il fine del trattenimento stesso, che pretenderebbe di giustificarne l’esistenza (ma il condizionale è rigorosamente d’obbligo), quale eccezione al principio dell’inviolabilità della libertà personale di cui all’art. 13 della Costituzione.

A farne le spese, soprattutto chi in quel periodo di scarsa circolazione è rimasto esposto non solo al virus ma anche ai controlli delle forze dell’ordine: le persone prive di permesso e di dimora.

Tra le conclusioni degli estensori del dossier, è ben condivisibile quindi la considerazione sulla rivelata effettiva finalità del trattenimento nei CPR: se la pandemia nel resto del mondo, con la chiusura delle frontiere, ha interrotto la deportazione forzata delle persone migranti, il nostro paese, così non facendo, ha di fatto confermato la funzione perseguita dalla detenzione amministrativa, come misura di contenimento utilizzata per gestire persone “indesiderate” e “problematiche”, rendendole ancora più invisibili di quel che sono.

Finalità – ci permettiamo di aggiungere – che all’evidenza si affianca a quella principale della funzione deterrente e criminalizzante del soggiorno irregolare, in un ordinamento nel quale paradossalmente una immigrazione regolare neppure è nei fatti consentita a chi fugge “solo” da una situazione di devastazione socioeconomica. D’altronde, in concreto, altra funzione non è seriamente attribuibile alla detenzione di cui trattasi, nella quale – attesi i numeri e le strutture in gioco – può incorrere in definitiva solo una minima percentuale delle persone irregolarmente soggiornanti sul nostro territorio.

Sorgerà spontaneamente una domanda: cosa è accaduto nel secondo lockdown?

La risposta è disarmante: nessun miglioramento nella condizione dei trattenuti, un CPR in più (quello di Milano, che ha aperto a fine settembre con capienza a regime di 140 posti), e sono subentrati un trattato (Italia – Libia, agosto 2020) e modifiche peggiorative al decreto Salvini, che hanno inaugurato una nuova stagione nella detenzione amministrativa, quella – come dice la Ministra Lamorgese – dei “CPR a porte girevoli” con numeri impressionanti di ingressi e rimpatri settimanali a danno essenzialmente di cittadini tunisini appena sbarcati dall’isolamento sulle navi quarantena (solo da Milano nel giro di tre mesi, dei quali uno di sostanziale fermo, ne sono stati rimpatriati circa 300).

Sulla paura del Covid19 si è fatto leva, aggiungendo un carico alla paura dello straniero e del diverso: e la discriminazione, la segregazione e la violazione dei diritti umani fine a se stessa, si sono moltiplicati.

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