La dittatura del politicamente corretto: cos’è e perché se ne parla tanto

Clara Bassi

Di Clara Bassi


Da un po’ di tempo, su internet in modo particolare, sentiamo spesso tirata in ballo la famigerata “dittatura del politicamente corretto”. Sono frequenti le persone che denunciano il fatto che non si possa più dire niente, che la libertà di espressione è presa di mira e cose simili.

Partiamo dal principio. Da dove nascono questi pensieri?

La società di oggi, anche grazie ai social network, è sempre più complessa e sfaccettata. I social, appunto, hanno dato alle categorie marginalizzate la possibilità di esprimersi liberamente, e di conseguenza, di far sapere agli altri che cosa ritengono discriminatorio nei loro confronti. Questo è un passaggio fondamentale da capire: intere categorie di persone che prima non avevano voce né rappresentazione (penso per esempio alle persone con disabilità, alla comunità nera, alla comunità LGBT+, alle persone grasse) grazie ai social network hanno potuto creare una community, fare informazione e dar voce alla discriminazione che stavano subendo. Questo ha permesso la sensibilizzazione di molte persone alle più varie tematiche, e la sensibilizzazione porta a farsi delle domande a livello personale e a cambiare comportamento. Vi faccio un esempio: la comunità nera ha stabilito che la n-word, se detta da una persona bianca, è ritenuta un insulto. Questo ha portato le persone bianche (non tutte, purtroppo) a non usare quella parola.
Quello che sta succedendo ora non è molto diverso da questo: chi non ha mai avuto i mezzi per esprimere la propria discriminazione ora li ha, e il mondo intero dovrebbe fare a patti con questo fatto.
La realtà, quindi, è che la società è sempre stata complessa e sfaccettata, solo che prima noi non lo vedevamo. Chi ha un privilegio (per esempio il “privilegio” di essere bianco, di essere abile, di essere eterosessuale, di essere cisgender, di essere maschio, di essere ricco, di essere magro), o chi ne ha molti, per molto tempo ha visto il mondo attraverso i propri occhi, come è normale che sia, senza rendersi conto che ci sono persone che vivono oppressioni e discriminazioni quotidiane. Questa piccola rivoluzione sta dando a tutti noi la possibilità di prendere atto dei nostri privilegi, comprendere chi vive queste discriminazioni e sperabilmente agire prendendo posizione contro l’oppressione.
Di conseguenza, non c’è nessuna dittatura del politicamente corretto: semplicemente, ora chi dice o fa cose discriminatorie può essere redarguito da chi è sensibilizzato al tema, e questi ultimi sono per fortuna sempre più numerosi.
Chi dice che “non si può più dire niente” probabilmente fa questa affermazione perché si è sentito ripreso da qualcuno per aver detto qualcosa di offensivo o per aver avuto atteggiamenti sbagliati.
La realtà è che quegli atteggiamenti erano sbagliati anche prima, solo che come società non li identificavamo come problematici.
In questo periodo, molti criticano opere cinematografiche del passato come Via col vento e Grease, sottolineandone gli aspetti problematici. Questi indubbiamente ci sono, ed è un bene evidenziarli: significa che riconosciamo come sbagliati dei comportamenti che un tempo erano considerati normali, e dunque stiamo progredendo come società. Questi contenuti, però, vanno certamente contestualizzati: il sessismo di Grease è indubbio, ma non per questo il film va censurato o eliminato. Anzi, può essere un’opportunità per riconoscere il cambiamento che c’è stato dalla fine degli anni 70 ad oggi.
Se volessimo censurare davvero tutti i prodotti che contengono atteggiamenti problematici, dovremmo eliminare dal mercato praticamente tutto quello che è stato creato prima di questi anni, e non sarebbe assolutamente un atteggiamento costruttivo.
Quel che davvero potrebbe aiutarci sarebbe l’educazione ai temi dell’inclusività, che di conseguenza ci porterebbe ad allenare lo sguardo a riconoscere le discriminazioni, che queste siano nel mondo reale, nelle pagine di un libro o in un film. Riconoscere le discriminazioni è il primo passo per combatterle.
Il politicamente corretto, quindi, è solo una formula inventata da chi non appoggia questo cambiamento sociale a favore delle categorie marginalizzate e discriminate. Non c’è nessuna cosa “politicamente corretta”: si tratta semplicemente un processo di sensibilizzazione sempre maggiore delle persone ai temi dell’oppressione sistemica, che si traduce in una consapevolezza nuova su ciò che è offensivo per le categorie marginalizzate.
Dovremmo quindi essere contenti di questo processo, perché testimonia un nostro progresso, e non dovremmo demonizzarlo né deriderlo, perché equivarrebbe a rifiutare una nuova consapevolezza e dunque, rifiutare il progresso stesso.

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