La finanza internazionale condanna le violenze ad Hong Kong

Può il mondo finanziario porsi come mediatore tra politica e cittadini?

In questo scenario di costante tensione e violenza le grandi banche di Hong Kong hanno mosso svariate accuse nei confronti delle violenze perpetuate dalle forze dell’ordine governative. Contemporaneamente, però, continuano a sostenere la governatrice.

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Le grandi banche con sede a Hong Kong, centri nevralgici della finanza internazionale, chiedono un ritorno all’ordine nella ex “città libera”.

Questa richiesta è inoltre affiancata ad una netta condanna delle violenze registrate nel corso delle proteste. Alla luce delle nuove manifestazioni in programma, infatti, il mondo della finanza internazionale chiede,  sia al governo che al popolo, di mantenere la calma. Questo evento, che potrebbe forse essere ignorato dagli osservatori esterni come noi, possiede in realtà una grandissima rilevanza.  Al punto da poter essere utilizzato per comprendere, più da vicino, il ruolo sempre più importante assunto dal mondo finanziario, davanti a eventi critici e scottanti inerenti allo scontro politico.



Prima di analizzare la questione, però, recuperiamo un po’ di storia.

La storia che dobbiamo recuperare si apre nel 1839, quando la dinastia Qing mette fuori legge le importazioni di oppio, miniera d’oro dei commerci britannici in Asia. Ovviamente la reazione britannica non si fa attendere. Immediatamente, infatti, scoppia la prima guerra dell’oppio. Una vera e propria guerra di aggressione coloniale in cui gli inglesi, aiutati da Francia, Russia e Usa, decidono di punire il Celeste Impero con una delle più cocenti sconfitte della sua storia. Non serve infatti una decennale esperienza in geopolitica, per comprendere come la Cina non avesse alcuna possibilità di scampo, davanti all’ira vendicativa di quattro superpotenze europee.

Nel corso di questa guerra, nel gennaio 1841, le forze britanniche riescono ad occupare l’isola di Hong Kong. Ricco emporio commerciale ambito e ammirato dagli europei. Nell’agosto del 1842 quindi, con la stipula del trattato di Nanchino che sancisce il termine della guerra, la corona inglese acquisisce definitivamente l’isola.

L’occupazione cinese durerà 156 anni. Fino al 1997. In quell’anno, infatti, Hong Kong torna a far parte della Cina, che nel frattempo, però, è divenuta una potenza comunista. Per questo motivo il passaggio di proprietà deve sottostare a precisissime regole concordate tra britannici e cinesi. Alla città viene infatti garantita una larga autonomia amministrativa, andando a formare, di fatto, la prima regione a statuto speciale della Cina comunista. 

Le proteste attuali

Le proteste sono scoppiate quando il governo autonomo di Hong Kong ha proposto, seguendo le pressioni di Pechino, una nuova legge sull’estradizione. Con questa legge sarebbe stato possibile estradare molti indagati dalla città libera, al fine di giudicarli sul territorio cinese, con leggi più rigide e tutele più labili.




Le manifestazioni iniziali, dunque, si sono rivolte contro questo progetto di legge che, alla fine, è stato interamente ritirato. Il popolo di Hong Kong, però, non ha ritenuto sufficiente il risultato ottenuto. Il governo autonomo della città, infatti, viene ora accusato di essere troppo accondiscendente nei confronti delle richieste di Pechino. Lo spettro di Pechino, infatti, viene visto come un mostro famelico, appostato fuori dalla città, pronto a divorarla completamente nel momento in cui dovesse abbassare la guardia. Le manifestazioni attuali, quindi, chiedono a gran voce le dimissioni della governatrice, ritenuta non più idonea al ruolo ricoperto.

Il ruolo della finanza internazionale

In questo scenario di costante tensione e violenza, le grandi banche di Hong Kong hanno mosso svariate accuse nei confronti delle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine governative. Contemporaneamente, però, continuano a sostenere il governo legittimo. Questo atteggiamento, che agli occhi di molti potrebbe apparire ambiguo e doppiogiochista, è in realtà perfettamente in linea con gli interessi politici della finanza internazionale.

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Alla finanza, infatti, il più delle volte, non interessa chi governa bensì il “come” governa. L’importante è che il territorio sia governabile, la popolazione felice e, di conseguenza, che gli investitori siano tranquilli. Qualsiasi elemento d’incertezza, di paura, di caos o violenza rappresenta una sconfitta per il mondo finanziario. Gli investitori fuggono, il popolo perde fiducia, il mercato si ferma, le aziende chiudono o emigrano mentre il governo s’impoverisce, sia in termini economici che in termini d’influenza.

La finanza internazionale ha quindi ogni interesse possibile nel fare in modo che lo stato di violenza non si protragga oltre. Potremmo anche sottolineare il fatto che, dato i tempi che corrono, la finanza avrà sempre più un ruolo importante nel mediare tra le istanze del popolo e quelle della politica.

La finanza internazionale come mediatrice

Il popolo è un concetto che, nonostante la sua pretesa di universalità, è nettamente divisivo. Se esiste un popolo, allora, esistono anche coloro che non ne fanno parte. Nella narrazione contemporanea esso ha dei nemici, degli alleati, delle battaglie da combattere e da vincere, se richiesto, anche con la forza.




La politica, il governo e lo stato, invece, sono sempre più spregiudicati e machiavellici. I politici hanno trovato nel concetto divisivo di “popolo” la base del loro sostegno. Incrementare il divario che separa il popolo dal non-popolo, quindi, equivale spesso ad incrementare il consenso. Campagne di odio verso strati della popolazione. Contro-campagne di odio verso chi odia. Accuse spesso sostenute da notizie false. Accuse sostenute da notizie vere che cadono nel vuoto. E’ bene riconoscerlo, sia il popolo che il mondo politico sono, a livello attuale, due elementi profondamente divisivi, caotici e che prosperano nell’incertezza.

Fuori dai confini dei piccoli staterelli, però, esiste un mondo globalizzato, interconnesso e in costante comunicazione reciproca.

Un mondo governato, che piaccia o meno, dalla finanza internazionale. Una finanza che prospera nella tranquillità e nella certezza di un futuro prevedibile, mentre teme, più di ogni altra cosa, il caos, l’incertezza e i muri insuperabili. Ecco quindi che l’appello delle banche a favore di una risoluzione del conflitto ad Hong Kong, può essere letto in una chiave ben più ampia.

In un futuro non troppo distante, infatti, proprio il mondo della finanza potrebbe assumere il ruolo di mediatore tra i due soggetti divisivi per eccellenza: lo stato politico e il popolo politicizzato. Una mediazione sicuramente mossa da interessi particolari e dalla volontà di non veder sfumare possibilità di guadagno e di crescita. Ma, allo stesso modo, una mediazione che potrebbe rendersi ugualmente necessaria. Soprattutto alla luce di un mondo in cui l’identità politico-governativa si dimostra, sempre più, incapace di far coincidere l’interesse dello stato con i diritti e le libertà del cittadino.

Diritti e libertà che, abbandonando qualsiasi complottismo in materia, costituiscono la vera e proprio linfa vitale della finanza internazionale e della società dei consumi.

 

Andrea Pezzotta

 

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