La gioiosa anomalia

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Renato Nicolini. La gioiosa anomalia è la storia di un intellettuale che diventò l’assessore per eccellenza e che, per qualche tempo, liberò l’immaginazione.
Era il 1976, quando Giulio Carlo Argan, illustre storico dell’arte e primo sindaco non democristiano di Roma, nominò assessore alla cultura Renato Nicolini, un architetto di trentaquattro anni. “Finalmente in Campidoglio si poteva parlare” ricorda Marilù Prati, attrice con Eduardo, interprete di tanto teatro di ricerca e compagna di Nicolini. “Non conoscevo ancora Renato, quando mi presentai con il mio progetto tratto da Infelicità senza desideri di Peter Handke. Un testo non facile, che va oltre la tragedia personale e diventa emblema della condizione umana. È la storia di una protagonista che si toglie la vita proprio perché appartiene ad un mondo in cui nascere donna è di per sé una condanna. E quella donna era proprio la madre dell’autore. Il progetto piacque all’assessore e lo spettacolo andò in scena. Allora non si doveva passare per bandi e labirinti. C’era un rapporto diretto tra chi voleva che la cultura fosse il collante della polis”.
Nel 1977 Nicolini inventò la prima Estate Romana: cinema, teatro, musica, mostre, incontri ovunque. Erano anni complessi, ma la gente si riversò nelle strade. Quattromila persone andarono a Massenzio per vedere Senso di Luchino Visconti. Qualche anno dopo, nell’ ‘81, quando Luigi Petroselli diventò sindaco, ancora a migliaia si riversarono in strada per il Napoleon di Abel Gance: quattro ore di proiezione per il capolavoro del muto del 1927 supervisionato da Francis Ford Coppola. Culture diverse si parlarono. Una nuova idea di città sembrò possibile. La politica dell’effimero era diventata un modello da imitare e il ministro della cultura francese Jack Lang andò a Roma per capire come tutto questo fosse possibile.
Nicolini fu amato come una rock star e detestato come un dispensatore di panem et circenses. Dopo una notte ai Fori Imperiali con l’assessore, Lucio Dalla scrisse La sera dei miracoli:

Qualcuno nei vicoli di Roma
Con la bocca fa a pezzi una canzone
É la sera dei cani che parlano tra di loro
Della luna che sta per cadere
E la gente corre nelle piazze per andare
A vedere

Il libro di Testoni documenta incontri e scontri, come le polemiche della Sopraintendenza ai beni Archeologici, alle quali Nicolini replicava così:

Al posto del traffico non ci dovrà essere l’astratta autorità dello Stato, ma la concreta presenza dei cittadini. Questa presenza deve essere organizzata secondo regole, non può generare degrado per eccesso. Ma nemmeno possiamo seguitare a vedere … semplicemente delle “rovine”.

Tra le resistenze, anche quella ideologica. Ancora oggi si racconta che in quegli anni la gente si barricasse in casa per paura delle Brigate Rosse. Eppure, il fermento culturale era profondo: i teatri di ricerca, la musica, le radio di movimento, i cineforum, i giornali.
“Non c’era solo piombo” continua Testoni. “C’erano idee, passioni, conflitti, sperimentazioni. L’elenco sarebbe lunghissimo: La Gaia Scienza, Eugenio Barba, Memé Perlini, Leo e Perla, il Beat 72, gli Area, Demetrio Stratos, Radio Alice, Il Male, Andrea Pazienza, gli indiani metropolitani. E c’erano anche le ronde fasciste, ma faceva comodo alla Democrazia Cristiana dire che non si usciva per paura della sinistra. Il fatto è che non c’era quasi niente, soprattutto d’estate. E invece c’era bisogno di rimettere al centro la vita, la parola e l’immaginario: questo aveva capito Nicolini, che aveva percepito i bisogni della gente e li aveva coniugati con la città”.
Nel 1979, la gioiosa anomalia arrivò a Castel Porziano:
“Il Festival dei poeti fu una performance di massa” ricorda Marilù Prati. “Tre giorni in cui, su un palco aperto anche di notte, i versi di Dario Bellezza e di Victor Cavallo si mescolarono e quelli improvvisati del pubblico. Arrivarono persino Evtushenko e i grandi della Beat Generation: Ginsberg, Burroughs, Gregory Corso. Ma quell’aria dionisiaca andava contro al perbenismo della classe dirigente…”.
Con la morte di Berlinguer, le tensioni interne alla sinistra diventarono sempre più forti. Nell’ ’85, eletto sindaco Nicola Signorello, finì la stagione rossa della capitale e Lucio Dalla commentò: “Era una città stellare, oggi è incupita, ma è un segno dei tempi. L’allegria non la regalano più”.
Ma chi è che voleva fermare Nicolini?
“L’ignoranza e l’arroganza” risponde Marilù Prati. “Sembrava che molti non sapessero come prenderlo. O forse avevano capito benissimo che era meglio tenerlo lontano. E Renato si sentì tradito dal suo stesso partito”.
“Negli ultimi quattro anni al Comune di Roma molte sue delibere furono bloccate dal Comitato Regionale di Controllo” aggiunge Testoni. “Non c’erano più discussioni collegiali, ma burocrazia, commissioni, procedure macchinose. Si stava aprendo la porta alla restaurazione. Misteriosa, tra l’altro, fu la scomparsa di una delibera, fatta in accordo con il Ministero della Giustizia, che prevedeva una biblioteca comunale nel carcere di Rebibbia”.
Come una sonda, la gioiosa anomalia di Testoni scava tra avvenimenti che si susseguirono velocissimi: il crollo del Muro di Berlino, la metamorfosi del Pci, il rampantismo della sinistra, il radicamento del modello berlusconiano, lo strapotere di chi voleva mettere le mani sulla città:

L’autonomia della cultura, in un mondo sempre più servile ed eterodiretto, è un valore inestimabile […] – affermava Nicolini. Occorre rompere con un’idea che associa la crescita economica di Roma soprattutto all’edilizia […] C’è un nuovo campo per l’impresa edilizia, che non è quello della costruzione di immobili di lusso destinati a rimanere invenduti, ma è quello del risanamento, della ristrutturazione, del restauro, del recupero del paesaggio e dei valori immateriali, della capacità di dare consistenza di sistema aperto all’offerta culturale.

Diventato deputato nelle fila del Partito Comunista, durissimo fu un intervento del 1987 su Roma Capitale:

Pensiamo a che cosa significa oggi la “calata” di Ligresti, la “scalata” di Romagnoli, pensiamo a Caltagirone: nomi vecchi e nuovi, che si presentano oggi in questa città con l’atteggiamento di chi detiene il potere. […] La creazione di un rapporto fra il centro e la nuova Roma è l’unico modo per consentire a questa nuova Roma di essere effettivamente realizzata.

“Nicolini aveva capito bene che si cominciava a smantellare” aggiunge Testoni. “Si stavano delineando nuovi investimenti e nuovi interessi: Italia 90 e il Giubileo”.
Nel ’97 Il sindaco di Napoli Antonio Bassolino lo volle a capo di un assessorato alla cultura dal nome nuovo: assessorato all’identità.
“Un non napoletano all’identità di Napoli può sembrare un paradosso, ma non è stato così, e lo dico da partenopea” commenta Marilù Prati. “Renato entrò bene in quella Napoli porosa, come l’avevano definita nel 1924 Walter Benjamin e Asja Lacis. Una Napoli di tufo, dove nulla sembra chiuso, e dove l’alto si mescola al basso. Io stessa ne feci uno spettacolo: Le notti capresi del filosofo e della rivoluzionaria. Renato è sempre stato proteso verso il Sud, verso un Mediterraneo che fosse incontro di civiltà. Non è un caso che il nonno Giovanni, lo scultore, fosse siciliano. La sua gioiosa anomalia non fece fatica ad entrare a Palazzo San Giacomo, a spingersi tra i vicoli e ad arrivare fino a Secondigliano.
In quei tre anni fece riaprire il teatro Mercadante, lavorò per coniugare ancora cultura, città e lavoro. Fece restaurare la Chiesa di Sant’Arcangelo a Nilo con il ricavo di ‘O cuorp’ ‘e Napule, un disco, patrocinato dal Comune, con tanti musicisti, da James Senese a Tullio De Piscopo. Solo con l’arte contemporanea, da Paladino a Kounellis, Napoli, simbolo degli errori di chi ha governato l’Italia, ritrovò un respiro internazionale”.
Nicolini non si fermò mai: insegnò composizione architettonica all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Con Marilù Prati diresse il laboratorio teatrale Le Nozze, scrisse e interpretò Patria e mito, con la regia di Ugo Gregoretti. E come ogni volta si mise in gioco in prima persona.
“Sapeva fare tutto” commenta Marilù Prati “e sapeva fare tutto bene”.
Quando se ne andò, dieci anni fa, Vauro, in una vignetta su «Il Manifesto», lo salutò così:

Ma tutto questo è passato e oggi, nell’impero del banale, cosa resta della gioiosa anomalia? Come è possibile ritrovare il meraviglioso urbano senza creare monumenti e senza nostalgia?

“Resta un’epoca” risponde Marco Testoni. “Ora stiamo vivendo un’anomalia non gioiosa e così non si vola. Stiamo lavorando al Nicolini day, che si svolgerà all’Auditorium di Roma dopo l’estate: ci saranno spettacoli, illuminotecnica, proiezioni,  ma è solo un passo. Ricostruire si può. Le idee e le persone ci sono. Sono sole, però, sono sparpagliate, ma  arriverà una nuova sera dei miracoli”.

 

Daniela Morandini

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